a cura di Pinuccia Parini
Tommaso Aiello, partner e ceo di The Good Idea, prima B Corp del suo settore in Italia, racconta a Fondi&Sicav il processo di trasformazione del modello di business di un’azienda leader nel corporate merchandising, che ha deciso di investire nell’innovazione e in nuovi modi di realizzare le idee.
Che cosa fa The Good Idea?
«Siamo una società B Corp che produce merchandising corporate e promozionale per multinazionali, grandi aziende e private label a supporto di attività di marketing e comunicazione. In The Good Idea concepiamo, sviluppiamo e realizziamo i gadget che una società vuole abbinare alla vendita di un prodotto, ma anche oggetti brandizzati di ogni tipo, tra i quali prodotti private label. Siamo specializzati nel design, nello sviluppo creativo, nella produzione e nella logistica di questi oggetti. La nostra struttura, organizzata in team, ci consente di ottenere elevati standard qualitativi, offrendo ai nostri clienti un servizio rapido e flessibile in tutto il mondo. All’interno di The Good Idea lavorano professionisti con più di 20 anni di esperienza internazionale che ogni giorno si impegnano per rendere la nostra filiera e i nostri progetti sempre più sostenibili».
Come si coniuga l’attività di merchandising con la sostenibilità?
«Il nostro business, per sua connotazione, è poco sostenibile, perché si occupa della produzione di una vasta quantità di oggetti la cui durata, nel tempo, può essere molto limitata. Proprio perché consapevoli di questo nostro limite, abbiamo iniziato una ricerca su vasta scala di materiali che ridimensionassero, anche sensibilmente, l’impatto ambientale dei prodotti realizzati. L’esigenza di muoverci in questa direzione è nata anni fa, quando ancora la sostenibilità non era un concetto così condiviso. È emersa da un lato da una nostra consapevolezza del problema, dall’altro dall’ispirazione che abbiamo ricevuto da parte di alcuni dei nostri clienti a muoverci in questa direzione. Abbiamo così sviluppato un nuovo percorso che ci ha portati a formulare alcune proposte di merchandising con prodotti meno impattanti, grazie a un approfondito studio sui materiali e i luoghi di produzione. Ne è conseguita anche un’operazione di sensibilizzazione sul tema presso tutte le aziende con le quali lavoriamo».
Può fare degli esempi?
«Le posso citare alcuni esempi, che possono aiutare a comprendere meglio il nostro sforzo di innovazione. Tra i nostri materiali sostenibili, c’è Jacroki, che è un brevetto al 100% italiano. Si tratta di un foglio flessibile in fibre naturali e carta riciclata, che si pone come alternativa ai materiali più comuni come il poliestere. Il Seaqual, invece, è un tipo di materiale proveniente dal riciclo della plastica raccolta dal fondo del mare, che viene pescata dalle reti di più di 400 barche di pescatori e portata a riva ogni giorno. I rifiuti vengono quindi classificati e categorizzati in modo che ogni materiale venga indirizzato verso la giusta catena di riciclaggio, dove la plastica Pet viene trasformata prima in “fiocchi” e successivamente in polimeri, ottenendo un filato che viene unito al cotone riciclato dando vita a tessuti sostenibili di alta qualità. Utilizziamo anche cuoio rigenerato, cioè materiale riciclato ed ecosostenibile contenente fibre di cuoio al 100% riciclate dagli scarti di lavorazione del cuoio con l’aggiunta di collanti naturali. Per citare un ultimo esempio, c’è il Green Pe, o polietilene verde, che mantiene le proprietà, le prestazioni e la versatilità del polietilene di origine fossile, ma cattura CO2 durante la sua produzione, anziché immetterne in atmosfera. Le sue origini al 100% vegetali permettono, infatti, durante il ciclo di vita dalla materia di origine al prodotto finito, di ridurre le emissioni nocive di gas serra. Rispetto al polietilene tradizionale, la differenza principale è che l’etanolo utilizzato per Green Pe non viene prodotto dalla lavorazione del petrolio greggio, ma derivato dalla lavorazione della canna da zucchero. Ogni tonnellata di Green Pe prodotta determina pertanto una riduzione di emissioni di CO2 sino a 3,09 tonnellate, contribuendo alla riduzione delle emissioni di gas climalteranti (gas serra). Il Green Pe viene riciclato con un processo industriale analogo al polietilene tradizionale, risultando quindi riciclabile al 100%».
