Michael W. Roberge, presidente e ceo di Mfs Investment Management, sottolinea che per chi detiene portafogli obbligazionari si cominciano a vedere diverse occasioni, dovute a movimenti al ribasso già molto intensi e che sono il riflesso di aspettative di una robusta recessione incipiente. Ma le attese di una situazione molto difficile per l’economia rendono necessario un attentissimo stock picking.

Come valutate la situazione attuale, alla luce di politiche monetarie che appaiono sempre più restrittive?

«Con il senno di poi appare evidente che le banche centrali hanno impiegato troppo tempo per riconoscere la presenza di un’inflazione che ha caratteristiche meno transitorie rispetto alle attese. Di conseguenza, si trovano ora costrette ad alzare i tassi in maniera aggressiva, fatto che probabilmente spingerà le economie in recessione. Questo è il quadro in cui ci troviamo oggi, ma resta da vedere se si tratterà di una fase di contrazione economica lieve o se, al contrario, andremo incontro a una recessione dura. Ogni ciclo economico ovviamente è differente, ma la forte correlazione che si è verificata fra reddito fisso e azionario ha però generato perdite molto pesanti per gli investitori. È ragionevole pensare che ci vorrà una quantità di tempo non troppo breve per recuperarle». 

Ha accennato alla natura dell’attuale spinta sui prezzi, che potrebbe rivelarsi di durata più lunga del previsto. Qual è la vostra view al riguardo?

«Bisognerà distinguere, per quanto riguarda l’inflazione, fra gli elementi ciclici, legati a problemi quali le difficoltà delle filiere di fornitura o la crisi energetica dovuta alla guerra in Ucraina e le pressioni strutturali sul costo della vita. Queste ultime probabilmente porteranno a un Cpi sul medio periodo più alto del 2%, ossia l’obiettivo che si è data la Federal Reserve. Va, però, anche detto che, per quanto ci riguarda, lo scenario centrale vede su un orizzonte temporale più lungo un’inflazione intorno al 2,5-3% annuo. Si tratta di un valore che non si discosta enormemente da quanto stabilito dalla Banca centrale. Di conseguenza, prevediamo anche che, allargando l’orizzonte temporale, i tassi di interesse si posizioneranno a un livello più robusto rispetto a quanto immaginato un paio di anni fa, ma non in misura così forte. Persistono, infatti, gli stessi driver che impediscono di attuare per una quantità di tempo significativa una politica monetaria molto restrittiva, primo fra tutti l’altissimo livello di indebitamento dell’economia globale. Pensiamo anche che continueranno a sussistere gli elementi che hanno consentito negli anni scorsi di tenere sotto controllo il costo della vita. Con ogni probabilità la spinta, presente attualmente negli Usa, verso forti aumenti dei salari è sopravvalutata e destinata ad affievolirsi una volta che sia riportato sotto controllo il ciclo economico e normalizzato il mercato del lavoro, tuttora caratterizzato da squilibri fra un numero di posti di lavoro in eccesso rispetto alla disponibilità di manodopera».

continua a leggere