a cura di Pinuccia Parini
Federica Calvetti, head of Esg & strategic activism di Eurizon Capital Sgr, partecipa al Focus Sostenibilità
Negli ultimi anni, nelle politiche di investimento, è cresciuta in modo sensibile l’attenzione all’ambiente, agli aspetti sociali e alla governance. Vede rischi all’orizzonte per questo trend?
«Nel corso degli anni, la consapevolezza di ciò che rappresenta un investimento sostenibile e che cosa significhi la sostenibilità per le aziende in cui investiamo ha acquisito connotati sempre più ricchi e diversificati. Si è assistito, infatti, a una maggiore comprensione, dapprima delle tematiche di governance e, a seguire, di quelle ambientali (da sempre al centro dell’attenzione delle istituzioni a partire dal protocollo di Kyoto pubblicato nel 1997), fino ad arrivare agli aspetti sociali. I rischi di questo trend, che si possono intravedere all’orizzonte, sono, a mio parere, legati alla necessità di trovare una convergenza globale della normativa in materia di investimenti sostenibili. L’Europa, negli ultimi anni, ha dimostrato di svolgere un ruolo guida con la promozione, già nel 2018, del piano di sviluppo per la finanza sostenibile. Esso era rivolto, sia al settore degli asset manager, con la Sfrd, la tassonomia e l’individuazione di benchmark cosiddetti Paris aligned e Climate transition, sia agli emittenti e, infine, ai clienti finali, attraverso la Mifid II. Molto è stato fatto e l’impianto europeo continua a essere il più avanzato, ma nel 2022 è emerso in modo evidente quanto è necessario che nell’industria ci siano standard e normative condivise. Si gestiscono portafogli globali che, in quanto tali, investono in aziende non solo europee: per queste società, nel momento in cui si deve rendicontarne la sostenibilità e valutarne i rischi e le opportunità, è importante che la tipologia di dati raccolti sia omogenea e comparabile. Ma non si tratta solo di questo aspetto. All’interno dell’industria dell’asset management è necessario che si instauri un confronto tra i vari regolatori in materia di classificazione dei prodotti: ciò andrebbe a vantaggio non solo dell’investitore, ma anche della finalità per cui le stesse soluzioni di investimento sono state pensate».
Quali cambiamenti intravede?
«Nonostante ci sia il rischio di una continua frammentazione della normativa a livello globale, che potrebbe ostacolare la velocità con cui determinate risorse possono essere messe a disposizione, lo scorso anno si è visto uno sforzo di convergenza tra i vari attori presenti, una narrativa che ha sempre più punti di contatto: l’Europa guarda con attenzione a ciò che viene promulgato, in tema di sostenibilità, nel Regno Unito e negli Usa e viceversa. Siamo di fronte a un mercato in cui le attenzioni a questa tematica sono in continua crescita, con grandi sforzi a livello istituzionale».
C’è la possibilità di una convergenza tra i vari regolatori?
«Sono ottimista e fiduciosa perché, per esempio, il regolatore inglese (Fca) ha pubblicato un report in cui si evidenziano i punti di contatto rispettivamente con la normativa Ue e con quella Usa. Ritengo che sia un chiaro segnale di apertura, perché significa dare trasparenza e utilizzare quanto più possibile le esperienze di terzi per riuscire a costruire un sistema di riferimento per gli investimenti sostenibili il più uniforme possibile».
A gennaio 2023 sono stati introdotti i Regulatory technical standards (Rts). Quanto è importante questa tappa per gli investimenti sostenibili?
«Penso che sia una tappa molto importante, perché, per la prima volta, a livello di rendicontazione e di trasparenza precontrattuale dei prodotti collocati sul mercato, abbiamo un’informativa uniforme. Per il cliente finale risulta, quindi, più immediato trovare, negli allegati alla documentazione dei fondi, le informazioni sugli impegni presi in materia di sostenibilità nella gestione degli investimenti che permettono di fare anche confronti tra i diversi prodotti presenti sul mercato. Bisogna, però, essere consapevoli che le interpretazioni su alcuni Rts non sono ancora univoche, come ad esempio la stessa definizione di investimento sostenibile, sulla quale esistono differenze dovute al fatto che ciascun asset manager ha adottato la propria metodologia di riferimento all’interno delle linee guida contenute in questo regolamento».
