a cura di Pinuccia Parini
Il mandato di Imran Khan come primo ministro del Pakistan è terminato dopo giorni di caos costituzionale che lo hanno lasciato senza altra alternativa che le dimissioni. Al suo posto il parlamento ha eletto Shehbaz Sharif del Pml-N. Prima del voto, i parlamentari del partito Pakistan Tehreek-e-Insaf (Pti) di Khan si sono dimessi in massa.
Dal cricket a premier
Imran Khan, eroe nazionale quando era giocatore di cricket, ha fondato nel 1996 il Pakistan Tehreek-e-Insaf (Pti), uno dei tre principali partiti politici del Pakistan ed emerso come formazione dominante dopo le elezioni generali del 2013. La decisione di Khan di entrare nell’agone della politica comportò il superamento di molti ostacoli, soprattutto per il suo curriculum e la sua figura pubblica, e per tali ragioni fu spesso deriso per le sue ambizioni. Presentatosi come riformatore, con una netta connotazione religiosa, pronto ad assistere i meno abbienti, l’ex primo ministro ha cercato di offrire un’alternativa alle due principali forze politiche esistenti nel Paese: il Pakistan Muslim League-N (Pml-N) e il Pakistan Peoples Party (Ppp), in costante conflitto tra loro.
Nel 2011 il suo movimento iniziò ad acquisire slancio politico, emergendo come una forza fresca, attirando milioni di pakistani alle sue manifestazioni, grazie alle sue posizioni antipopuliste, anti corruzione e anti americane. Khan, nel dipingersi come un riformatore in alternativa alle radicate dinastie politiche del Pakistan, riuscì a raccogliere un ampio consenso. La sua proposta fu portare un cambiamento nel Paese, creando un “nuovo Pakistan”. Ma fu solo con il sostegno dei leader militari che, nel 2018, divenne primo ministro, fatto che non gli risparmiò la critica da parte dei suoi oppositori di avere manipolato le elezioni. Con lui il Pakistan ha inaugurato una nuova politica estera, che ha visto il Paese allontanarsi dagli Stati Uniti per avvicinarsi a Russia e Cina.
L’estromissione di Khan
La crisi del governo Khan è scoppiata alla fine dello scorso marzo, con l’uscita dalla coalizione di governo del partito Muttahida Qaumi Movement Pakistan, occasione colta dall’opposizione per chiedere un voto di sfiducia. In realtà, l’operato dell’ex-primo ministro è risultato inferiore alle aspettative dei suoi elettori e, presumibilmente, gli è venuto a mancare anche il supporto dei militari, che lo avevano sostenuto nella sua ascesa. L’evoluzione della situazione è stata molto complessa, tanto da potere essere definita di carattere costituzionale. Infatti, il vicepresidente del parlamento, dello stesso partito del premier, aveva bloccato il voto sulla mozione di sfiducia presentato dall’opposizione, provocando così l’intervento della Corte Suprema. Tutto ciò dopo il tentativo dello stesso primo ministro di sciogliere il parlamento e indire nuove elezioni, dichiarate illegali dalla stessa Corte.
Alla delicata situazione politica si è poi aggiunto un presunto documento in cui veniva menzionata un’ingerenza da parte dell’assistente del segretario di stato americano per gli affari dell’Asia meridionale e centrale, Donald Lu, che avvertiva della possibilità di possibili «terribili conseguenze» per il Pakistan se Khan fosse rimasto al potere. Il fatto aveva portato lo stesso Khan a denunciare una cospirazione da parte americana per estrometterlo dal potere, che è stata a sua volta negata da Washington.
