a cura di Antonella Ferrara

Marina Mantovani e suo marito Anthony Norris sono una coppia che divide il suo tempo tra quattro meraviglie del mondo: Nuova Zelanda,  Australia, Isole Fijii e Italia. In ognuno dei loro luoghi creano esperienze vibranti e intense, proprio come il piccolo frutto da cui hanno preso il nome, Tamarillo Active Travel. Il tutto nel pieno rispetto dei luoghi e delle persone che li accolgono insieme a chi sceglie di vivere con  loro avventure fuori dall’ordinario.

Comune denominatore di ogni esperienza? Etica e sostenibilità.

Come e quando nasce il progetto Tamarillo? 

«Tamarillo nasce nel 1998 da un’idea di Anthony. Dopo avere lavorato per anni in Nuova Zelanda come educatore di attività outdoor con studenti e ragazzi a rischio e come guida per altre compagnie di turismo, ha deciso di fondare una sua compagnia. La Nuova Zelanda incoraggia le attività imprenditoriali, la burocrazia è a misura d’uomo e sono molte le persone che seguono i loro sogni mettendosi in proprio. La ricerca del luogo ideale dove operare agli inizi è caduta sulle Fiji, una destinazione molto popolare tra gli australiani e i neozelandesi. Ciò avrebbe facilitato il marketing. Alcune isole Fiji erano invase dal turismo di massa e la scelta di Kadavu, un’isola a sud di Suva (la capitale dell’arcipelago), senza strade, senza elettricità e con pochi resort gestiti in prevalenza da locali con un numero ridotto di bures (capanne costruite con materiali naturali sulla spiaggia) fu facile. La scelta del sea-kayaking come mezzo per spostarsi da un piccolo resort all’altro sposava l’idea di sostenibilità che Anthony voleva seguire. Il sea-kayak poi è un’attività “gentile” che può essere praticata da tutti a ogni età. Io sono capitata per caso a Kadavu dall’Italia: avevo bisogno di una vacanza lontana da tutto. L’anno seguente mi sono trasferita in Nuova Zelanda e ho abbracciato il progetto di Anthony. E ci siamo sposati».

“Local guides for local knowledge”. Quanto è fondamentale la scelta delle vostre persone  in tutti i luoghi dove agite?

«Abbiamo sempre pensato che il modo migliore per comprendere un luogo sia attraverso gli occhi e l’esperienza di chi in quel luogo è nato e cresciuto. Per questo motivo, le guide che hanno lavorato con Tamarillo, fin dai primi anni erano guide locali, uomini e donne fijiani che avevamo vissuto a Kadavu per tutta la loro vita, in grado di leggere il vento e le onde e di raccontare il loro territorio meglio di chiunque altro. Quando abbiamo cominciato a lavorare in Italia, in Australia e in Nuova Zelanda abbiamo seguito lo stesso principio. Se visitiamo la Campania lavoriamo con guide certificate della zona, se andiamo in Sicilia collaboriamo con guide di ogni diversa provincia dove portiamo i nostri ospiti. In Australia lavoriamo con guide indigene. In Nuova Zelanda esponiamo gli ospiti alla cultura Maori, fondamentale per comprendere appieno la storia del paese. La conoscenza specifica di un luogo non si impara leggendo una guida turistica o passandoci un po’ di tempo: si assorbe vivendoci e i migliori ambasciatori di ogni luogo sono le persone che hanno le loro radici nel luogo stesso».

Siamo in pieno Decennio del mare. Quanto riuscite con le vostre  attività a sensibilizzare i vostri ospiti verso la necessità di preservare i nostri mari? E quanto è più facile farlo alle Fijii  rispetto all’Italia?

«Chi viaggia con noi, scegliendo un turismo attivo che unisca trekking o sea-kayaking all’aspetto culturale di ogni luogo che visitiamo è comunque una persona già curiosa e motivata alla sostenibilità e alla ‘causa’ dell’ecoturismo. Chi è meno sensibile all’argomento ne capisce immediatamente l’importanza e sicuramente questo è più facile alle Fiji rispetto al Mediterraneo, per esempio: non è complicato fare apprezzare e rispettare la barriera corallina delle Fiji quando chi ti accompagna basa la propria sussistenza quotidiana e quella del proprio villaggio sul rispetto dell’ecosistema e delle leggi naturali che lo sostengono». 

Le vostre educational adventures vedono protagonisti spesso i giovani. Come si approcciano ai vostri tour le nuove generazioni e quali sono le loro consapevolezze rispetto all’importanza di scoprire l’anima dei luoghi soprattutto in questa epoca social?

«Le nuove generazioni sono maggiormente sensibili al rispetto della natura e all’importanza di un turismo sostenibile. Il nostro approccio agli educational tour si basa sul contrasto. Quando portiamo studenti universitari sulla Costiera Amalfitana, per esempio, facciamo base a Maiori e da lì visitiamo Amalfi e Ravello e piccole comunità come Albori. Se andiamo in Toscana, soggiorniamo sulle Alpi Apuane in piccoli villaggi che basano l’ospitalità sul concetto di albergo diffuso e portiamo gli studenti in day-tour a Firenze per visitare gli Uffizi, ad esempio. In questo modo, chi viaggia con noi comprende che l’Italia non è solo Firenze, Venezia o Roma. E le Fiji non sono soltanto resort gestiti da grandi catene alberghiere e cocktail a bordo piscina. E poi facciamo molto trekking: camminare è l’unico modo per visitare  luoghi altrimenti non raggiungibili con i mezzi. Dobbiamo anche aggiungere che, cercando con attenzione e basandoci sull’esperienza delle guide locali,  anche i luoghi più turistici nascondono angoli meno conosciuti. Basta saperli cercare».

Cosa vi augurate per il futuro del mondo dei viaggi alla scoperta dei territori e delle loro comunità?

«Ci auguriamo un approccio gentile, consapevole e curioso. Ci auguriamo che la pandemia abbia insegnato a tutti la necessità di rallentare i ritmi. Invece di correre per vedere tutto in pochi giorni e in modo superficiale è possibile camminare, dedicando più tempo ai dettagli e agli angoli più nascosti del territorio».