a cura di Pinuccia Parini
Tra gli asset manager che hanno affrontato con maggiore impegno l’integrazione dei criteri Esg con l’analisi finanziaria tradizionale c’è sicuramente J.P. Morgan Asset Management, che ha messo al lavoro su questo tema diversi team specializzati e ha creato sistemi di punteggio proprietario per esaminare aziende e settori. Ma l’elemento più interessante è che l’adozione dei principi di sostenibilità, sociali e di governance è diversa a seconda dei prodotti e del target di investitori: quasi un’applicazione ritagliata ogni volta su misura. A parlarne è Jennifer Wu, che nella società ha il ruolo di global head of sustainable investing.
Il ritorno finanziario è un requisito imprescindibile quando si investe utilizzando i criteri Esg?
«Investire non è fare filantropia. Il rendimento finanziario è un requisito indispensabile per qualsiasi tipo di investimento. Tuttavia, il suo grado dipende in larga misura dall’obiettivo che si vuole raggiungere. Se i fattori Esg vengono utilizzati a integrazione dell’analisi finanziaria tradizionale, l’obiettivo è generare, nel lungo periodo, migliori rendimenti corretti per il rischio. Gli Esg non sono quindi trattati in modo diverso da qualsiasi altro aspetto finanziario, perché si tratta di generare un rendimento. È diverso, invece, per l’impact investing, dove c’è un duplice obiettivo, sia finanziario, sia predeterminato, legato al raggiungimento di un risultato da un punto di vista ambientale o sociale. Pertanto, in alcuni casi potrebbe esserci un potenziale compromesso tra questo secondo aspetto e il puro rendimento finanziario. Dopotutto, sono i nostri clienti a decidere quali sono i loro obiettivi di investimento e il nostro compito è utilizzare nel modo più consono gli strumenti a disposizione per poterli raggiungere e ciò riguarda anche i criteri Esg».
Come integrate l’analisi finanziaria con i criteri Esg?
«A livello di azienda, c’è un nostro impegno a integrare i criteri Esg nelle nostre decisioni di investimento e gli analisti li incorporano sistematicamente nel loro processo di ricerca fondamentale: ad esempio, quesiti specifici sugli Esg sono inclusi nella checklist che essi stessi devono completare come parte della loro due diligence su ogni potenziale investimento. I gestori di portafoglio hanno accesso a questa ricerca e ne tengono conto durante il loro processo di investimento. Il mio team conduce anche ricerche su temi sostenibili più ampi, fungendo da punto di riferimento in tutta l’azienda per gli investitori che desiderano accedere a maggiori informazioni su importanti temi Esg. Abbiamo anche creato un sistema di punteggio proprietario, data-driven, che offre una serie di dati specializzati a integrazione della ricerca fondamentale degli analisti e aiuta i gestori di portafoglio a costruire la loro opinione Esg sulle singole aziende. Come gestore attivo globale che utilizza una varietà di stili di investimento, integriamo i fattori Esg finanziariamente rilevanti nel processo di investimento in modo coerente con la strategia sottostante. Poiché ci sono diverse strategie che vengono gestite con un approccio attivo, varie tipologie d’investimento e processi d’investimento all’interno della nostra azienda, i fattori Esg finanziariamente rilevanti cambiano a seconda dell’ambito in cui sono utilizzati».
Quindi ogni team d’investimento si muove in maniera diversa?
«Esatto, non imponiamo a ciascun gruppo d’investimento di implementare l’integrazione Esg allo stesso modo. Invece, per stabilire se un team può essere considerato integrato dal punto di vista Esg, applichiamo alcune metriche chiave che si concentrano sulla solidità del processo che è stato seguito. Per convalidare l’approccio adottato, utilizziamo un quadro di valutazione composto da 10 parametri. Quest’ultimo valuta il processo di integrazione di ciascun gruppo d’investimento, riconoscendo che ciascuno di essi differisce in base alla natura della strategia e dello stile d’investimento. La checklist prende in considerazione anche le metriche sulla ricerca e la gestione degli investimenti, tra le quali la due diligence iniziale e le pratiche di ricerca successive, la documentazione della metodologia di integrazione e dei metodi di ricerca e il monitoraggio continuo».