L’innovazione è legata solo ai materiali utilizzati?
«Non solo, perché la sostenibilità passa anche attraverso il pensiero dietro al design dell’oggetto che viene realizzato: è cruciale lo sforzo creativo dietro ognuno di essi per realizzare prodotti che possano essere il più possibile longevi».
Vi occupate anche della produzione del merchandising?
«Non internamente. Agiamo da trading company e, in quanto tale, cerchiamo di identificare realtà produttive, anche all’estero, che possono diventare nostri partner cui appaltare la realizzazione del prodotto. Esse devono soddisfare i nostri standard di qualità che sono elevati, a partire dal controllo della qualità dei prodotti che viene effettuato dalla Sgs, ente certificatore e di ispezione leader nel mondo. La nostra struttura di approvvigionamento è flessibile e vi partecipano fornitori in Europa, Asia e Medio Oriente. Per questa ragione, ci assicuriamo che le condizioni di lavoro, così come le modalità di produzione, rispettino determinati criteri e che l’impatto sul territorio sia monitorato. A tale proposito, abbiamo ottenuto la certificazione Sedex, con la quale si assume l’impegno di lavorare con fabbriche che rispettino i massimi standard etici. Come parte del nostro impegno per una filiera a emissioni zero, collaboriamo con aziende di trasporto che compensano le loro emissioni o che impiegano veicoli elettrici. Abbiamo partnership internazionali con corrieri e spedizionieri e privilegiamo i trasporti via terra o mare rispetto alla via aerea».
La sostenibilità permea quindi tutto il vostro modello di business. È corretto?
«La sostenibilità è trasversale e tocca tutti gli ambiti del fare impresa e il percorso, che ci ha portato a diventare una Società benefit prima e B Corp poi, ha formalizzato il nostro impegno nel generare valore oltre il profitto e, di conseguenza, beneficio comune. Siamo partiti dall’utilizzo di materiali innovativi per realizzare soluzioni che fossero di minore impatto ambientale, ma abbiamo poi volto la nostra attenzione anche agli aspetti di carattere sociale. Ad esempio, sosteniamo con grande impegno la Fondazione Operation Smile Italia Ets con la quale siamo stati di recente in missione in Guatemala».
La decisione di diventare una Società Benefit e oggi B Corp va quindi collocata all’interno del nuovo percorso che avete deciso di intraprendere?
«Direi di sì, soprattutto perché ci siamo resi conto di avere già tutti i requisiti per diventarlo. Il periodo della pandemia è stato un momento di riflessione, durante il quale si è assistito a diversi cambiamenti, e il tema della sostenibilità è emerso con grande forza. Diventare una società Benefit ha significato compiere un passo importante perché, il farlo è stato un’assunzione di responsabilità nell’abbracciare un’evoluzione del concetto di fare impresa. Vuole dire, in altre parole, avere standard elevati di trasparenza, considerare gli interessi degli stakeholder e rispettare l’ambiente nello svolgimento delle proprie attività, promuovendo modelli di produzione e di consumo responsabili».
Che cosa ha comportato per voi questo ulteriore passaggio?