Ritiene quanto appena descritto un punto di debolezza?
«Esistono differenze di interpretazione tra le case di gestione e, proprio per questa ragione, il regolatore chiede che siano spiegate le metodologie adottate. Ritengo che l’elemento al quale dare importanza sia la qualità dell’informativa che viene fornita. Con riferimento alla tassonomia, sebbene ci siano ancora diversi aspetti che devono cristallizzarsi, bisogna valorizzare che si tratta di una linea guida oggettiva di che cosa è un’attività ecosostenibile e, a regime, non dovrebbe lasciare spazio a interpretazioni. I dati di allineamento ai primi due obiettivi di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico da parte degli emittenti corporate saranno pubblicati già da quest’anno».
Quali obiettivi vi siete dati per essere parte attiva verso un’economia più resiliente e sostenibile?
«Il Gruppo Intesa SanPaolo investe da anni sulla sostenibilità e ha aderito all’iniziativa Net-zero per i diversi ambiti di attività. Eurizon, nello specifico, ha aderito alla Net-Zero Asset Managers Initiative nel 2021. Nel corso dello scorso anno, a novembre, abbiamo pubblicato i target Net-zero che si articolano su quattro ambiti di azione. Abbiamo identificato un iniziale “portafoglio in scope” pari al 15,39% delle masse in gestione nel 2021, che sarà gestito nell’ottica di arrivare alla neutralità climatica. Per il “portafoglio in scope”, ci siamo così impegnati a ridurre l’intensità carbonica del 50% entro il 2030 (punto di partenza il 2019), in linea con le indicazioni Ipcc per mantenere l’aumento delle temperature entro 1,5°; lo scopo è incrementare gradualmente la percentuale degli asset coinvolti per arrivare a coprire il 100% entro il 2050. Un altro obiettivo è, invece, legato all’engagement, cioè quell’attività da svolgere nei confronti delle società partecipate in modo che siano sensibilizzate nel definire e nell’implementare piani di transizione che permettano il raggiungimento di Net-zero. Abbiamo così identificato le aziende presenti nei nostri portafogli che sono maggiormente inquinanti e che saranno contattate progressivamente nei prossimi anni, in base all’urgenza dell’intervento e al livello di impegno assunto nel processo di transizione: tutto ciò per fare sì che migliorino il loro allineamento allo scenario di neutralità carbonica. Infine, abbiamo definito un target di investimenti in climate solution e ci impegniamo, entro il 2025, a fare in modo che almeno il 4% degli asset in portafoglio sia investitito in green bond. Si tratta di impegni importanti, affinché ci sia anche il nostro contributo alla realizzazione di un’economia più resiliente e sostenibile. Nel frattempo, continua a essere centrale l’attività di stewardship ed engagement, che sono per noi strategiche, all’interno della quale siamo sempre più presenti. Ricordo che Eurizon già nel 2014 ha sottoscritto i Principi di stewardship e nel 2015 i Pri dell’Onu».
Ritiene che il tema sociale sia stato trascurato nelle proposte di investimento?
«Storicamente, anche da un punto di vista istituzionale, il focus è sempre stato più sulla tematica ambientale, anziché sociale. Una delle motivazioni è che quest’ultima presenta problematiche che sono difficili da ”misurare”, perché più passibili di interpretazione soggettiva. A questo proposito, vorrei aggiungere una riflessione. Già dallo scorso anno abbiamo iniziato a monitorare il “tasso di successo” delle proposte che sosteniamo durante le assemblee degli azionisti delle società partecipate: solo circa il 10% delle proposte sociali che supportiamo effettivamente passa. Il dato rivela, come detto pocanzi, la difficoltà di mettere a fuoco la tematica e comprenderla, ovvero apprezzare i rischi e le opportunità che derivano dal fatto che un’azienda sia più o meno impegnata su temi quali, ad esempio, il rapporto con i dipendenti o con gli stessi fornitori. La stessa tassonomia legata agli aspetti sociali sembra essersi arenata. Forse manca la comprensione necessaria per esprimere un voto consapevole sugli aspetti sociali, mentre, per quanto riguarda quelli di governance, esistono codici già consolidati nelle varie giurisdizioni e le regole sono chiare. Quella sociale è una tematica in evoluzione e ancora una volta il dialogo con le società svolge un ruolo determinante».

