L’argomento di cui si è discusso in maniera continua, quasi totalizzante, al Salone del risparmio è stato l’inflazione. Non è che sia più importante degli altri temi di cui si dibatte, ma è quello sul quale ci sono maggiori incognite. La guerra prima o poi finirà e nel momento in cui scoppiasse la pace sarebbe un problema in buona parte risolto. Anzi, forse, il dopoguerra, con la sua ricostruzione, costituirebbe un’opportunità di crescita enorme. L’incremento dei tassi e la chiusura del quantitative easing da parte delle banche centrali sta sicuramente facendo danni all’economia, ma questa politica potrebbe cambiare direzione in qualsiasi momento. Lo stesso Covid, che è stato uno spauracchio terribile per più di due anni, adesso viene vissuto con molta meno paura (Cina a parte).
L’inflazione no. Per anni le banche centrali hanno cercato di domare la deflazione e non ci sono riuscite: sono state solamente capaci di inondare il mercato di liquidità, ma senza cavare un ragno da un buco per quanto riguarda le dinamiche dei prezzi. Oggi che il problema è diverso e gli istituti di emissione più importanti stanno facendo la politica opposta, i rischi comunque permangono. In pratica nessuno sa quanto può durare l’inflazione, se i provvedimenti presi avranno un effetto e fino a quali picchi può arrivare lo scatto dei prezzi. Su questo piano le incognite sono molte. E, nel passato, le armi delle banche centrali per combattere il fenomeno non si sono dimostrate sempre efficaci, soprattutto per le ricadute da esse provocate.
A discutere di questi argomenti e di altri sono, in questo primo dibattito di Fondi&Sicav, Filippo Battistini, head of business development retail wholesale Italy di Allianz Global Investors, e Marco De Micheli, senior retail sales di Axa Investment Managers.
I mercati continuano a essere sotto pressione. La crescita globale viene rivista al ribasso e le attese inflazionistiche permangono. Nell’attuale fase di mercato, quali sono le vostre indicazioni di asset allocation per proteggere i portafogli?
Marco De Micheli (Axa): «C’è un elefante nella stanza, che noi abbiamo identificato nell’inflazione. A differenza del consenso, che prevede una stima elevata nei prossimi 12 mesi, con un successivo appiattimento intorno al 2,5-3% nelle economie occidentali, vediamo ancora un indice dei prezzi al consumo su cui pesano, perché non si sono ancora pienamente trasferite, le pressioni dei prezzi alla produzione. Ciò fa sì che, nelle nostre attese, l’inflazione rimanga alta per 12-18 mesi ed è necessario tutelare i propri investimenti, perché la dinamica rialzista dei prezzi è un elemento di correlazione tra le diverse asset class. Abbiamo visto, infatti, gli spread allargarsi e i tassi sul lungo periodo salire, con riflessi negativi sulle performance dei governativi e sulle azioni, dove i titoli a “long duration” sono stati particolarmente penalizzati. Nel caso specifico, si tratta di azioni con una caratterizzazione growth, anche con beta elevato, che hanno molto sofferto da inizio anno. Per quanto riguarda la crescita economica, le nostre aspettative sono state riviste al ribasso, ma non crediamo che si sia prossimi a una recessione. Non pensiamo che possa avvenire in Usa, forse tecnicamente (due trimestri consecutivi in territorio negativo) in Europa, anche se non è il nostro scenario centrale. Stimiamo la crescita globale per il 2022 al 3,6%, con gli Stati Uniti al 3,7%, l’Europa al 2,8% e l’Italia al 2,3% (dati al 19 aprile). Altresì, non riteniamo che ci attenda un periodo di stagflazione, perché, nonostante l’inflazione sia elevata, non intravediamo stagnazione economica e i segnali che vengono dal mercato del lavoro sono positivi. Per quanto riguarda i portafogli, se il risparmiatore ha seguito le nostre indicazioni e ha iniziato l’anno con una duration corta nella componente obbligazionaria, ad esempio attraverso un fondo a tasso reale agganciato all’inflazione, non raccomandiamo alcun cambiamento. La componente azionaria, che per noi è caratterizzata dalla presenza di titoli growth, ha registrato una performance negativa, ma non così drammatica, se la si paragona a quanto è avvenuto tra il 20 febbraio e il 20 marzo del 2020. Per la rimanente parte dell’anno, consigliamo di continuare a mantenere una duration corta e di iniziare a guardare all’asset class azionaria e alle obbligazioni societarie high yield (in particolare in Usa), magari con acquisti attraverso piani di accumulo (Pac). Sul mercato valutario, invece, raccomandiamo di coprire il dollaro sui livelli attuali, perché pensiamo che, salvo eventi inattesi, non vada sotto la parità nei confronti dell’euro. Non crediamo che il mercato sia vicino a una svolta, ma riteniamo che sia il momento di iniziare a costruire un portafoglio pensando al prossimo anno».