Per quanto riguarda la regolamentazione degli Esg, intravedete ostacoli?
«La regolamentazione può contribuire a promuovere e creare trasparenza, in particolare quando si tratta di imporre alle aziende la divulgazione di informazioni Esg. Un quadro standardizzato di divulgazione, comune alle aziende di tutto il mondo, contribuirà a dare coerenza al mercato. Inoltre, obbligando a divulgare informazioni come le emissioni di carbonio, si riduce la dipendenza da altre metriche e assunzioni utilizzate per valutare le società. Detto ciò, quando le autorità di regolamentazione si concentrano sui fornitori di prodotti o sui gestori patrimoniali, prima di rendere obbligatoria la divulgazione da parte delle società, si crea potenzialmente una discrepanza in cui ai gestori di patrimoni o ai distributori viene chiesto di produrre informazioni Esg che non possono essere ottenute dalla fonte».
Il cambiamento climatico rappresenta un rischio significativo per il mondo. È d’accordo con questa affermazione?
«Il cambiamento climatico comporta rischi significativi per il nostro pianeta, la nostra società e la nostra economia. La scienza non può essere più chiara sulle sfide che ci attendono e sull’urgente necessità di agire oggi, non in un futuro lontano. È una sfida senza precedenti che dobbiamo affrontare collettivamente come comunità globale. Per questo motivo, è necessario uno sforzo concertato tra tutti gli attori coinvolti, perché nessuna persona, azienda o paese può risolvere il problema da sola. La comunità degli investitori deve prestare maggiore attenzione ai rischi connessi a questo cambiamento, che non sono ancora stati prezzati e ciò non deve più avvenire. I costi derivanti dai sempre più numerosi eventi meteorologici estremi sono in aumento e diversi settori industriali si trovano ad affrontare enormi difficoltà. Quindi, il rischio climatico è anche un rischio finanziario, perché implica costi reali per le nostre economie. Anche se la tempistica esatta e la quantità degli eventi possono essere difficili da stimare, questo non può essere più ignorato, sia a breve, sia a lungo termine. Per contribuire a mitigarlo, i decisori politici hanno la responsabilità di indirizzare e guidare l’economia verso un mondo a basse emissioni di carbonio. Le aziende di tutti i settori dovranno trovare il modo di limitare i rischi specifici per loro più rilevanti e di adattarsi ad alcuni di quelli inevitabili. Come investitori, il nostro compito è capire quali sono questi rischi connessi al cambiamento climatico, l’orizzonte temporale e come le società o gli asset che deteniamo, per conto dei nostri clienti, stanno affrontando questa minaccia. Detto ciò, dove c’è un rischio, c’è anche un’opportunità. La ricerca e lo sviluppo e le innovazioni, come le colture resistenti al calore, l’idrogeno e diversi altri, daranno vita ai nuovi vincitori del futuro. Il nostro compito è identificare chi ne uscirà vittorioso e chi perdente, per generare migliori rendimenti finanziari per i nostri clienti».
Misurare il rischio climatico non è un compito facile, dato l’orizzonte di lungo periodo che ciò richiede. Quale approccio utilizzate?
