a cura di Pinuccia Parini

L’adozione di criteri di sostenibilità, insieme alla tradizionale analisi finanziaria, sta sempre più caratterizzando le varie soluzioni di investimento.

Fondi&Sicav ha incontrato Nathalie Flury e Michael Schroter, entrambi co-head sustainable healthcare equities per discutere del loro approccio nella gestione di Hsbc Gif Global Equity Sustainable Healthcare, fondo classificato articolo 8 in base alla Sfdr.

Come caratterizzerebbe l’andamento della spesa sanitaria?

Nathalie Flury: «Il settore healthcare è cresciuto in modo significativo negli ultimi decenni, con un livello di spesa che ha costantemente superato, in media, il tasso di crescita del Pil di circa uno o due punti percentuali. Attualmente, la spesa sanitaria complessiva nelle economie avanzate tocca livelli considerevoli: tra il 18% e il 19% del Pil negli Usa, mentre in Europa oscilla tra l’8% e il 12%. Pensiamo che si sia prossimi a raggiungere i limiti e che sia difficile nel lungo termine, mantenere questi livelli di crescita. Sin da oggi, sia i governi, sia le società assicurative, stanno limitando gli accessi a una serie di servizi e di cure, decidendo a monte che cosa e quanto rimborsare per ogni prestazione offerta, a causa dei costi. Per avere riferimenti concreti, basta guardare agli Stati Uniti, dove oltre il 40% dei pazienti non riceve le terapie necessarie, o non a sufficienza, per un problema di costi. E il fenomeno è presente anche in Europa. Crediamo che queste dinamiche mettano a rischio la sostenibilità dell’intero sistema sanitario ed è proprio considerando questo aspetto che abbiamo deciso di delineare la nostra strategia di investimento nel settore».

Quale tipo di scelte operate?

Michael Schroter: «Investiamo, considerando tutto lo spettro del comparto, in aziende che abbiano la possibilità di offrire benefici ai pazienti e, contestualmente, aiutino a ridurre i costi in modo che i trend sopra citati di Usa e Europa non conoscano ulteriori incrementi. In altre parole, investiamo in società che contribuiscono a mantenere la spesa sanitaria in linea con la crescita del Pil. Ma, se si guarda al lato della domanda, l’aumento della popolazione e l’incremento dell’età media portano con sé una cronicizzazione di alcune malattie e ciò comporta la necessità di trovare soluzioni che rispondano a queste esigenze. Come poterlo fare senza dovere affrontare un aumento della spesa è la sfida che i sistemi sanitari hanno di fronte: trovare la migliore cura a un costo che sia abbordabile, ma non necessariamente basso, e che permetta a chi se ne fa carico di rimanere all’interno del budget che si è dato».

Non c’è il rischio che questo approccio diminuisca la qualità del servizio offerto e/o intacchi i margini delle aziende coinvolte?

Michael Schroter: «Bisogna guardare il problema da una diversa prospettiva e prendere in considerazione il servizio globale che viene offerto, tutti i costi inclusi. Ed è proprio il costo totale per paziente che chi offre un servizio sanitario è chiamato a ottimizzare e a ridurre. Ci possono essere farmaci che tagliano il periodo di permanenza in cura intensiva, che, ad esempio, negli Stati Uniti è particolarmente elevato, circa 10 mila dollari al giorno. Ecco, nelle nostre decisioni di investimento, siamo alla ricerca di società che possano permettere questo tipo di efficientamento».

Quali aziende potrebbero rientrare all’interno del vostro radar d’azione?

Nathalie Flury: «Noi guardiamo all’interno di tutto l’universo healthcare: dai produttori di farmaci a quelli di apparecchi medicali, diagnostica e servizi. Individuiamo società che permettono di raggiungere risultati clinici, con una riduzione della spesa.  A essere importanti, quando si parla di sanità, sono due aspetti: lo sviluppo di nuovi prodotti e le patologie che offrono potenzialità per l’innovazione. La nostra attenzione è verso aziende che siano ben posizionate in questi ambiti, società growth, di qualità, innovative e sostenibili. Se si guarda alla composizione del portafoglio di Hsbc Gif Global Equity Sustainable Healthcare al 31 marzo scorso, si evince che la propensione è avere società di media capitalizzazione che, guardando le statistiche, sono il segmento che ha prodotto il 75% dei nuovi farmaci o trattamenti medici arrivati sul mercato. La composizione settoriale è il risultato, a cascata, di questa scelta con una forte diversificazione al suo interno che vede, tra i primi comparti, le attrezzature sanitarie (27%9), la biotecnologia (25%), l’assistenza sanitaria assistita (14%)». 

Cercate aziende che hanno la capacità di avere un prodotto nella pipeline che sarà un blockbuster?

