Paolo Proli, head of retail division executive board member di Amundi Sgr, partecipa al Focus Trend.

Come sta cambiando la normativa sulla sostenibilità?

«La normativa sta diventando sempre più stringente con la direttiva sulle comunicazioni d’impresa che arriverà alla fine del 2022, la Csrd (Corporate sustainability reporting directive), cioè l’evoluzione della Nfrd (Non-financial reporting directive). La nuova direttiva riguarda il reporting standard sulla sostenibilità e punta al suo miglioramento per contribuire alla transizione verso un sistema economico e finanziario allineato al Green deal europeo e agli Sdg. L’impegno che le aziende dovranno assumere è importante, soprattutto se si tiene conto che, all’interno dell’indice Msci World Ac, solo il 3% delle società presenti è allineato alla tassonomia europea. L’universo investibile si presenta così ancora poco disciplinato e, proprio per questo motivo, diventa fondamentale allineare la politica di investimento e identificare i modelli di business che generano un impatto misurato attraverso il loro contributo agli Sdg.  E ciò, così come viene proposto nella Csrd, spinge ulteriormente a una più chiara trasparenza nella comunicazione dei dati di incidenza nelle politiche di sostenibilità: le aziende dovranno considerare le prospettive di materialità, sia inside-out (come i fattori di sostenibilità influenzano l’attività e lo sviluppo dell’azienda), sia outside-in (l’impatto dell’attività dell’azienda sul mondo circostante). All’interno di questo contesto, con i policymaker e le istituzioni preposte che si stanno adoperando per indirizzare fondi pubblici affinché si possa realizzare un modello di sviluppo sostenibile, anche il mondo della finanza ricopre un ruolo attivo che lo vede partecipe della creazione di un capitalismo responsabile, come io amo definirlo. La sostenibilità è un motore di trasformazione che passa attraverso una transizione che si articola su due grandi livelli, ambientale e sociale, che si possono definire come il “thematic premium” per i prossimi dieci anni».

Che cosa è il thematic premium?

«Il thematic premium è la performance che non può essere spiegata da fattori quali mercati, settori, stili, paesi o valute. Esso prevede un approccio che va a scomporre il rischio e la performance degli universi tematici per estrarre il premium, dove esiste, e ad analizzare i fattori di rischio che sottendono questi universi. Si tratta di una filosofia di investimento che è particolarmente sviluppata, all’interno del nostro gruppo, da Cpr Am. Non possiamo non intuire che oggi c’è un enorme thematic premium all’interno delle selezioni di investimento, grazie proprio alla sostenibilità, l’ulteriore tassello che deve integrarsi agli elementi che vengono utilizzati nella definizione dell’asset allocation. Si tratta di strutturare un processo che permetta di estrarre alpha, analizzando il modello di business della singola azienda, che può avere un diverso grado di impatto sulla sostenibilità in base a come produce, come interagisce sull’intera filiera di valore, come si comporta non solo nei confronti degli azionisti, ma anche dei portatori di interesse, del personale, nelle politiche di governance. Credo che, nelle decisioni di costruzione di un portafoglio nel XXI secolo, non si dovrà più guardare al risk return, bensì all’impact return: in altre parole si dovrà sempre più considerare l’impatto positivo come elemento trainante del ritorno degli investimenti, nell’interesse del pianeta e della comunità. In sintesi, si dovrà guardare al “thematic risk impact premium”».

Qual è l’impegno di Amundi in questa prospettiva?

