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Due anni di lungo Covid e poi la guerra; oggi tutti si domandano: «Che cosa accadrà dopo?»
Per la maggioranza si chiamano emergenze o crisi, per alcuni speculazione, per altri guadagno. Infatti, nonostante le immagini dei media ci stiano trasmettendo tutto il vero orrore del conflitto, nemmeno lontanamente immaginabile a chi non lo sta vivendo sulla propria pelle, come è noto, qualche società e alcune grandi banche d’affari ci stanno guadagnando e quasi tutti gli stati, anche l’Italia, stanno “investendo” nel settore degli armamenti. Qualcuno sostiene che la spesa per la difesa fa bene all’economia. Vero è che però i fallimenti sono in aumento a livello internazionale e la grande maggioranza delle imprese non è preparata a risolvere un’emergenza che diventa crisi e poi ne segue un’altra e così via da due anni a questa parte. Senza che si veda la fine.
Chi ha ragione? Quale strategia attuare per superare le crisi nelle quali siamo immersi in continuità e ricominciare a creare valore? Le risposte e le soluzioni ci sono. Il mondo post crisi sarà, come dice la parola stessa, krisis, che significa decisione, un mondo in cui è stata presa una decisione sulla base di elementi di scelta resilienti e durabili. Vediamoli.
I numeri dei fallimenti
I numeri di imprese oggetto di fallimento in Francia, scrive “Le Monde”, sono il 35% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. In Italia, i rapporti delle associazioni di categoria sono allarmanti. Secondo Confcommercio, nel primo trimestre 2021 è crollato l’indice di fiducia sul futuro per gli imprenditori della ristorazione rispetto allo stesso periodo del 2020: -68,3%. La quasi totalità degli operatori di questa categoria (l’84,3%) ritiene che la «ripresa del settore avverrà solo alla fine dell’emergenza». L’impatto diretto e indiretto sull’economia italiana è sempre più disgregante. Nel 2020 ha causato una riduzione del Pil dell’8,9%; un numero di fallimenti contenuto solo grazie alle massicce misure economiche del governo. Infatti, da una stima della Fondazione nazionale dei commercialisti e dei professionisti, nel 2021 si è risentito dell’effetto “bolla” creato dalle misure agevolative del governo, ma viene calcolato che nel 2022 ci sarà un aumento del 29,3% del rischio di solvibilità. Le dichiarazioni possono mentire a volte, ma la verità è che anche alcuni marchi famosi sono falliti: nella moda, nell’alimentare, nei trasporti aerei, nella tecnologia e nell’energia, sono tanti i grandi nomi falliti o vicini al rischio di forte ridimensionamento, di chiusura o di bancarotta. In Italia, ad esempio è fallito lo storico marchio di jeans “Rifle”, azienda fiorentina fondata nel 1958; a saltare durante l’epidemia di coronavirus è stato anche il brand di costumi made in Italy Parah. Per non parlare del settore del teatro, del cinema e dell’intrattenimento in Italia e non solo.

