a cura di Pinuccia Parini
A colloquio con Gillian Diesen, product specialist di Pictet-Human.
Descrivete Pictet-Human come una strategia azionaria tematica globale incentrata su servizi che aiutano gli individui ad adattarsi ai mutamenti demografici e tecnologici che hanno cambiato profondamente le loro vite. Si tratta di un’assunzione che abbraccia una sfera molto ampia legata all’essere umano. Potrebbe delinearne il perimetro?
«Facciamo un passo indietro. Abbiamo visto avvenire grandi cambiamenti nel mondo, sia in termini demografici, sia tecnologici, che hanno influenzato e mutato il nostro modo di vivere. È successo che il tradizionale modello di vita lineare, costituito da tre livelli che sono la scuola, il lavoro e la famiglia, la pensione, non è più rappresentativo della realtà. Basti guardare ciò che è accaduto nell’ultimo anno e mezzo, durante il quale abbiamo trascorso la maggior parte del tempo in casa ricoprendo, contestualmente, diversi ruoli e, in qualche modo, rompendo gli schemi che in precedenza avevano scandito la vita di noi tutti. Il sovvertimento dei ruoli e la necessità di ricoprirli in contesti diversi è il risultato di un processo che stava già gradualmente prendendo forma e che la pandemia ha accelerato. Ciò è avvenuto per una serie di diversi fattori: l’età media della popolazione si è alzata, si fanno meno figli, le donne sono più presenti nel mondo del lavoro, le stesse imprese sono cambiate molto velocemente. La nostra vita è così diventata molto dinamica e più complicata rispetto a quella rappresentata dal modello lineare tradizionale».
Potrebbe argomentare questa sua ultima considerazione?
«La maggior parte dei bambini nati oggi può avere un’aspettativa di vita sino a 100 anni. Quindi, l’idea che si pensi di andare comodamente in pensione dopo avere compiuto 60 anni diventa irrealistica, se si guarda allo stato della spesa pubblica e alla natalità in diminuzione. E poi c’è il progresso tecnologico, che rende obsolete alcune occupazioni e ne genera di nuove, nei confronti delle quali bisogna essere preparati e sapersi reinventare. Per fare fronte a questi cambiamenti, come individui si deve guardare con maggiore attenzione a ciò che l’industria dei servizi può offrire; occorre avere gli strumenti adeguati per affrontare le nuove dinamiche di una vita che è fatta di più stadi tra loro interconnessi».
Può fare alcuni esempi?
«Abbiamo bisogno di servizi che ci possano offrire un’istruzione continua, che non sia relegata solo agli anni della scuola. Le persone cambiano più spesso lavoro, come nel caso dei millennial, che trovano una nuova occupazione ogni tre-cinque anni e hanno bisogno di formazione e di conoscenza per ricoprire mansioni diverse in un mondo dove la tecnologia continua a progredire a passo deciso. È importante avere servizi che offrano cure a noi, alla nostra famiglia e anche ai nostri animali domestici, così come potere usufruire di prestazioni che permettano di avere più tempo libero, che è l’asset con maggiore valore che abbiamo a disposizione. E, infine, avere servizi che ci aiutino a godere al meglio del tempo libero che si è riusciti a ritagliarsi».
Come si traduce tutto ciò in termini d’investimento?
«Noi ci concentriamo sui quei servizi che rendono la vita appagante e che ci aiutano a trarre il meglio da un’esistenza più lunga. La nostra assunzione potrebbe sembrare quasi una lettura esoterica del contesto in cui viviamo, ma ci sono diversi studi redatti in ambito accademico che indicano che l’autorealizzazione, la felicità sono obiettivi importanti. Una volta soddisfatti i bisogni primari, ci si può permettere di puntare a quelli legati al benessere emozionale, quell’universo intangibile che fa parte del nostro essere e che deve essere alimentato. E tutto ciò lo si può già riscontrare nella nostra società, dove si cercano situazioni che appaghino i nostri desideri e che, in sintesi, soddisfino i bisogni all’apice della piramide di Maslow: realizzare e affermare la propria identità esprimendo le proprie potenzialità, spontaneità e creatività».
Come è strutturato l’universo d’investimento?
«Se si guarda appunto agli studi accademici, ci sono tre pilastri fondamentali per l’autorealizzazione: learn, care ed enjoy. “Learn” è un senso di appagamento che si raggiunge attraverso il lavoro e l’educazione, che sono le basi di un pensiero e di un’economia indipendenti. “Care” è la cura nei confronti della società, della famiglia, inclusi gli animali domestici. “Enjoy” è il piacere che si raggiunge attraverso i viaggi, il tempo libero, le esperienze culturali. Questi sono i tre blocchi di riferimento che definiscono il nostro universo di investimento, all’interno del quale guardiamo all’industria dei servizi perché è molto flessibile e adattabile alle necessità dei consumatori. In questo ambito vengono identificate le aziende da analizzare, attraverso una ricerca capillare che si avvale di reti neurali, studi universitari, esperti dedicati, confronti con i diversi policy maker. Per rientrare all’interno del nostro universo di investimento, un’impresa deve avere la maggior parte del fatturato, degli utili o dell’enterprise value derivante dalla voce servizi e non da prodotti. È un’attività continua che ci permette di identificare in anticipo i trend e, di conseguenza, anche le società emergenti».
Per chiarire ulteriormente, in che cosa non investite?
«Vogliamo indirizzare i capitali verso quelle aziende che offrono servizi che aiutano a trarre il meglio dalla nostra vita. Di conseguenza, non siamo interessati alle realtà il cui fatturato è guidato dalla pubblicità, perché quest’ultima tende a spingere il consumatore a fare scelte che non necessariamente sono le migliori per il benessere del singolo individuo. Non investiamo in aziende che inducono a comportamenti sociali potenzialmente negativi, come videogame violenti o social media che hanno un impatto mentale avverso. E neppure nei casinò, perché possono creare dipendenza dal gioco».
Un processo di investimento complesso
«Direi sfidante. Innanzitutto eliminiamo dall’universo azionario tutto ciò che può essere considerato controverso, come l’industria delle armi, e questa è una scelta condivisa a monte in tutte le nostre strategie. Poi ricerchiamo attivamente imprese che operano nel mondo dei servizi e contribuiscono, con il loro modello di business, ad alimentare i nostri tre pilastri: learn, care ed enjoy. Da qui si redige una lista di aziende che vengono analizzate secondo un approccio bottom-up, attraverso uno scrupoloso lavoro di analisi finanziaria, usando dati che otteniamo anche da parti terze, per potere attribuire uno score Esg a ciascuna di esse. Si tratta di un processo rigoroso che applichiamo per valutare la qualità del management, il livello del servizio offerto, la qualità dell’amministrazione contabile, il rispetto della diversity nel consiglio di amministrazione. Ma non finisce qui, perché noi siamo investitori di lungo periodo e quindi agiamo come azionisti attivi, facendo engagement».
Misurate l’impatto delle vostre scelte di investimento?
«Lo facciamo con i diversi strumenti a disposizione, che sono in continua evoluzione. Si tratta di un passaggio molto importante, perché non basta parlare di filosofia di investimento, ma bisogna dimostrare concretamente i risultati raggiunti. È proprio per questa ragione che rileviamo l’esposizione del fondo agli Sdg dell’Onu, alle controversie, all’impatto ambientale. Facciamo tutto ciò con molta attenzione e periodicamente. La strategia Pictet-Human, in base alla Sfdr, è classificata come articolo 9».
In quali settori investe il fondo?
«Innanzitutto il fondo investe globalmente, a tutti i livelli, senza alcuna limitazione e là ove esistono aziende che riteniamo interessanti e che, sostanzialmente, offrono un contributo positivo alla società. Quindi, la nostra esposizione settoriale è il risultato di questo processo. La maggior parte rientra nel perimetro dei consumi discrezionali, anche se, di fatto, le aziende selezionate mostrano caratteristiche più assimilabili ai beni di consumo di prima necessità. Esse infatti offrono servizi che sono fruibili per un lungo periodo e sono rinnovabili (la sottoscrizione a piattaforme che forniscono contenuti multimediali, piuttosto che corsi di formazione o di educazione), garantendo così, a tendere, una buona visibilità sull’evoluzione del fatturato. È un universo di riferimento di circa 2 trilioni di dollari di capitalizzazione di mercato, cui appartengono imprese con modelli di crescita tra loro diversi: da quelle molto digitali ad altre più tradizionali. Per quanto riguarda la parte learn, si possono trovare i classici corsi scolastici, piuttosto che quelli online con strumenti digitali, o servizi di collocamento. Sul versante care ci sono le case di riposo, l’assistenza sanitaria domiciliare, le piattaforme per appuntamenti e le strutture veterinarie per gli animali domestici, che vengono percepiti sempre più come membri della famiglia. Sempre in merito all’esposizione settoriale, circa il 25% è nel settore dell’health care e poi, in percentuali più contenute, nei servizi di comunicazione, nell’immobiliare e, in minima parte, anche nell’It».
Qual è il vostro stile di investimento?
«Lo definirei “growth at a reasonable price”, che significa cercare società che mostrano una crescita costante degli utili al di sopra della media di mercato, escludendo quelle che hanno valutazioni molto elevate. All’interno del nostro processo di investimento le valutazioni giocano un ruolo importante, perché sono un fattore di rischio. Inoltre, nell’universo in cui operiamo, in continua crescita, ci sono molte Ipo, in particolare negli ultimi 12 mesi. Diventa quindi indispensabile avere solidi parametri di riferimento per prendere decisioni d’investimento e operare con la dovuta cautela, soprattutto nei confronti di aziende che sono nuove per il mercato. Un approccio quest’ultimo che è adottato in tutti i fondi tematici di Pictet, dove solitamente le Ipo hanno un peso contenuto nei portafogli».

