a cura di Pinuccia Parini
In una fase certamente molto difficile per quasi tutto il pianeta, l’Italia viene spesso guardata con estrema preoccupazione. A parlare di questo tema è Renato Panichi, senior director Emea corporate ratings presso S&P Global Ratings, che si sofferma soprattutto sulle prospettive delle aziende italiane.
Qual è l’outlook per le imprese italiane?
«Circa l’84% dell’universo delle grandi e medie imprese con rating ha un outlook stabile per il 2023, in linea con la media europea, il che indica resilienza per il 2023. Circa il 12%, gran parte del quale è concentrato nel segmento sub investment grade, ha prospettive negative, in aumento rispetto al 2% del 2021, ma ben al di sotto del 40% registrato durante la pandemia. Ciò significa, in media, stabilità di credito per le società italiane con rating. Questa condizione, pur in un contesto di rallentamento economico, può essere spiegata dalla solidità dei bilanci delle aziende, grazie anche ai buoni risultati conseguiti nel 2021 e nel 2022».
I recenti eventi che hanno riguardato i mercati finanziari negli Usa e in Europa possono in qualche modo avere un impatto su questa valutazione?
«Quanto è successo in Europa e negli Stati Uniti coinvolge il comparto bancario, mentre le valutazioni fatte in precedenza riguardando il settore corporate. Se è vero che queste crisi prettamente creditizie possono avere ricadute sul mondo delle imprese, traducendosi in un aumento della volatilità sui mercati finanziari e in un fly to quality, non si intravedono ancora effetti che vadano a cambiare in modo significativo il nostro outlook. Dall’altro lato, invece, va detto che, rispetto all’inizio dell’anno, la problematica energetica è meno preoccupante, a causa della diminuzione del prezzo di alcune fonti d’approvvigionamento, come, ad esempio, il gas».
Rilevate una dispersione tra i diversi settori?
«Per quanto riguarda i rating, non vi è una dispersione a livello settoriale e gli outlook negativi sono ascrivibili a situazioni idiosincratiche legate alle singole imprese. Se si guarda, invece, alla performance operativa, quindi alla redditività delle aziende, ci sono comparti che hanno riportato risultati migliori rispetto ad altri. Nel 2022, nello specifico, le utility e le società del settore energetico sono andate bene. Le aziende energivore (metallurgiche, cementifere, chimiche), invece, hanno sofferto maggiormente, soprattutto nella seconda metà dello scorso anno e, probabilmente, continueranno a farlo anche nel 2023, in questo caso più per debolezza della domanda che per i costi dell’energia. In ogni caso, pur essendo in contrazione, i volumi rimangono su valori interessanti. Un altro aspetto che merita di essere menzionato è la ripresa nel corso del 2022 del settore dei servizi, che aveva sofferto molto durante la pandemia e che pensiamo continui a consolidare questo trend anche nell’anno in corso».
Quali sono i rischi che potrebbero portare a un deterioramento dell’outlook?
«Il rischio più importante che noi vediamo è legato alle conseguenze degli aumenti dei tassi d’interesse, soprattutto per le aziende più indebitate, e agli eventuali effetti di contagio da sacche di debolezza nel settore finanziario che emergono in seguito alla stretta monetaria e che possono determinare volatilità sui mercati e fenomeni di fly to quality. Questo pericolo è meno rilevante per le società con rating investment grade, che hanno un profilo di rischio finanziario più contenuto. Rimangono poi il rischio geopolitico, con il conflitto in Ucraina che ancora continua, e quello legato all’inflazione, soprattutto per le conseguenze sulla fiducia dei consumatori, con possibili effetti sulla domanda finale. Si è invece attenuata, nonostante la persistente volatilità dei prezzi, la preoccupazione legata all’approvvigionamento di gas, e, a oggi, non ci attendiamo un razionamento dei volumi nei prossimi trimestri. Ciò è dovuto all’efficacia della diversificazione delle fonti sul lato dell’offerta, avvenuta insieme a una diminuzione della domanda, sia nell’industria, sia nelle famiglie».
L’inflazione, però, sembra persistere su livelli più elevati delle attese. Che cosa ne pensa?
«Nel corso del 2022, quando si parlava di inflazione, ci si riferiva a quella che riguardava i fattori di produzione, in particolare materie prime ed energia. Con il trascorrere del tempo, l’aumento dei prezzi è diventato più pervasivo, investendo anche la componente di beni e servizi. Oggi è la core inflation che rimane a livelli elevati, come si poteva già intravedere a inizio d’anno, e bisognerà seguire con attenzione quale evoluzione avrà, e soprattutto le conseguenze sulle dinamiche salariali. Tutto ciò, indubbiamente, incide sulla fiducia dei consumatori e sulla domanda di beni e servizi da parte del settore privato».
In termini di redditività delle imprese, che cosa vi attendete per il 2023?
«I risultati delle aziende italiane sono stati mediamente buoni. L’effetto negativo dei volumi del secondo semestre del 2022 permarrà anche nel 2023, soprattutto nella prima parte, dove ci attendiamo una contrazione, con una probabile ripresa nella seconda metà. È chiaro che l’inflazione continuerà a giocare un ruolo importante, con le imprese che cercheranno di traslare l’aumento dei costi sui prodotti finali. In alcuni settori, la riduzione dei prezzi all’ingrosso di certe materie prime potrebbe aiutare i margini, un effetto positivo che potrebbe però essere più che compensato da quello negativo della discesa dei volumi venduti. Nella migliore delle ipotesi, ci aspettiamo che i margini tengano, se non addirittura che si contraggano ulteriormente. Per quanto riguarda, invece, la generazione di cassa, inizierà a risentire dei maggiori oneri finanziari dovuti all’aumento dei tassi».
E in termini di margini operativi e di capex?
«Se si guardano gli annunci fatti dalle imprese, anche in occasione della pubblicazione dei risultati, ci attendiamo una sostanziale tenuta degli investimenti e, nel peggiore dei casi, una moderata riduzione. Consideriamo che, nei due anni precedenti, i livelli di capex sono stati consistenti e questa considerazione vale, sia per le aziende italiane, sia per quelle europee. Le imprese, forti anche della solidità dei loro bilanci, non vogliono rinunciare alle opportunità che vengono loro offerte dai nuovi investimenti, quali quelli digitali, o per la riduzione dei rischi climatici. È chiaro che, se ci si trovasse di fronte a una situazione di incertezza prolungata nel tempo, ci potrebbe essere un rallentamento di questi piani o una loro posticipazione. Un discorso a parte, invece, riguarda le costruzioni in Italia, dove bisogna fare una distinzione tra investimenti in opere infrastrutturali, che sono previsti in aumento nel corso del 2023, se non altro per effetto del Pnrr, e quelli residenziali, che è probabile si contraggano per il cambio della normativa sulle agevolazioni fiscali».
L’aumento della leva finanziaria degli scorsi anni è per voi una preoccupazione?
«Mediamente, dalla Grande crisi finanziaria, si è avuto senza dubbio un aumento della leva finanziaria, sia a livello corporate, sia governativo. La situazione attuale per i corporate italiani non è però preoccupante, tenendo ovviamente conto dei diversi livelli di rating. Sono le società speculative grade, in particolare con rating nella categoria B, che potrebbero soffrire maggiormente nell’attuale situazione di rialzo dei tassi. In generale, comunque, tendiamo sempre a mettere in rapporto il livello del debito con la redditività di un’azienda e non riteniamo che un aumento del primo sia un segnale negativo, se avviene in concomitanza con un miglioramento della seconda».

