a cura di Pinuccia Parini

Marco Piersimoni, senior investment manager di Pictet Asset Management, analizza il mercato attuale.

Qual è la sua lettura della situazione di mercati finanziari?

«Penso che sia opportuno ragionare in termini di rischio/opportunità all’interno dei diversi orizzonti temporali. Nel breve termine, evidenzierei i seguenti aspetti. Il primo è legato al debito pubblico degli Usa, tornato sotto i riflettori con la questione del debt ceiling: il compromesso politico anche questa volta è stato trovato, ma rimane il problema di carattere tecnico. Il Tesoro americano potrà ora tornare a emettere titoli del debito pubblico per un ammontare di 1,5 trilioni di dollari, nello specifico Tbill; il vero punto di domanda è chi acquisterà le future emissioni. Ci sono tre possibilità: i fondi monetari, le banche e gli investitori privati. Per il mercato, il punto importante è se saranno le banche a comperarli, drenando in questo modo liquidità dal sistema, oppure se lo faranno i fondi monetari, sulla base di considerazioni di appetibilità in rapporto ad altre asset class. L’interesse dimostrato da questi ultimi attori, rispetto ai 300 miliardi di debito emessi in precedenza, farebbe ritenere questa possibilità concreta. Tutto ciò fa ipotizzare che non dovrebbe, di conseguenza, esserci il rischio di una brutale riduzione di liquidità. Il secondo aspetto da monitorare è legato alla crisi che ha toccato le banche regionali e che potrebbe causare un rallentamento nel mercato del credito. Il fallimento di alcuni istituti finanziari ha creato tensione e timore, con ricadute, sia sui titoli azionari, sia sulla curva dei tassi. Ora la situazione sembra più sotto controllo, ma riteniamo che la questione non vada dimenticata. Il terzo aspetto riguarda, invece, il mercato azionario che, esaminando la performance dell’S&P 500 (+10% da inizio anno), è molto concentrato su un numero ristretto di titoli, sette per l’esattezza: Microsoft, Meta, Apple, Amazon, Nvidia, Tesla e Google. È grazie a essi che si spiega il 95% del rialzo dell’indice».

Non trova il dato preoccupante?

«Un investitore che guarda con distacco il mercato potrebbe considerare questa elevata concentrazione non salutare per la borsa, a differenza di chi, invece, potrebbe leggerla come un chiaro trend da cavalcare. Tuttavia, non va ignorato il fatto che proprio queste sette società sono tra le principali protagoniste di un importantissimo fattore che sostiene gli indici di borsa: il riacquisto di azioni proprie. Le aziende americane, si stima, genereranno 2 trilioni di utili nel 2023, dei quali il 50,5% sarà utilizzato per fare appunto i buyback».

E se si allungasse l’orizzonte temporale ai prossimi trimestri?

«Allargando l’intervallo di osservazione, è necessario osservare fenomeni di carattere più ciclico, quali, da un lato, il processo disinflazionistico e, dall’altro, l’atteggiamento delle banche centrali. Parlando di inflazione, penso che si possa affermare che negli Usa ci siano segnali di calo abbastanza convincenti, anche se con tempi non veloci, mentre in Europa il quadro risulta meno benigno. Anche nel Vecchio continente i prezzi al consumo stanno scendendo, ma lentamente, e, soprattutto, è la componente dei beni alimentari che risulta più incancrenita e anche molto più complessa da gestire dalla politica economica. Le ultimissime indicazioni delle banche centrali sul tema inflazione non sono state particolarmente tranquillizzanti, sia da parte della Fed, sia della Bce. Tuttavia, il mercato sembra non avere creduto appieno ai loro commenti e assegna una discreta probabilità che il picco dell’inasprimento monetario sia ormai prossimo, nonostante le istituzioni centrali abbiano fatto intendere che per il taglio dei tassi bisogna attendere. La conclusione generale che si può trarre da questo contesto è che, probabilmente, a eccezione forse del Regno Unito, l’apice delle misure restrittive sia alla fine. Il mercato sta archiviando il rischio inflazionistico, mentre, da qui in avanti, la vera preoccupazione sarà la crescita».

Anche il rischio di un rallentamento economico è un timore per gli investitori?

«Sì, ma c’è una differenza sostanziale rispetto all’aumento di prezzi al consumo. Quando il mercato viene colto di sorpresa da uno shock inflazionistico, saltano i paradigmi di correlazione e non vi è la possibilità di difendere i propri portafogli, perché la maggior parte delle asset class subisce l’aumento dei tassi. Se, invece, si è di fronte a uno shock di crescita, è molto probabile che la parte obbligazionaria, beneficiando di politiche monetarie più espansive, possa diventare una componente difensiva e contenere l’eventuale perdita degli asset più rischiosi. Attualmente, i tassi di interesse sono nettamente positivi e più utili per la costruzione di un portafoglio rispetto a due anni fa, con rendimenti correnti interessanti. In altre parole, uno shock di crescita, in termini di decisioni d’investimento, risulta più facile da gestire rispetto a uno shock d’inflazione».

Che cosa invece incorpora il mercato in un’ottica di più lungo periodo?

«C’è una notizia positiva. Il mercato è pienamente convinto che vi sia una rivoluzione tecnologica il cui avvento è paragonabile forse solo a quello di internet: è l’intelligenza artificiale. Gli impatti di ogni rivoluzione tecnologica sulla crescita e l’inflazione sono potenzialmente i seguenti: gli effetti sono dapprima disinflazionistici e, in una seconda fase, poderosamente positivi per la crescita, perché aumentano la produttività. Se si guarda agli Usa, nel ventennio ’80-’90, la produttività saliva del 2,5%, mentre nel periodo dal 2000 al 2010 è aumentata solo dell’1,5%. