Pimco è diventata famosa per l’espressione new normal; se dovesse delineare lo scenario di lungo periodo, che cosa c’è oggi di diverso rispetto a quel paradigma?

Joachim Fels, Global Economic Advisor, Pimco

«Con new normal noi di Pimco intendevamo già nel nostro Secular Outlook 2020, “Cambiamenti sempre più dirompenti”, un mondo caratterizzato da un trend di crescita economica e di inflazione più ridotte ma anche più stabili, rispetto ai decenni precedenti. Questo scenario si accompagnava in maniera naturale a livelli dei tassi più contenuti e a un ammontare tutto sommato modesto di volatilità sui mercati finanziari.  Con l’epidemia di Covid-19, ci lasciamo alle spalle il decennio di Nuova normalità. Nel nostro Secular outlook 2021, “L’epoca della trasformazione”, ci aspettiamo, infatti, almeno per i prossimi cinque anni, un ambiente radicalmente diverso. Molto probabilmente si registreranno cicli economici più intensi, ma anche più brevi, con una più marcata divergenza a livello di regioni e paesi. Al di là del fattore scatenante dato dalla pandemia, riteniamo che alla base di questa trasformazione vi siano tre fattori di rottura rispetto al recente passato, ossia il processo di decarbonizzazione dell’economia, la disruption portata dalla progressiva digitalizzazione e, infine, il trend, per così dire, di deglobalizzazione in atto».

Quale impatto avrà la transizione verso un modello più sostenibile?

«È evidente che i governi e le aziende, in particolar modo fra le nazioni sviluppate e in primis in Europa, stanno aumentando gli sforzi per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni di carbonio nel 2050. Ciò apre una serie di problemi non indifferenti e di non facile valutazione. Ad esempio, vi è la questione della stima degli stranded asset delle aziende energetiche, che si accompagna a un chiaro trend di disinvestimento generale nei comparti legati ai combustibili fossili a fronte di un’esplosione del capex dedicato a rinnovabili e infrastrutture verdi. Non va sottovalutato, inoltre, il pericolo di un aumento eccessivo dello zelo regolatorio da parte dei governi, che si può tramutare in improvvisi aumenti dei costi energetici. Si tratta di una miscela che chiaramente può indurre sbalzi di breve periodo piuttosto intensi, sia sui mercati, sia sull’andamento dell’economia».

Complessivamente quale dovrebbe essere l’impatto dei fenomeni appena descritti sull’inflazione?

«Per quanto riguarda il trend di lungo periodo, l’incertezza è ancora forte. Alcune conseguenze della decarbonizzazione, ad esempio un assetto legislativo più stringente in materia ambientale, sono chiaramente inflative, mentre non manca neppure chi sostiene che la possibilità di arrivare alla fornitura di energia pulita a costi bassissimi e in quantità illimitata costituisca un fattore chiaramente deflativo».

Qual è la vostra lettura del processo di digitalizzazione in corso?

«Si tratta ovviamente di un fenomeno che è ormai in corso in maniera sempre più intensa da diversi anni, cui l’epidemia di Coronavirus non ha fatto altro che mettere il turbo. Infatti, il capex tecnologico in quasi tutti i settori produttivi è ai massimi storici. Ciò si sta traducendo in aumenti di produttività già visibili nei dati degli ultimi mesi.  Alcuni di questi incrementi sono ciclici, perché l’economia sta affrontando adesso il processo di riapertura dopo quella che è stata praticamente la peggiore recessione della storia. Una buona percentuale, però, è di tipo strutturale e questi sviluppi, ovviamente, hanno un impatto marcatamente deflativo. Ma il rischio è vedere una cesoia ancora più netta fra i vincitori e i vinti di questo trend. Ci attendiamo peraltro un aumento della disoccupazione generata dal processo di automazione, il che rappresenta senz’altro un elemento da tenere d’occhio, in quanto probabilmente andrà a favorire il consenso di movimenti e partiti populisti e anti-sistema. Non vi è quindi affatto da sorprendersi del fatto che la Cina abbia adottato, nei confronti dei propri giganti tecnologici, un approccio più pesante rispetto al passato in nome dell’obiettivo dichiarato della prosperità comune, cioè colmare il divario che la disruption tecnologica sta creando a livello sociale. In sé misure di questo genere sul lungo periodo possono anche rivelarsi positive per la crescita, il rischio però è di implementare in maniera sub-ottimale queste politiche».

Veniamo, invece, alla deglobalizzazione: che cosa sta cambiando?

«Sicuramente anche in questo ambito la pandemia ha accelerato mutamenti già in atto. Nello specifico, sempre più aziende si stanno rendendo conto del fatto che avere costruito filiere sempre più complesse e dipendenti in grande misura dalla Cina costituisce un fattore di debolezza non indifferente. La tendenza, quindi, è diversificare maggiormente i propri processi produttivi. Di per sé, ciò non costituisce una spinta verso una minore globalizzazione, ma al tempo stesso questo cambio di strategia si sta accompagnando alla tendenza a riportare le filiere più vicine ai mercati di sbocco. Le tensioni politiche fra Stati Uniti e Cina e i problemi di approvvigionamento registrati durante la pandemia hanno dato un forte stimolo in tale direzione. Il fenomeno, ovviamente, fornisce un certo sostegno all’inflazione, anche se comunque va specificato un punto: si tratta di un movimento che non esito a paragonare a quello dell’avanzare di un ghiacciaio. Non si vedranno, infatti, a breve cambiamenti radicali, ma il proseguimento di un fenomeno di lungo periodo».

Di conseguenza come vede delinearsi i prossimi anni?

«Come detto, probabilmente vi saranno cicli di crescita più rapidi, intensi e localizzati, sostenuti con ogni probabilità da improvvisi boom di investimenti in determinate aree. In parallelo, è lecito attendersi l’emergere di bolle su varie asset class: basti pensare a quanto sta accadendo attualmente sulle crypto o in varie nicchie dei green asset. Potrebbero quindi verificarsi intense e repentine crescite nell’andamento dei prezzi, così come cali improvvisi dell’inflazione».

Per quanto riguarda il futuro immediato, che cosa vi aspettate?

«Sicuramente il problema recentemente esploso dei colli di bottiglia in molte filiere andrà a pesare sulla crescita del 2021 e della prima parte del 2022. A nostro avviso, l’effetto risulterà nel complesso modesto: rispetto alle nostre previsioni precedenti, pensiamo infatti che il Pil globale si ridurrà in un range compreso fra lo 0,5% e l’1%. Questo effetto dovrebbe farsi sentire anche nella prima metà dell’anno prossimo, con un’economia che potrebbe poi recuperare nella seconda parte del 2022. Contemporaneamente, l’inflazione dovrebbe registrare quest’anno il proprio picco più intenso: in Europa è probabile che si arrivi a +4%, che dovrebbe poi ridursi intorno a +1,5% l’anno prossimo. Ci tengo comunque a precisare che lo scenario stagflativo, di recente uno spauracchio molto presente sui media, per il momento è ancora decisamente lontano. Infatti, per quanto si stia assistendo a un affievolimento della crescita del Pil, siamo tuttora di fronte a economie che stanno correndo ben al di sopra del proprio trend di lungo periodo a causa del processo di riapertura in corso».