«Siamo la prima B Corp di merchandising in Italia (la numero 411 in tutta Italia), un impegno non da poco visti i requisiti necessari ad ottenere questa importante certificazione internazionale. La certificazione B Corp, infatti, identifica le aziende che, nello svolgimento delle loro attività e nel perseguimento dei propri obiettivi di business, rispondono a standard più elevati di tutela ambientale e sociale. In altre parole, non solo c’è un impegno a rispettare determinati parametri, ma anche una misurazione delle performance ambientali e sociali realizzate. Riteniamo che la decisione presa sia stata anche un passo necessario, pensando alle evoluzioni future della nostra attività».
Avete sostanzialmente cambiato la vostra value proposition. Come hanno reagito i vostri clienti?
«Alcuni di loro sono stati, e continuano a essere, un vero e proprio stimolo nell’affrancarci al percorso che abbiamo deciso di intraprendere. Con altri, invece, è necessaria un’attività di edutainment, diffondendo cultura della sostenibilità per fare comprendere che è un investimento, e come tale comporta dei costi».
Dalla vostra esperienza è nata anche una società di consulenza, Rebrain, che opera nell’ambito della sostenibilità. Di che cosa si tratta?
«Rebrain è nata dalla volontà di accompagnare, tanto The Good Idea, quanto altre imprese in un percorso volto alla sostenibilità ambientale e sociale. Rebrain si occupa di consulenza strategica, risorse umane e sustainability advisory. Le aziende cui ci rivolgiamo fanno parte del nostro network e di quello delle nostre società partner: abbiamo infatti dato vita a un circolo virtuoso tra imprese che condividono molti tratti in comune tra loro, tra i quali la visione e gli obiettivi da raggiungere. Ai nostri clienti proponiamo percorsi per trasformarsi in società benefit, che prevedono di integrare la responsabilità sociale nelle attività d’impresa, formalizzando in maniera trasparente gli impegni dell’azienda attraverso l’integrazione dello statuto, ma anche l’elezione di un responsabile di impatto e la redazione di un bilancio di sostenibilità annuale. Insieme a Lttu Associati (studio legale con pluriennale esperienza in materia di responsabilità degli enti), abbiamo sviluppato una metodologia proprietaria che si ispira al Modello organizzativo 231 e che prevede la creazione di procedure aziendali e la definizione di flussi informativi e processi a tutela e garanzia degli obiettivi di sostenibilità. C’è poi il percorso indirizzato all’ottenimento della certificazione internazionale B Corp che attesta l’impegno e il valore generato dall’azienda, misurando le performance di impatto negli ambiti Esg. Rebrain si occupa anche di strategia Csr, attraverso la quale viene fatta l’analisi dell’azienda, per identificare le aree di intervento e gli obiettivi utili. Quest’ultima può prevedere soluzioni strutturate, come la carbon neutrality o, dove possibile, la tracciabilità della filiera tramite tecnologia blockchain, ma anche molto agili come lo switch su server green o come l’utilizzo di una piattaforma che consente la prenotazione dei viaggi aziendali calcolando e neutralizzando le relative emissioni».
Avete progetti specifici cui state lavorando?
«Ce ne sono diversi, dal tool di assessment ideato per individuare le risorse in azienda più orientate alla human & business sustainability, a progetti volti all’engagement delle risorse umane e dei clienti di un’azienda. Ne abbiamo poi di proprietari, tra cui Progetto integro, che ha come finalità il reintegro nella società di persone che, per una serie di motivi, hanno vissuto per strada, in situazioni di forte disagio, emarginate: per costoro viene previsto un percorso di reinserimento nella comunità. Con Prameya Foundation abbiamo dato vita a Rebrain India che, in bilico tra sostenibilità ambientale e sociale, ci vede impegnati in progetti di scolarizzazione, piantumazione e raccolta di rifiuti plastici, punto di partenza di una catena virtuosa di fornitura, dalla raccolta al prodotto finale, interamente certificata Ocean Bound Plastic. Dopo anni in cui le aziende hanno fatto parlare di sé a causa di operazioni, spesso maldestre, di green washing, oggi servono progetti che parlino di sostenibilità in senso ampio, pieni di concretezza e valore».