«La nostra politica sul cambiamento climatico prende in considerazione, sia il rischio fisico, sia quello di transizione. La resilienza di un asset, nel contesto dell’aumento della temperatura globale e dei relativi impatti, è determinata dalla sua vulnerabilità al rischio fisico. La competitività di un asset di fronte all’imminente transizione a basse emissioni di carbonio può essere determinata dal suo livello di rischio di transizione. Entrambi questi tipi di rischio sono valutati di routine come input chiave nel processo decisionale di investimento. Inoltre, sappiamo che la rilevanza del rischio, sia fisico, sia di transizione, dipende dal settore, dalla regione e dallo strumento. Per questo motivo, il nostro processo di investimento si basa su una valutazione specifica a livello settoriale e regionale della resilienza e della competitività di ciascun asset, nonché dei rischi e delle opportunità legati al clima cui è esposto. Il nostro team di ricerca sul clima sta attualmente costruendo una serie di strumenti analitici legati a questo problema, che saranno fondamentali per realizzare e rendicontare i progressi compiuti verso l’impegno net zero di JP Morgan Asset Management. Abbiamo incluso una serie di metriche chiave basate sulle emissioni, che ci permetteranno di calcolare le emissioni di base per i nostri portafogli come punto di partenza per le loro future riduzioni. Tuttavia, questi dati sono orientati al passato piuttosto che al futuro, quindi è essenziale sviluppare capacità che vadano oltre queste metriche per incorporare una visione dei rischi futuri legati al cambiamento climatico. Questi ultimi sono approfonditi attraverso metriche di analisi di scenario, che possono considerare gli aspetti chiave per capire come una transizione a basse emissioni di carbonio potrebbe avere un impatto su un’azienda. Importanti anche altre metriche, come l’aumento implicito della temperatura, che valutano l’impatto delle attività di una società sull’ambiente. Gli strumenti che stiamo costruendo si concentrano pure su come identificare le imprese più resilienti al clima e meglio preparate alla transizione verso un’economia più verde e a basse emissioni di carbonio, nonché quelle che forniscono soluzioni al problema del cambiamento climatico e dei suoi impatti».
La Cop 27 si terrà a novembre di quest’anno. Quali sono le aree principali su cui concentrarsi?
«La Cop 27 si occuperà di esaminare i dettagli sull’attuazione degli impegni che i paesi hanno assunto l’anno scorso, tenendo conto dell’impatto della crisi energetica, delle interruzioni nella logistica globale e nelle catene di approvvigionamento e della crisi legata alla carenza alimentare. Vogliamo capire come questi eventi stiano influenzando gli impegni assunti lo scorso anno e quali politiche verranno proposte. Sono tre le aree che seguiremo con attenzione durante questa Cop. La prima riguarda la conservazione della natura e della biodiversità. L’anno scorso, uno dei risultati principali della Cop 26 è stato il fatto che più di 100 paesi hanno sottoscritto l’impegno “30 by 30”, che mira a conservare il 30% dell’acqua e della terra entro il 2030. Sarà interessante vedere quali politiche questi paesi proporranno quest’anno per raggiungere l’obiettivo. La seconda area riguarda gli aggiornamenti sul mercato volontario globale delle compensazioni di carbonio. L’anno scorso si è discusso molto dei problemi associati al potenziale doppio o addirittura triplo conteggio quando le compensazioni di carbonio vengono trasferite da una nazione all’altra. Inoltre, fino a quale punto le aziende dovrebbero essere autorizzate a utilizzare i crediti di carbonio per raggiungere il loro obiettivo di zero emissioni? Iniziative e organizzazioni come la Voluntary Carbon Market Integrity Initiative si propongono di esaminare le aziende di diversi settori che si allineano alla Science Based Target Initiative, compreso il momento in cui dovrebbero essere autorizzate a utilizzare i crediti di carbonio e come contabilizzarli. L’ultima area su cui ci concentreremo è le emissioni di metano. L’anno scorso, circa 112 paesi hanno sottoscritto l’impegno globale a ridurre le emissioni di metano rispetto ai livelli del 2020 di almeno il 30% entro il 2030. Ciò che è davvero preoccupante, tuttavia, è che ad aprile abbiamo visto i risultati del 2021, dove abbiamo appreso che, su base globale, le emissioni di metano sono aumentate del 162% rispetto ai livelli preindustriali: il più grande aumento in un anno mai registrato. Alla Cop 27 ci aspettiamo che i paesi che hanno sottoscritto l’impegno spieghino come intendono raggiungere questo obiettivo».