La situazione economica
Il mandato di Khan è stato relativamente stabile, tanto che si pensava che avrebbe potuto rimanere in carica per i previsti cinque anni, caso più unico che raro per il Paese. Così non è avvenuto. Di fatto, il suo governo aveva cominciato a incontrare diverse difficoltà dalla fine dello scorso anno, a causa di un aumento dell’insoddisfazione per la gestione dell’economia. L’obiettivo che l’ex-primo ministro si era dato di eliminare l’elevata volatilità dei cicli economici, caratterizzati da forti crescite e brusche frenate dell’attività, non è stato raggiunto. Il Pakistan sta attraversando una grave crisi inflazionistica, con l’indice dei prezzi al consumo che ha toccato, ad aprile, il 13,4% e le ricadute sulle fasce della popolazione meno abbienti si stanno facendo sentire. Il peggioramento della situazione segue un periodo in cui il governo, come riferisce la Banca Mondiale (rif.: https://www.worldbank.org/en/country/pakistan/overview#1), aveva utilizzato efficacemente i lockdown per frenare la diffusione della pandemia, consentendo in gran parte all’attività economica di continuare. Gli effetti negativi erano stati smorzati da un’espansione del programma nazionale di trasferimento di denaro (“National cash transfer programme”), una campagna di vaccinazione di massa, politiche macroeconomiche accomodanti e misure di sostegno al settore finanziario. La crescita del Pil è stata +5,6% nell’esercizio 2021, dopo una contrazione dell’1,0% nel 2020. Tuttavia, sottolinea sempre l’istituto internazionale, le debolezze strutturali di lunga data dell’economia e la bassa crescita della produttività mettono a rischio una ripresa sostenuta. «Le forti pressioni della domanda aggregata, in parte dovute a politiche fiscali e monetarie precedentemente accomodanti, insieme al continuo contesto esterno meno favorevole per le esportazioni, hanno contribuito a un disavanzo commerciale record, pesando sulla rupia e sulle limitate riserve esterne del paese». Durante il periodo luglio-dicembre 2021 (prima metà dell’anno fiscale 2022), gli indicatori hanno segnalato per lo più uno slancio economico positivo. Al contrario, la fiducia delle imprese e dei consumatori è diminuita da giugno 2021, in parte a causa dei timori per l’aumento dell’inflazione e dei tassi di interesse. L’incremento del costo della vita, trainato dall’aumento dei prezzi delle materie prime globali e da un tasso di cambio più debole, ha portato la State Bank of Pakistan a rivedere la politica monetaria espansiva da settembre 2021, quando ha alzato il tasso di riferimento cumulativamente di 275 punti base e la riserva obbligatoria delle banche di 100 bps.
Il disavanzo delle partite correnti, nel primo semestre dell’anno fiscale 2022, è aumentato a 9,0 miliardi di dollari, da un surplus di 1,2 miliardi nel primo semestre 2021. La rupia si è deprezzata del 14,3% rispetto alla divisa americana da luglio 2021 a fine marzo 2022 e il deficit fiscale è salito del 20,6% nel primo semestre 2022 (anno fiscale) a causa della maggiore spesa per l’approvvigionamento di vaccini, la liquidazione degli arretrati del settore energetico e i progetti di sviluppo. La Banca Mondiale prevede che l’incremento dell’inflazione alimentare ed energetica ridurrà il reale potere d’acquisto delle famiglie, colpendo in modo sproporzionato quelle povere e vulnerabili. Le previsioni sono di una crescita del Pil al 4,3% nel 2022 e al 4,0% nel 2023 e che l’inflazione salga al 10,7% nell’anno fiscale in corso.
Il sostegno dei militari
Una delle ipotesi fatte per spiegare l’indebolimento di Khan è il deterioramento dei rapporti con i militari. Le forze armate, tra le più moderne, grandi e ben finanziate del pianeta, hanno sempre esercitato un ruolo importante nella vita del Paese. Sono inoltre le uniche nel mondo musulmano a essere dotate di armi nucleari. Le spese per la difesa, in Pakistan, pesano per circa il 4% del Pil. Dopo il 1958, l’esercito è diventato una forza sia politica, sia economica, la cui influenza è andata crescendo. Il suo protagonismo nella vita politica si è radicato negli anni ’80, mentre la maggiore penetrazione nell’economia e nella società è avvenuta negli anni ‘90 (rif.: The Political and Economic Role of the Pakistani Military, Elisa Ada Giunchi, Ispi). I militari sono anche stati i protagonisti di tre colpi di stato, che li hanno visti diventare la guida politica del Paese: è successo nel 1958, nel 1977 e nel 1999. Un’ipotesi molto condivisa è che la rottura tra Khan e l’esercito sia da ascrivere alla nomina, lo scorso anno, del responsabile dei servizi, quando l’allora primo ministro mostrò riluttanza ad affidare il ruolo al generale Nadeem Anjum indicato dalle forze armate.
Nonostante la fine dell’ultimo regime militare, di fatto, sia avvenuta nel 2008, non si può affermare che il Pakistan sia una democrazia pienamente funzionante, proprio per la penetrazione delle forze armate in molteplici ambiti della vita civile.
