di Alessandro Faes, ricercatore dell’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano
Il ruolo delle piccole e medie imprese (Pmi) nel sistema produttivo italiano non può certo essere sottovalutato. Nonostante rappresentino solo una piccola parte delle società attive (circa il 5%), riescono a generare circa il 40% del fatturato italiano e a impiegare quasi un terzo della forza lavoro. Questo dato rilevante colloca l’Italia tra i paesi europei più caratterizzati da questo segmento e dimostra perché nel nostro Paese si sia sviluppata nel tempo un’offerta finanziaria dedicata proprio alle Pmi, con l’intenzione di soddisfare le necessità di questi attori che differiscono, sia dalle aziende più grandi, sia dalle microimprese, spesso più simili a consumatori individuali. Oltre al loro ruolo economico fondamentale, le Pmi presentano alcune caratteristiche finanziarie specifiche che le pongono di fronte a sfide importanti e richiedono soluzioni personalizzate per supportarle nel loro sviluppo.
In primo luogo, le Pmi presentano in media un’elevata necessità di finanziamento del capitale circolante. Spesso sono coinvolte in cicli di produzione e pagamento più lunghi e possono trovarsi in situazioni in cui devono affrontare esborsi immediati, mentre attendono la liquidazione dei propri crediti. Questa situazione può portare a una carenza di liquidità e a una maggiore necessità di finanziamento del capitale circolante. Inoltre, un’indagine Istat ha mostrato che, a partire dalla pandemia, le Pmi si sono sempre più affidate al credito esterno, riducendo le capacità di finanziamento autonomo del capitale circolante tramite cassa o altre modalità.
POCHI INVESTIMENTI IN CAPITALE
Un’altra caratteristica peculiare delle Pmi rispetto alle imprese più grandi è il loro limitato accesso agli investimenti in capitale, come l’emissione di azioni o l’accesso a fondi di venture capital. Secondo un’indagine della Commissione europea sulle forme di finanziamento delle imprese (Safe survey) del 2022, solo l’11% delle Pmi in Europa si è finanziato o prevede di farlo tramite equity (in Italia il valore scende al 2%). Al contrario, il 46% delle Pmi si basa o prevede di basarsi su prestiti. Le piccole e medie imprese hanno storicamente difficoltà o scarso interesse nell’attrarre investimenti in capitale, anche perché ciò richiederebbe la condivisione della proprietà dell’impresa, spesso di natura personale o familiare, e per il proprio finanziamento si basano prevalentemente sul debito, ponendo così le banche al centro del sistema.
Inoltre, il mondo delle Pmi è caratterizzato dall’assenza di veri e propri standard contabili. A differenza delle grandi aziende, quelle minori non sono obbligate a divulgare le loro transazioni commerciali e la loro performance finanziaria o a pubblicare bilanci annuali. Ciò genera asimmetrie informative che rendono più difficile per gli operatori finanziari valutarne la qualità e lo stato di salute.
Tale mancanza di standard contabili è integrata da una storica bassa conoscenza finanziaria all’interno delle Pmi. Queste imprese spesso non dispongono di strutture interne dedicate alle questioni finanziarie, ai rapporti con le banche e alle assicurazioni. Secondo l’indagine condotta annualmente dall’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano su un campione rappresentativo di Pmi italiane, in più del 50% delle imprese il rapporto con la banca è gestito direttamente dal proprietario, spesso non specializzato in questioni finanziarie. Di conseguenza, le Pmi spesso si affidano completamente a persone di fiducia all’interno delle banche per le loro esigenze finanziarie.
OFFERTE SPECIFICHE PER LE PMI
Tutte queste sfide hanno stimolato lo sviluppo di offerte bancarie e assicurative specifiche per le piccole e medie imprese, che includono prodotti, conti, servizi e personale dedicato.
Considerando l’importanza di questo settore, l’innovazione che ha investito recentemente l’ecosistema finanziario ha coinvolto anche l’offerta di servizi finanziari alle Pmi. Un numero rilevante di startup e challenger bank ha deciso di concentrarsi principalmente su questo comparto, cercando di offrire soluzioni di lending innovative. Tuttavia, questi attori, nel creare il proprio modello di business, si trovano ad affrontare una sfida tanto complessa quanto “antica”: l’asimmetria informativa causata dalla mancanza di standard contabili impedisce di valutare correttamente il rischio creditizio delle Pmi. Inoltre, la scarsa literacy finanziaria impedisce alle aziende minori stesse di esprimere chiaramente le proprie esigenze finanziarie o di gestire adeguatamente il rischio. Insomma, per servire con efficienza le Pmi con un’offerta di credito competitiva ed economicamente sostenibile è necessario conoscerle. Non in astratto, ma direttamente e approfonditamente. Non è un caso che le ricerche condotte dall’Osservatorio abbiano evidenziato che le aspettative delle piccole strutture per il futuro dell’offerta bancaria sono principalmente legate al miglioramento della consulenza e del supporto personalizzati e a prodotti più adatti alle loro specifiche esigenze aziendali.
In passato, le banche tradizionali affrontavano la necessità di conoscere ogni azienda di ridotte dimensioni attraverso il rapporto diretto tra gli operatori di filiale e l’impresa stessa. Gli attori più innovativi si trovano ora di fronte alla stessa sfida: conoscere le imprese per creare un’offerta adeguata e su misura, senza però potere fare affidamento su un rapporto diretto, data la natura squisitamente digitale della loro proposition. Le ricerche e le discussioni condotte dall’Osservatorio hanno mostrato che questo è il tema al centro delle maggiori discussioni nel settore del lending alle Pmi (non tanto l’ultimo algoritmo di credit scoring o l’ultimo modello di crowdlending). Sono stati individuati tre principali approcci, interrelati tra loro, da esplorare per affrontare questa sfida in futuro.