«Come leader nel mercato europeo nell’ambito dell’asset management, Amundi è impegnata a essere fortemente indirizzata verso la consulenza sostenibile per l’asset allocation, il distributore e le banche intermediatrici che collocano i nostri prodotti. Abbiamo 2 trilioni di euro di masse in gestione e, di conseguenza, la possibilità di agire in tale direzione. Proprio per questo motivo, ci siamo dati un’agenda di sostenibilità molto stringente per il 2025, che ha ripreso il piano triennale precedente conclusosi con successo, permettendoci di essere, con l’introduzione della Sfdr, la società con più fondi classificati come articolo 8 e 9.  Nel periodo siamo riusciti a integrare i criteri Esg, con un modello proprietario, all’interno del nostro processo di investimento e ciò ha permesso di creare una filiera di fondi improntati alla sostenibilità, con diverse sfumature al loro interno: dalle aziende considerate “improver” a quelle che generano invece impatto». 

Quali sono i nuovi obiettivi del vostro piano per il 2025?

«Il piano stabilisce obiettivi, sia per le soluzioni di risparmio e di investimento per la clientela, sia per la politica di coinvolgimento (engagement) di Amundi nei confronti delle aziende. Oltre ad avere aderito alla Net zero asset managers initiative nel luglio 2021, Amundi è impegnata oggi nella realizzazione di un percorso più veloce verso la decarbonizzazione. Il piano 2022-20525 si basa su tre obiettivi: 

1) impegnarsi affinché le sue soluzioni di risparmio progrediscano ulteriormente nell’investimento responsabile; 

2) chiedere a un numero maggiore di imprese di definire strategie credibili di allineamento all’obiettivo net zero 2050; 

3) assicurare il supporto alle nuove ambizioni da parte dei propri dipendenti e degli azionisti».

Da inizio anno l’interesse nei confronti della sostenibilità sembra avere perso un po’ di vigore…

«Per quanto riguarda la raccolta, ritengo che all’inizio dell’anno ci sia stata una pausa di riflessione, viste la maggiore volatilità e la complessità di lettura del contesto di mercato; di conseguenza, non penso che in ciò si debba leggere un momento di stanca nei confronti dei temi legati alla sostenibilità. L’inflazione ha preoccupato gli investitori che hanno probabilmente pensato a coprire la loro esposizione ai mercati da questo rischio, ad esempio guardando più ai titoli value, rispetto a quelli growth, dove non è detto che la sostenibilità sia la caratteristica distintiva delle aziende. Non penso che i risparmiatori abbiano abbandonato il desiderio di aggiungere le politiche di impatto ai loro portafogli: il denaro è sì lo strumento con cui si investe, ma attraverso il quale si vuole anche incidere affinché le imprese continuino a dare il loro contributo positivo al contesto in cui operano. Se oggi, con lo scenario di guerra tra Russia e Ucraina che potrebbe causare un aumento dell’avversione al rischio, si riuscisse a tenere la barra diritta, si comprenderebbe ancora di più perché investire nei temi legati alla sostenibilità e alla transizione energetica è importante».

Però si è visto un vivace dibattito sulla tassonomia della finanza sostenibile. 

«La tassonomia è ancora in fase di legiferazione e ben venga la discussione in merito. Non penso che sia scorretto avere incluso, sia il nucleare, sia il gas. Il primo non può essere ignorato, visto non solo il contesto contingente, ma il ruolo che può ricoprire nella transizione verso le rinnovabili, attualmente non sufficienti a sopperire al fabbisogno energetico. Inoltre, il gas è meno inquinante di altri vettori fossili, quali il carbone e il petrolio. Per quanto riguarda, invece, il nucleare, bisogna riflettere sulle nuove tecnologie che stanno aprendo nuovi campi, come quello della fusione, con rischi decisamente minori rispetto a quelli di 50 anni fa. Se la ricerca ci permette di fare sì che questa fonte sia sicura e a zero emissioni, non ci si può permettere di ignorarla. E anche in questo caso, come per il gas, essendo una fonte immagazzinabile può essere utilizzata per facilitare la transizione».

Lei pone grande enfasi sulla transizione energetica.

