da uno studio dell’Osservatorio Fintech & insurtech del Politecnico di Milano
Spesso, quando i mass media si occupano del tema fintech, le banche tradizionali e i nuovi player che operano esclusivamente attraverso infrastrutture quali le app vengono messi in contrapposizione tra loro. In particolare, sono spesso sottolineate le arretratezze (in buona parte anche reali) di un settore, come quello creditizio, che fa fatica a servire in maniera adeguata una buona fetta della domanda. Non a caso in Italia sta diminuendo in maniera piuttosto robusta la quantità di filiali aperte sul territorio: oltre 1.500 comuni del nostro Paese oggi sono completamente sprovvisti di uno sportello di banca tradizionale.
Sicuramente non si tratta di una questione irrilevante, ciò, però, non implica che ci si trovi di fronte a un incipiente deserto dei servizi finanziari. Infatti, dai dati dell’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano emergono alcuni trend importanti e, tutto sommato, positivi: nella prima metà dell’anno passato il numero di clienti degli istituti bancari che usa strumenti digitali era aumentato del 6%. Non si tratta ovviamente di una crescita esplosiva, però in un mercato già ampiamente affollato, non si può fare a meno di guardare con soddisfazione a un’ulteriore significativa crescita, anche se l’incremento è più limitato rispetto agli anni passati.
Ancora più interessante, poi, è il fatto che la percentuale di incremento delle transazioni digitali, un eccellente +17%, sia di gran lunga superiore all’espansione della base di clienti del digitale. Ciò significa che l’homebanking tradizionale e le app vedono una gamma crescente di servizi offerti (e utilizzati). Sempre più spesso, infatti, dalla stessa piattaforma di grandi (e non solo) istituzioni creditizie è possibile accedere a tradizionali servizi bancari di base e al contempo a prodotti più sofisticati, quali l’intermediazione di titoli (azioni, obbligazioni e fondi) e la consulenza finanziaria. Spesso, il tutto si presenta sotto forma di pacchetti che contengono un insieme di tutti gli elementi citati, quali ad esempio la possibilità di sottoscrivere digitalmente piani di accumulo di portafogli di investimento robo-advised.
UN NON DRAMMA
Non sorprende, dunque, scoprire, sempre dai dati dell’Osservatorio Fintech & insurtech del Politecnico, che il processo di sfoltimento degli uffici tradizionali delle banche tutto sommato non rappresenta un dramma per la clientela italiana. Infatti, una ricerca condotta dallo stesso Osservatorio ha mostrato che, in caso di chiusura della propria filiale di riferimento, solo il 21% dei correntisti intervistati si rivolgerebbe a un altro gruppo, anche se viene fatto giustamente notare che non è affatto automatico che questa dichiarazione di intenti si trasformi in realtà. È interessante poi osservare che il 35% degli intervistati ha dichiarato, di fronte a una tale eventualità, la volontà di rimanere cliente della stessa banca, rivolgendosi però ai servizi digitali della stessa. Questi ultimi peraltro vengono impiegati in via esclusiva dal 20% di chi ha un conto corrente.
Queste cifre appaiono particolarmente dense di significato. Pur senza volere trarre conclusioni affrettate, il confronto fra queste rilevazioni e il moderato ma costante incremento della base di utenti dell’home banking fa pensare che non vi siano particolari avversioni culturali da parte degli italiani nella transizione verso un modello di servizi finanziari interamente via internet o quasi. Fondamentalmente appare probabile che il legame legacy con la filiale tradizionale sia più dovuto a inerzia che altro.
UN MONDO PER GIOVANI
L’analisi del Politecnico di Milano sottolinea, inoltre, altri aspetti cruciali, legati alle differenti preferenze generazionali. Complessivamente il 24% degli italiani detiene già un conto corrente con una banca online e oltre la metà di questo insieme (53%) lo usa come strumento principale per le proprie necessità bancarie. Se disaggreghiamo i dati per fasce di età si scopre che, non sorprendentemente, la percentuale di coloro che sono clienti di un istituto digitale sale dal 24% al 40% tra le persone che hanno da 18 a 24 anni. Di converso la stessa percentuale scende a un pur rispettabile 11% nel gruppo dei 55-74enni.
Infine, fatto forse ancora più rilevante, l’86% dei 18-24enni clienti di un istituto digitale utilizza queste istituzioni come strumento bancario principale, ben superiore al 53% della media nazionale precedentemente citata. Il documento del Politecnico individua due ragioni principali (ed estremamente pratiche) per spiegare il fenomeno: la clientela più giovane appare attratta dalle procedure più rapide e snelle di onboarding offerte dai protagonisti del settore fintech e le loro necessità finanziarie sono tutto sommato meno sofisticate rispetto a quelle di una clientela più matura.
A questo punto si sarebbe tentati di pensare che il mercato si sta evolvendo verso una sorta di schema duale, dove le fintech servono come una sorta di banca entry-level. Non è infatti improbabile che diverse acquisizioni in questo settore da parte degli incumbent siano state compiute proprio per catturare e fidelizzare lo strato più giovane degli italiani, che si evolveranno poi verso una domanda di finanza più complessa. Questo quadro è però complicato da alcuni fattori. Come si è visto, da una parte gli istituti tradizionali, anno dopo anno, stanno marciando sempre più verso un assetto internet-centrico e, dall’altra parte, un po’ in tutta Europa i nuovi player stanno allargando in misura crescente la quantità e la qualità della propria offerta. Anche in questo caso l’Osservatorio fintech & insurtech del Politecnico enumera alcuni dati significativi. Infatti, delle 120 banche challenger presenti nel Vecchio continente, 93 si rivolgono al segmento retail e 58 di esse in via esclusiva. Inoltre, il 44% del totale offre l’accesso a prodotti di investimento, mentre il 32% eroga prestiti e il 20% vende polizze assicurative. Infine, sempre di più in questo gruppo sono disponibili soluzioni dedicate alle cripto.