Nathalie Flury: «Non necessariamente, anche perché il modello blockbuster è datato. Certamente ci sono malattie che, per la loro diffusione, necessitano di avere farmaci blockbuster e che attualmente vedono in campo i grandi protagonisti del settore, ma ci sono anche aree molto specifiche, più circoscritte, ma con un’elevata redditività. Noi guardiamo ad aziende che hanno prodotti che possano avere un ampio mercato di riferimento, competitivi, capaci di soddisfare i bisogni dei pazienti e potenzialità di rescita sostenibile». 

E da un punto di vista geografico, qual è l’esposizione del fondo?

Michael Schroter: «L’89% è investito in Nord America e il rimanente in Europa». 

Pensando sia alla demografia, sia alla potenzialità della domanda, come mai l’Asia non è presente nei vostri portafogli?

Nathalie Flury: «Il nostro obiettivo è trovare società innovative e il Nord America è una regione, da questo punto di vista, particolarmente ricca. Non abbiamo al momento esposizione in Asia: l’abbiamo avuta nel passato e la situazione, nel tempo, potrebbe cambiare. Ciò che teniamo a sottolineare è che la sanità è un business globale e le aziende in cui investiamo sono presenti nel mondo, nelle diverse aree geografiche».

Come integrate l’analisi di sostenibilità nelle vostre decisioni di investimento?

Michael Schroter: «Ci sono due livelli di intervento. Il primo è l’utilizzo dell’indice Msci Esg e di una banca dati di Hsbc per operare una scrematura iniziale. In questa fase, vengono eliminati i titoli che hanno un punteggio molto basso in termini di sostenibilità. Il secondo livello è quello in cui definiamo ciò che per noi è sostenibilità, che viene sintetizzato all’interno di un indicatore. È un processo che ci differenzia dagli altri concorrenti sul mercato, perché è un modello unico, costruito negli ultimi tre anni e mezzo. La sua peculiarità è nella scelta dei dati che vengono esaminati e che mostrano le capacità delle aziende esaminate, ad esempio, di differenziarsi da un punto di vista clinico e di avere le potenzialità di risparmiare sui costi. Non si può parlare di Esg se non si ha un quadro chiaro di come un farmaco, venduto a un determinato prezzo, possa avere un impatto a livello sociale. Per questo motivo, abbiamo iniziato a produrre dati che sono il risultato di un meticoloso lavoro di ricerca con i vari soggetti in campo (soprattutto istituti indipendenti che forniscono informazioni sui costi di farmaci e cure), che ci dessero la possibilità di valutare non solo il valore di un prodotto, ma ciò che ha senso dal punto di vista economico della salute». 

Quindi i criteri Esg non sono sufficienti per un’analisi di sostenibilità?

Michael Schroter: «Quando si parla di sostenibilità, Esg è considerato lo standard di riferimento. È una metrica che viene applicata a tutti i settori, ma non tiene in considerazione le peculiarità di ciascuno di essi. Nel caso specifico della sanità, l’affordability (accessibilità) e l’esplosione dei costi stanno compromettendo l’intero settore e ciò non viene colto dalla sola analisi Esg. Ed è questa la ragione per cui abbiamo integrato, nel processo di investimento, il nostro affordability index. Ma c’è anche un aspetto finanziario che rientra in questa analisi, perché la sanità sta gradualmente cambiando. In passato, un prodotto veniva lanciato con l’obiettivo di raggiungere il maggiore beneficio da un punto di vista clinico che equivaleva a un prezzo massimo di vendita. Questa equazione non funziona più nel contesto attuale, perché i budget sulla sanità sono vincolati e c’è la necessità che le allocazioni delle risorse avvengano con grande prudenza. Per queste ragioni, riteniamo che l’intera industria dovrà adeguarsi a tale cambiamento: ci saranno aziende in grado di raccogliere questa nuova sfida e altre che non riusciranno a farlo. L’obiettivo per l’industria farmaceutica sarà massimizzare il proprio accesso sul mercato per massimizzare il potenziale del fatturato».

Pensa che questo nuovo contesto possa impattare le decisioni di R&D delle aziende?

Nathalie Flury: «Ritengo che le aziende di successo debbano prendere in grande considerazione il tema dell’accesso sul mercato nelle loro decisioni di R&D e, in sostanza, cambiare il loro modo di guardare al mercato. Se non lo facessero, rischierebbero di avere ricadute negative sulla loro redditività. Che cosa vuole dire tutto ciò da un punto di vista pratico? Che, per esempio, sarebbe meglio sviluppare un prodotto che non debba essere usato in combinazione con un altro, perché questo fatto aumenterebbe i costi della sanità, oppure studiare un farmaco che, usato con la diagnostica, permetta la diagnosi precoce di una patologia».

leggi il numero 145