Filippo Battistini (Allianz Global Investors): «Per noi lo scenario attuale ricorda molto quello della fine degli anni ’70, quando vi fu il secondo shock energetico e l’inflazione era alle stelle. Allora, se si considera la parte più rischiosa del portafoglio, performarono molto bene i titoli del settore della difesa e l’energia. Offrirono invece protezione e rendimento le obbligazioni legate all’inflazione, quelle a tasso variabile e l’oro. Dopo 40 anni e in un contesto dove molte cose sono cambiate, tra cui la sensibilità stessa degli investitori, diamo indicazioni che in parte ricalcano il posizionamento di allora, in parte se ne discostano. Nello specifico, mentre per la componente a reddito fisso consigliamo la stessa esposizione, così come per l’oro, cui affianchiamo anche altre materie prime quali i metalli industriali, per quanto riguarda le azioni ci discostiamo in modo abbastanza netto. Consci dei cambiamenti che dovranno essere affrontati per fare fronte all’emergenza climatica, alla necessità di preservare il pianeta e di non depauperarlo ulteriormente delle sue risorse, crediamo che sia opportuno indirizzare gli investimenti verso soluzioni che abbiano come oggetto la transizione energetica. Alla fine degli anni ’70, si investiva in aziende direttamente esposte ai combustibili fossili, una scelta che oggi pensiamo non sia più riproponibile, alla luce anche delle nuove sensibilità emerse, sia nelle istituzioni, sia tra la popolazione e quindi anche tra i risparmiatori. A nostro parere, la crisi geopolitica in corso non farà altro che facilitare la transizione energetica e, quindi, diventa più che mai importante investire in quelle società attive nell’ambito delle rinnovabili e nel loro stoccaggio, così come nello sviluppo di vettori fondamentali nel processo di decarbonizzazione, come l’idrogeno. Inoltre, consapevoli che la digitalizzazione è diventata una caratteristica pervasiva di tutte le nostre attività, riteniamo che investire in un tema quale la sicurezza informatica sia un modo per difendere il proprio paese, le imprese che vi operano e gli stessi cittadini. In Ucraina si sta assistendo a un conflitto che viene combattuto sì in modo tradizionale, ma anche attraverso attacchi informatici. Per chi vuole investire nella difesa, proponiamo quindi di farlo non attraverso i produttori di armi, bensì di tecnologia utilizzata per mitigare i rischi cui si è esposti quotidianamente nel gestire attività e servizi. Si tratta di un tema molto attuale, ma che pensiamo avrà un significativo sviluppo nei prossimi decenni. Da un punto di vista tattico, per quanto riguarda l’asset class obbligazionaria, prediligiamo strategie con duration corta e, poiché ipotizziamo che l’incremento dei prezzi rimarrà al centro dell’attenzione per i prossimi due anni, è bene puntare sui titoli indicizzati all’inflazione e su quelli a cedola variabile. Per quanto riguarda le azioni, invece, siamo consapevoli che investire nella cybersecurity e nella transizione energetica significa scegliere titoli con caratteristiche growth, ma crediamo che abbia senso farlo ora, perché sono temi che permetteranno di avere ritorni interessanti nel medio-lungo termine. Come il collega, credo che la soluzione dei Pac sia la migliore per affrontare la volatilità dei mercati in questa fase e smorzare l’impatto di ulteriori ribassi dei corsi».
Lo scorso 22 aprile è stato la Giornata della terra. Che cosa vuol dire investire nel nostro pianeta? E a questo proposito, quali sono le soluzioni di investimento su cui puntare?
