di Antonella Ferrara

In questo numero vale la pena raccontare una storia straordinaria legata all’intoccabile mondo degli stilisti. Una donna coraggiosa con una visione della sostenibilità che sta dimostrando che il mondo della moda deve e può cambiare. È Rossana Diana, ideatrice e fondatrice del progetto Venette Waste e presidente della Web Fashion Academy.

L’industria della moda è riconosciuta tra le più inquinanti. Come si contrasta questo impatto?

«L’industria della moda è divenuta così inquinante, a causa della progressiva contrazione dei cicli produttivi, della tendenza a produrre sempre più capi, dettata dalla velleità di soddisfare qualsiasi occasione d’uso, di realizzare una distribuzione disegnata al servizio di un consumatore deresponsabilizzato e conteso. In questo contesto, si è determinata la tendenza a un’inutile incessante produzione e la conseguente insostenibilità del sistema moda.  Direi, quindi, che più che concentrarsi su come fare un prodotto meno tossico o a impatto inferiore rispetto all’ambiente, dobbiamo puntare a realizzare un sistema di produzione diverso, che si fondi su un paradigma opposto a quello attuale e, dunque, che riveda il flusso dei cicli produttivi, la quantità dei prodotti immessi sul mercato e il modo in cui essi persistono sul mercato. Occorre realizzare nuove logiche di produzione e di distribuzione e, soprattutto, determinare per gli organismi produttivi del futuro una nuova cultura basata sulla competizione collaborativa. Nell’impresa del futuro il fine del profitto diviene il mezzo per la rigenerazione dei sistemi naturali della Terra».  

Come sta rispondendo il mondo della moda a questo problema?

«La situazione attuale è caratterizzata esclusivamente da azioni cosiddette di green washing, azioni intraprese in un sistema di produzione lineare che vertono a dimostrare una correzione di prodotto o di processo verso un minore impatto ambientale anche solo per fini di marketing. Sono casi diversi: alcuni sono più organizzati e virtuosi, perché in grado di dare più trasparenza alla catena produttiva e risultati tangibili anche servendosi degli standard delle certificazioni, altri si limitano a comunicare bene azioni che non portano a risultati effettivi e che addirittura, come emerso in taluni casi, sono state fatte solo per coprire e dare una facciata green a chi non può permettersi di realizzare sistemi davvero sostenibili. Sono, a mio parere, tutte azioni di green washing, perché al servizio del modello organizzativo lineare che è ancora quello che prevale a livello globale. La caratteristica lineare di produzione è proprio quella che trasforma anche l’azione più virtuosa in una nulla, indipendentemente dalla buona volontà o dall’eventuale comportamento opportunistico di chi la attua. In altre parole, nel sistema attuale ogni azione sostenibile o circolare lungo il suo svolgersi prima o poi viene fagocitata dalle logiche imperanti, trasformandosi così in una mera azione di green washing. Abbiamo bisogno di un sistema produttivo che si compia su presupposti strutturali inediti, affinché tutte queste azioni possano divenire davvero efficaci e condivise da tutti per il migliore risultato, che prevede innanzitutto un cambio di paradigma culturale».

Che cosa è Venette Waste?

«Venette Waste è il progetto che ha trasformato la mia vita, è la visione della sostenibilità che ho maturato sin dal 2009 e che mi ha permesso di sviluppare l’esperienza che oggi metto a disposizione del comparto moda; è l’embrione dell’economia circolare per la moda, che oggi con il lavoro svolto dall’associazione Web Fashion Academy, Centro della Cultura Rigenerativa, si è trasformato nel Protocollo Waste Couture, il disciplinare che elenca le specifiche che vanno dall’ufficio stile alla produzione e dalla distribuzione alla comunicazione, per targare il sistema di produzione a ciclo chiuso. Il concetto base è semplice. Consiste nel riconoscere e usare lo spreco di valore (riconoscibile attraverso le specifiche del Protocollo, parte 3), come punto di partenza e azione di buon senso per avviare il ciclo chiuso di produzione (Protocollo, parte 1 e 2). Venette Waste è la regina dello spreco, un personaggio illustrato, una donna, una maestrina intellettuale con gli occhiali e un falco come guida di consapevolezza. Per enfatizzare la struttura orizzontale e partecipativa dell’organizzazione, si è fatto del nostro leader un fumetto. Venette Waste si pone come una cartina tornasole: catalizza i desideri di tutti coloro che sentono l’esigenza di un modello produttivo diverso e coerente con le necessità di un pianeta da rigenerare. Oggi è principalmente il nostro progetto di comunicazione ed è volto soprattutto al consumatore di domani, quello circolare». 

