a cura di Pinuccia Parini

COMGEST
Christophe Nagy, gestore del fondo Comgest Growth America di Comgest

Come investire in modo attivo sul mercato americano? A rispondere a questo quesito in un momento particolarmente difficile per i mercati è  Christophe Nagy, gestore del fondo Comgest Growth America di Comgest.

Qual è la sua lettura delle attuali condizioni di mercato?

«Penso che si debbano considerare tre dimensioni: la politica monetaria, le valutazioni del mercato e il sentiment degli investitori. Per quanto riguarda il primo aspetto, i segnali sono ancora negativi. L’inflazione è scesa dal 6,5% al 6,4% nel gennaio 2022, ma si è lontani dall’obiettivo del 2% della Fed; ha probabilmente toccato il picco, ma all’interno dell’indice core la componente servizi fa segnare ancora un incremento di circa il 6%. Il dato sulla creazione di nuovi posti di lavoro è rimasto elevato e il tasso di disoccupazione contenuto, anche se emergono alcuni segnali di raffreddamento dell’economia di non facile interpretazione. Si può quindi presumere che la politica monetaria rimarrà restrittiva nei prossimi tre-sei mesi, mentre, per quanto riguarda l’andamento dell’attività economica, è difficile ipotizzare se ci sarà o no una recessione. In merito alle valutazioni del mercato, invece, i valori attuali non destano preoccupazione, visto che il P/E per i prossimi 12 mesi tratta a 17x, un livello che giudichiamo neutrale. Infine, da alcuni recenti sondaggi di mercato, emerge che gli investitori sono ancora molto cauti nei confronti delle asset class più rischiose e indicano di essere sottopesati in azioni, un segnale che va letto positivamente per l’andamento futuro del mercato. Fatte queste considerazioni, ritengo però importante sottolineare che, poiché siamo un asset manager che si caratterizza per uno stile quality-growth nelle proprie decisioni di investimento, tutte le nostre scelte avvengono attraverso un processo bottom-up (dal basso verso l’alto) che prescinde dalla lettura del contesto macroeconomico».

Nelle vostre valutazioni, come tenete conto del rialzo dei tassi?

«Certamente il rialzo dei tassi ha un impatto sulle valutazioni dei titoli ed è per questo motivo che, quando decidiamo un investimento, vi prestiamo particolare attenzione, così come facciamo nei confronti della solidità dei bilanci e della curva di crescita delle aziende. Inoltre, nella scelta dei titoli utilizziamo previsioni di crescita degli utili per azione a sette anni, cui applichiamo un fattore di sconto molto conservatore, in modo da avere un margine di sicurezza sulle nostre assunzioni di fondo. Vogliamo evitare di cadere in una “growth trap”, ovvero di correre il rischio di investire in un’azienda le cui prospettive future possono conoscere una discontinuità nella loro traiettoria. Detto ciò, in generale, per il mercato azionario è importante che vi sia stabilità sul fronte dei tassi di interesse per potere fare le giuste valutazioni».

Come caratterizzerebbe il vostro stile di gestione?

«Userei tre parole chiave: semplicità, convinzione e performance. La filosofia di investimento di Comgest è semplice e distintiva, perché, nelle nostre decisioni, siamo guidati dalla redditività del capitale investito e dalla crescita degli utili. Lo facciamo operando in un portafoglio composto da circa 30 titoli, oggetto di uno screening Esg, di cui stimiamo l’andamento degli utili almeno per i sette anni successivi. Il risultato finale è un universo che esprime le nostre più forti convinzioni. Non operiamo scelte settoriali e il team che gestisce il portafoglio ha competenze trasversali, perché si concentra sul modello di business dell’azienda, sul grado di sostenibilità, sulla qualità del management e sui bilanci. Investiamo in imprese che crescono in modo stabile e hanno raggiunto una leadership nel loro ambito di attività, perché ciò permette loro di avere pricing power e affrontare anche i momenti di mercato più complessi. Infine, la terza parola che caratterizza il nostro stile di gestione è la performance. Il nostro  obiettivo è generare alfa rispetto al benchmark di riferimento, contenendo la volatilità del portafoglio. I risultati di Comgest Growth America degli ultimi 14 anni testimoniano il successo della nostra strategia».

Quindi nessuna scelta settoriale a monte?

«L’applicazione di criteri Esg nelle nostre analisi ha portato a esclusioni formali in ambiti quale il carbone, gli armamenti e il tabacco. Tendenzialmente, non investiamo in settori che sono soggetti all’andamento macroeconomico, proprio perché riteniamo che sia difficile stimarlo e preferiamo non formulare le nostre decisioni di investimento su queste basi. Di conseguenza, evitiamo comparti come le materie prime, i finanziari e, in linea generale, tutte le attività che sono strettamente legate al ciclo».

Di recente lo stile value ha registrato un’outperformance rispetto al growth. Che cosa ne pensa?

«Riteniamo che lo stile value funzioni in modo irregolare nel contesto macroeconomico e in periodi limitati nel tempo, e che non si possa identificare in modo univoco quando alcuni settori, considerati value, possono fare registrare un’outperformance. In linea di massima, questo stile di gestione produce buoni risultati nelle fasi iniziali della crescita o al manifestarsi dell’inflazione. Perciò, pur prendendo in debita considerazione le dinamiche presenti nell’attuale contesto, non rileviamo alcun elemento che possa mettere in discussione il nostro stile d’investimento e che ci induca a cambiarlo, vista la cautela di fondo che ha sempre caratterizzato il nostro approccio».

Qual è la tipologia di titoli che richiama la vostra attenzione?

«Pensiamo che le migliori opportunità siano rappresentate dalle società che offrono prodotti e servizi capaci di aumentare in modo significativo la produttività ed essere funzionali ai loro clienti nell’affrontare, per esempio, fasi come quella attuale, con inflazione in rialzo e rischi di rallentamento economico o di recessione. Con gli Stati Uniti alle prese con una contrazione demografica dovuta all’invecchiamento della forza lavoro e con la transizione energetica, riteniamo che un numero sempre maggiore di aziende si affiderà a prodotti e servizi capaci di aumentare l’efficienza e di ridurre i costi. Cerchiamo, inoltre, società che operino in fasce di mercato poco penetrate e/o che abbiano posizioni di leadership di servizio o di prodotto e il cui modello di business non rischi di essere messo in discussione da cambiamenti normativi o regolamentari. Ad esempio, il fondo ha investito in Eli Lilly, un’azienda che, nel tempo, è stata capace di rinnovare il suo portafoglio di farmaci per la cura del diabete. Una svolta recente nel trattamento di questa malattia ha aperto alla società le porte di un nuovo mercato, quello del trattamento dell’obesità, dove il farmaco ha dimostrato una capacità rivoluzionaria di riduzione del peso corporeo. Caratterizzata da una forte capacità di innovazione, nella pipeline di Eli Lilly si trovano prodotti estremamente interessanti, tra i quali un potenziale farmaco rivoluzionario per il morbo di Alzheimer».

Come è composto il vostro portafoglio in termini di capitalizzazioni?

«Circa il 40% del nostro fondo è investito in aziende con una capitalizzazione che va dai 10 ai 30 miliardi di dollari, dimensione che noi consideriamo uno “sweet spot”: imprese di questa grandezza hanno già avuto uno sviluppo significativo, raggiunto una posizione di leadership, soffrono meno la concorrenza e hanno ancora molti anni di crescita di fronte. Il restante 60% è in titoli con una market cap oltre 100 miliardi di dollari, che possono offrire una robusta linea di prodotti».