Filippo Battistini (Allianz Global Investors): «Su questo piano è doveroso iniziare con una premessa. AllianzGi è un provider di soluzioni di investimento e anche di servizio verso i distributori con cui collabora. Negli anni ci siamo distinti per essere il primo player che ha proposto in Italia un laboratorio sul Goal based investing, ovvero l’approccio agli investimenti che aiuta a perseguire gli obiettivi di vita del risparmiatore. Ma ciò oggi non sarebbe possibile, se non si privilegiassero anche gli obiettivi del pianeta. Se infatti compromettessimo la qualità della vita sulla Terra, verrebbe intaccata l’esistenza di ciascuno di noi, rendendo i progetti personali irrealizzabili. Individuare strategie che abbiano come finalità il conseguimento di uno o più Sdg è un modo per investire nel nostro pianeta. Sono 17 e sono all’interno di un’agenda ben strutturata, pianificata perché il loro raggiungimento sia possibile entro il 2050. Noi abbiamo lanciato alcune soluzioni che facilitano questo scopo e, nello specifico, ne citerei tre: Allianz Clean Planet, Allianz Smart Energy e Allianz Positive Change. La prima ha come oggetto di investimento tutte quelle aziende il cui obiettivo è migliorare la qualità dell’aria, della terra e del mare. La seconda è legata alla transizione energetica e la terza è allineata a 15 dei 17 Sdg e la sua finalità è individuare le società che si prodigano a raggiungere questi obiettivi sostenibili. Tutte e tre sono strategie di investimento classificate come articolo 9 in base alla Sfdr».
Marco De Micheli (Axa): «La nostra politica di investimento in materia di sostenibilità è improntata al raggiungimento degli Sdg. A livello di gruppo, Axa ha un impegno strategico sul clima che si esplicita nel contenere il potenziale di riscaldamento degli investimenti (sia mandati, sia fondi in gestione) sotto 1,5° di aumento della temperatura entro il 2050 e nell’uscire completamente dall’industria del carbone entro il 2040. Gli impegni a lungo termine sono sempre più difficili da mantenere, visto le ricadute del conflitto in Ucraina, che ha peggiorato la situazione energetica, e non va dimenticato che, in gran parte, le maggiori fonti di energia sono attualmente petrolio, carbone e gas. Tuttavia, il nostro impegno è chiaro e si articola in tre pilastri. Il primo è la diminuzione del 20% dell’impronta carbonica nei nostri mandati entro il 2025. Il secondo riguarda l’esclusione dall’universo investibile di alcuni beni e servizi come le sabbie bituminose, il tabacco, il carbone, le armi controverse, l’olio di palma non ottenuto in modo sostenibile e alcuni altri. Il terzo si riferisce all’attività di engagement attraverso la quale cerchiamo di indirizzare le decisioni dei consigli di amministrazione delle aziende in cui investiamo verso quegli obiettivi che riflettono le finalità del fondo. Un esempio potrebbe essere Axa Clean Economy, che ha in portafoglio circa 60 società nelle quali partecipiamo attivamente alle decisioni degli organi di governo dell’azienda. Operiamo con questa modalità innanzitutto per rispettare il mandato che l’investitore finale ci dà, per rendere gli Sdg perseguibili, per chiedere alle aziende di rendicontare in modo trasparente e chiaro l’impatto ambientale causato, che sarà a sua volta riportato nella relazione del fondo. Però, attenzione, Esg non è solo “E”, non è solo ambiente: ci sono la “S” e la “G”, dove noi siamo presenti con soluzioni, sia in ambito azionario, sia obbligazionario: Inoltre abbiamo partecipato alla prima emissione in blockchain e alle prime di social and transitional bond. Dei fondi che Axa distribuisce in Italia, circa il 90% è almeno articolo 8, risultato della volontà dell’azionista di riferimento di avere un forte impegno in tema di sostenibilità».
Gli obiettivi che i fondi sostenibili si sono dati, viste anche le ricadute del conflitto in corso, sono raggiungibili? Ritenete che la guerra in Ucraina abbia accelerato il processo di transizione energetica?
Marco De Micheli (Axa): «Credo di sì, ma non bisogna dimenticare che non siamo ancora pronti a questa transizione e non è un caso che gli obiettivi siano stati fissati a 20-30 anni. Li raggiungeremo semplicemente perché non c’è un’alternativa. Il conflitto non ha fatto altro che aprirci gli occhi e farci capire che c’è ancora molto da fare, perchè ci si è resi così conto di quanto lunga sia la strada ancora da percorrere, una consapevolezza che può fungere da stimolo per un’accelerazione del processo e per aumentare gli investimenti che vanno in questa direzione».