«La transizione energetica è fondamentale da qui al 2030 ed è all’interno di questo ambito che va ricercato il thematic premium, cui ho accennato poc’anzi, con un’ottica di investimento di lungo termine che tocca, tra l’altro, molti degli Sdg. Il problema dell’incremento della temperatura terrestre oltre 1,5° è una preoccupazione che tocca tutti ed è per questa ragione che la politica ambientale “net zero” diventa un obiettivo obbligato. La storia dell’umanità ha circa 3 milioni di anni, che corrispondono a 100 mila generazioni, che hanno conosciuto tre rivoluzioni energetiche: la scoperta del fuoco, il neolitico e la rivoluzione industriale. Oggi siamo dinnanzi alla quarta, che coinvolge 8 miliardi di persone, che dovrebbero diventare 10 miliardi entro il 2050. Ciò significa che il consumo energetico (attualmente 860 exajoules di consumo primario all’anno) è in forte crescita e, poiché l’80% delle fonti di reperimento è costituito da carbonfossili, con solo il 10% di rinnovabili, si apre uno spazio gigantesco di conversione. Il “net zero” entro il 2050 ce lo siamo dati come obiettivo, perché la comunità scientifica ci sta già dicendo che abbiamo già toccato 1,2° di aumento della temperatura media terrestre rispetto all’era pre-industriale e gli impatti sull’ecosistema sono enormi, con ricadute sociali ed economiche pesantissime. È fondamentale agire subito, in maniera incisiva e spingere con forza verso una transizione energetica che vada dal carbonfossile alle rinnovabili, una consapevolezza quest’ultima che è stata fatta propria dai governi (Next Gen Eu), ma anche dai suoi cittadini. Posizionarsi come investitori in linea con questa evoluzione permette di essere partecipi della trasformazione del modello di crescita e poterne beneficiare. In questo ambito, Amundi ha lanciato diverse soluzioni di investimento».

A quali strategie di investimento si riferisce?

«All’interno del tema della transizione energetica abbiamo deciso di lanciare alcuni prodotti verticali, specializzati in determinati ambiti, come, ad esempio, l’idrogeno, che si stima possa diventare un’importante fonte entro il 2050. Gli investimenti pubblici legati a questo elemento dovrebbero toccare 11 trilioni di dollari nei prossimi trent’anni, tanto da pesare per il 17% all’interno dell’offerta energetica globale e con la possibilità di creare 30 milioni di nuovi posti di lavoro con mano d’opera qualificata. Si tratta di un fenomeno che rientra nella “just transition”, ovvero quella transizione giusta che ha ricadute sull’ambiente, ma anche sul tessuto sociale. Lo scorso dicembre Cpr Am ha lanciato un fondo dedicato all’idrogeno che ha già raccolto circa 400 milioni di euro, riscuotendo un grande interesse tra gli investitori, che possono così partecipare alla transizione energetica finanziando le aziende coinvolte. È da questo punto di vista che crediamo che l’approccio “thematic allocation” sia una soluzione interessante di diversificazione verso modelli di business che appaiono innovativi, promettenti e che possono creare valore nel lungo termine».

Ma avere strumenti verticali, ad esempio in campo energetico, non può diventare una scelta rischiosa nel momento in cui la concentrazione su una fonte piuttosto che un’altra si dimostrasse meno promettente delle attese?

«Penso che in questo modo si dia di fatto una possibilità in più all’investitore di partecipare a tutta la filiera energetica e di finanziare quelle realtà molto avanzate, ma con risorse limitate a disposizione, che hanno bisogno di essere sostenute. Amundi si impegna a fare arrivare capitali nelle aree di sviluppo della transizione, come il citato idrogeno, e che già esistono, individuando gli ambiti di intervento e quelli che sono i vari protagonisti che giocano un ruolo significativo. Creiamo un ecosistema all’interno del quale allochiamo le nostre risorse. Ciò permette, sulla base di un obiettivo specifico, di diversificare ulteriormente le scelte di investimento, in modo che non vi sia una unidirezionalità tra le componenti del portafoglio».

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