Che cosa è Wastemark?

«Wastemark è il marchio di certificazione internazionale, il cui uso è autorizzato a chi compie la produzione a ciclo chiuso secondo le specifiche del protocollo Waste Couture. Il marchio è un’immagine curiosa e che incuriosisce: riporta una corona con gli occhiali. La corona rappresenta nell’immaginario collettivo l’idea del lusso, della ricchezza e del valore materiale, al contrario, l’occhiale (di  Venette) simboleggia la visione, la cultura e la spiritualità come valori intangibili; il mantenimento dell’equilibrio tra questi due elementi è la rappresentazione un po’ olistica e un po’ pop che il marchio suggerisce».

Che cosa significa “lo stile è sostenibilità”?

«“Lo stile è sostenibilità” è lo statement di Venette Waste e vuole affermare che, oggi più che mai, in un mercato pieno di prodotti, fare o prediligere l’acquisto di beni anche certificati a sostegno di qualsiasi aspetto della sostenibilità non prescinde dal rispetto dell’alto contenuto di stile, inteso come design del prodotto. Con il Protocollo Waste Couture si dimostra anche che lavorare usando prioritariamente l’esistente non si mortifica assolutamente questo aspetto, giacché lo spreco di valore, proprio perché esistente in grandi quantità, non penalizza nella sua offerta alcuna idea creativa».

Quanto questo percorso è percorribile dall’industria della moda?

«L’avvio di una produzione a ciclo chiuso è facilmente percorribile attraverso il Protocollo Waste Couture. Esso consente alle aziende di fare un’esperienza a latere e non invasiva che prevede la costruzione di un’unità produttiva dedicata, che realizzi ogni aspetto del grande recupero di valore tracciato lungo il percorso circolare. Inoltre, annunciamo che è in fase di costituzione una società cooperativa che, avvalendosi di una piattaforma digitale, faciliterà lo scambio diretto fra tutti gli operatori di beni, strumenti e servizi certificati Wastemark. La cooperativa si chiama Co-Upi e il lancio è previsto per febbraio 2022; questa struttura accoglie professionisti, associazioni e imprese che vogliono iniziare a intraprendere in maniera progressiva il cambiamento». 

Come si controlla la tracciabilità di un prodotto?

«Con il percorso di certificazione del Protocollo Waste Couture è facile, perché è anche un documento intelligente. La collaborazione con lo Studio Costanzo & Associati, AI Value e Obda System, uno spin-off dell’Università la Sapienza, ha permesso di ideare un software dedicato a guidare, attraverso i sistemi gestionali, qualsiasi operatore al migliore sviluppo di sistema e a realizzare un nuovo dato per il prodotto moda: l’Rfp (Regenerating function point). Con l’ottenimento di questo dato, ogni passaggio di lavorazione mantiene aggiornate tutte le aziende sul percorso rigenerativo che quel determinato prodotto sta avendo nella sua costruzione. L’Rfp, calcolato sulla base degli indici predisposti (Rainbow Index), è un risultato economico, è il costo del prodotto moda rigenerativo, è il risultato tangibile e sul quale dobbiamo lavorare tutti insieme in termini migliorativi per l’abbattimento delle emissioni climalteranti e a favore della rigenerazione di sistemi naturali della Terra». 

Che cosa significa parlare di etica nel mondo della moda? 

«Significa finalmente riconoscere, oltre ai principi dettati dalla Rsi (Responsabilità Sociale d’Impresa), i diritti della natura intesa come comunità di tutti gli esseri viventi e non, presenti nella biosfera».