Filippo Battistini (Allianz Global Investors): «Sono d’accordo con le considerazioni del collega: il conflitto potrebbe svolgere questa funzione. Vorrei fare un esempio molto pratico che sottolinea che sono molteplici i fattori che concorrono al raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità. La transizione energetica, infatti, comporta anche una maggiore domanda di metalli industriali come il nichel, il palladio, l’alluminio, il rame. Il conflitto ha esacerbato ancora di più lo squilibrio esistente tra domanda e offerta in questo ambito, con quest’ultima che non è adeguata a soddisfare la forte crescita della prima. L’offerta è limitata per tre motivi strutturali. Innanzitutto a causa dei colli di bottiglia che si sono creati nelle catene di approvvigionamento, anche per la necessità di affrancarsi più velocemente dalla dipendenza dalle fonti fossili. Il secondo motivo è che l’estrazione dei metalli comporta forti investimenti, con le aziende produttrici che sono sempre state timide nel farne di nuovi. Infine, il terzo è legato all’impatto ambientale causato dai processi di estrazione, a volte altamente inquinanti, di cui è vittima la popolazione locale. Ciò significa che, anche all’interno della transizione energetica, si dovrà prestare molta attenzione agli aspetti sociali: non si potrà pensare di soddisfare la domanda senza tenere in considerazione le ricadute che ciò comporta. Noi, come asset manager, abbiamo la responsabilità di scegliere quelle aziende che presteranno attenzione agli impatti ambientali e sociali delle loro attività e alle dinamiche che innescano».
In tema di sostenibilità, come guardate al rischio di greenwashing, di cui si continua a dibattere?
Marco De Micheli (Axa): «Io e il collega siamo rappresentanti di due asset manager che appartengono a importanti gruppi assicurativi. Se si ha un’importante esposizione, come nel caso del gruppo Axa, a polizze contro gli eventi atmosferici o le catastrofi naturali, la consapevolezza di come il cambiamento climatico sia reale e di quanto sia impattante è elevata. Quindi, la sostenibilità e l’attenzione all’ambiente sono temi fortemente sentiti al nostro interno, anche perché, oltre al nostro senso di responsabilità ed eticità nello svolgere la nostra professione, essere attenti a questi principi è una condizione imprescindibile per mantenere solido il nostro modello di business. Ne consegue che, per noi, qualsiasi pratica di greenwashing non avrebbe senso economico. Un aspetto da non dimenticare, però, è che la mancanza di chiarezza a livello legislativo e normativo non aiuta a fare luce e il caso della tassonomia è un esempio che va in questa direzione».
Filippo Battistini (Allianz Global Investors): «Noi vediamo due problemi. Anzitutto la regolamentazione che è in divenire ed è una materia molto complessa. A ciò si aggiunge il fatto che sono molteplici gli interessi coinvolti ed è quindi difficile raggiungere un consenso unanime. Basterebbe solo pensare alla discussione in merito a come classificare l’energia nucleare. Il fenomeno del greenwashing esiste, ma penso che spesso possa essere ricondotto alla mancanza di chiarezza della normativa, che permette aree grigie che, ad esempio, non aiutano a dare una classificazione corretta ai prodotti. Inoltre, c’è anche un secondo problema, cioè la qualità dei dati pubblicati dalle aziende in cui si investe, che non sempre sono chiari e trasparenti. Proprio per questi motivi riteniamo che sia cruciale avere un dialogo continuo con le aziende in cui si investe e, come AllianzGi, nel 2021 abbiamo intrapreso quasi 300 iniziative di engagement, anche per spingere all’adozione di politiche più virtuose in tema di sostenibilità. E, ancora una volta, vorrei sottolineare che l’asset manager, in questo suo ruolo, può essere parte attiva e promuovere un miglioramento anche della qualità dei dati che vengono comunicati. Sempre lo scorso anno, abbiamo partecipato a quasi 10.200 assemblee degli azionisti e nel 68% dei casi abbiamo votato contro almeno uno dei temi all’ordine del giorno, ricoprendo così un ruolo critico nei confronti delle proposte del management».
Il tema della transizione energetica è argomento di approfondimento su molti tavoli di discussione. Puntare all’innovazione o facilitare la transizione verso un’energia pulita?
Filippo Battistini (Allianz Global Investors): «È sicuramente un tema sul quale vale la pena investire, come sottolineato in precedenza, perché il passaggio alle fonti rinnovabili è una scelta obbligata. L’universo è ampio e bisogna puntarci ora, cercando anche di cogliere gli aspetti più innovativi, le soluzioni tecnologiche che devono essere ancora sviluppate e le cui prospettive di crescita sono attese negli anni a venire. È qui che interviene il lavoro dei gestori attivi nel riuscire a individuare le imprese che hanno la potenzialità di sviluppo futuro e di generazione di utili».
Marco De Micheli (Axa): «Noi abbiamo un processo di controllo del rischio strettissimo e spesso preferiamo investire in società che definiamo come “enabler”, che svolgono la funzione di accompagnarne altre alla transizione energetica, o in aziende, appartenenti al segmento delle energie fossili, che hanno però intrapreso un percorso di rinnovamento. Una volta deciso l’investimento, seguiamo ciascuna realtà con molta attenzione, da vicino, verificando i progressi compiuti rispetto ai key performance indicator stabiliti, come la misurazione della produzione di CO2. Uno degli ambiti in cui la nostra azione è particolarmente efficace è imporre, come azionisti, trasparenza sulle tematiche legate agli Esg. Partecipiamo attivamente all’interno dei consigli di amministrazione e verifichiamo che il reporting da parte delle aziende sia realizzato correttamente, fatto non sempre scontato. Per quanto riguarda le aree di investimento, si può andare dall’attività di stoccaggio energetico, alla realizzazione di smart grid, fondamentali per conservare le energie rinnovabili e potere disporre la distribuzione dell’energia in luoghi diversi in base alla domanda».
I megatrend, per loro definizione, sono strutturali e vanno oltre le diverse fasi che il mercato finanziario può conoscere. Quali sono i temi sui quali concentrare l’attenzione?
Marco De Micheli (Axa): «Dei megatrend si è già parlato molto e, per riassumere la loro importanza, direi che svolgono la funzione di identificare aziende che faranno più utili dei loro concorrenti. Non vorrei sembrare cinico in questa mia affermazione, ma ciò che noi facciamo, quando analizziamo le dinamiche legate ai megatrend, è cercare aziende che hanno, nel loro business, i margini e gli utili più elevati. Certo, l’orizzonte temporale è di lungo periodo, perché si tratta di trend secolari. Le basse valutazioni non sono per noi il parametro di riferimento per inserire un titolo nel portafoglio senza considerarne la redditività. Inoltre, vorrei aggiungere che l’applicazione dei criteri Esg nell’analisi non finanziaria è utilissima a individuare le società con maggiori potenzialità future. Parlando di temi, vorrei ricordare l’economia digitale, la silver economy e, nello specifico, la transizione sociale in Asia, dove la crescita del reddito pro capite sta cambiando le dimensioni e la composizione della classe media. Abbiamo inoltre un fondo sul metaverso, lanciato da poco».
Filippo Battistini (Allianz Global Investors): «Sono d’accordo con queste considerazioni e aggiungo che, proprio all’interno dei megatrend, si possono identificare quelle aziende “disruptive” che avranno un elevato impatto a livello socio-economico negli anni a venire. Va detto, comunque, che, proprio per le caratteristiche che lo connotano, l’investimento in questi trend risulta non solo facilmente comprensibile, ma la sua secolarità fa sì che non vi siano particolari sollecitazioni per l’investitore a rivedere la sua esposizione. Per quanto riguarda i temi specifici, rimangono validi l’intelligenza artificiale (Allianz Global Artificial Intelligence), la pet economy (Allianz Pet&Animal Well Being) e, nel contesto attuale, favoriamo Allianz CyberSecurity e Allianz Smart Energy. A breve lanceremo anche una strategia sul metaverso».
Nelle vostre considerazioni emerge chiara la vostra caratterizzazione come gestori attivi.
Marco De Micheli (Axa): «Warren Buffet ha una volta affermato che quando la marea scende, si scopre chi è nudo. Il ruolo dell’investitore attivo si vede quando i mercati incontrano delle difficoltà ed è proprio in questo frangente che si deve dare il proprio contributo. Per noi, farlo è un impegno».
Filippo Battistini (Allianz Global Investors): «Adottare uno stile di gestione attivo è fondamentale per cogliere le opportunità offerte dal mercato. Faccio un altro esempio concreto. Prima ho parlato della domanda elevata di metalli industriali la cui potenzialità, per essere colta nella sua interezza, non può essere espressa all’interno di soluzioni passive che investono in materie prime, poiché solitamente è il settore energetico cui si è maggiormente esposti. Gestire attivamente, invece, permette di calibrare le decisioni di investimento sui segmenti ritenuti più interessanti, indipendentemente dal loro peso all’interno degli indici».