Il sostegno dato a Khan ha avuto una contropartita: l’esercito ha aumentato le sue sfere di influenza nella vita del Paese. I vertici delle forze armate, che non avevano gradito la visita in Russia del deposto primo ministro il giorno dell’invasione dell’Ucraina, hanno respinto anche le sue accuse di una responsabilità degli Stati Uniti nella sua estromissione dalla guida del governo. La ragione di ciò è da ricercare nel lungo rapporto delle forze militari pakistane con gli Usa, fornitori di armi nel corso degli anni e soprattutto alleati nella lotta contro il terrorismo. Tuttavia, lo Stockholm International Peace Research Institute (https://www.sipri.org/publications/2022/sipri-fact-sheets/trends-international-arms-transfers-2021, ha sottolineato che la Cina ha consegnato armi importanti a 48 stati nel 2017-21, di cui il 47% è andato a un solo: il Pakistan, che è il più stretto alleato della Cina ed è diventato sempre più dipendente dalle esportazioni di armi cinesi, anche a causa del recente deterioramento delle sue relazioni con altri fornitori, in particolare gli Stati Uniti.
Un paese non allineato
Il Pakistan fa parte delle 120 nazioni che hanno aderito al Movimento dei paesi non allineati. Non vi è quindi grande sorpresa nella decisione di astenersi all’Onu dal condannare l’invasione della Russia in Ucraina. Detto ciò, le relazioni con gli Stati Uniti hanno subito un deterioramento con l’insediamento dell’amministrazione Biden, provocando un graduale avvicinamento di Khan alla Cina e alla Russia. Le invettive dell’ex premier nei confronti degli Usa sono state diverse, negli ultimi due anni, così come da parte dei membri del suo gabinetto, che hanno festeggiato la sconfitta americana in Afganistan. Che cosa succederà con il nuovo primo ministro non è ancora chiaro, ma basterebbe guardare alla bilancia commerciale per comprendere quanto la relazione con gli Stati Unti sia importante, visto che il Paese è al primo posto per le esportazioni dal Pakistan e al terzo per le importazioni. In termini invece di fabbisogno energetico, il Pakistan è un importatore netto di fonti fossili: acquista quasi un terzo delle sue risorse energetiche sotto forma di petrolio, carbone e gas naturale liquefatto. Secondo la Asian Development bank (rif.: “Energy Security in Pakistan: a Quantitative Approach to a Sustainable Energy Policy”), una politica energetica basata sulle importazioni non è sostenibile per il Pakistan, il che lo rende insicuro dal punto di vista energetico a lungo termine. Petrolio e gas sono di gran lunga le fonti dominanti con una quota dell’80%. Il petrolio viene importato dal Medio Oriente principalmente dall’Arabia Saudita, il gas dall’Iran. Quali saranno le scelte politiche, anche in materia di relazioni internazionali, è ancora prematuro ipotizzarlo, soprattutto per la posizione geopolitica del paese e le continue difficili relazioni con la confinante India.
Il nuovo governo
Il nuovo governo, guidato da Shehbaz Sharif della Pml-N, deve ora affrontare sfide importanti, e non solo da parte di un agguerrito Khan all’opposizione. Secondo Madiha Afzal (Fellow-Foreign Policy, Center for Middle East Policy, Center for Security, Strategy, and Technology-Brookings Institution-https://www.brookings.edu/blog/order-from-chaos/2022/05/20/what-is-happening-in-pakistans-continuing-crisis/?utm_campaign=Brookings%20Brief&utm_medium=email&utm_content=213827341&utm_source=hs_email), l’attuale esecutivo deve decidere se continuare i sussidi per il carburante costosi e insostenibili che il governo di Khan aveva introdotto e che il Fondo monetario internazionale vuole rimuovere come prerequisito per rinnovare il programma di prestiti al Pakistan. Cancellare le sovvenzioni sarebbe certamente impopolare, il che preoccupa un governo il cui mandato è molto limitato, visto che le elezioni sono incombenti e contribuiscono all’incertezza politica. L’auspicio è che il futuro possa aprire le porte a un consolidamento del modello democratico e che il Paese affronti con determinazione la situazione economica, senza populismi gratuiti che non ne aiuterebbero la ripresa. Il grande punto di domanda è se i partiti politici ne saranno all’altezza.

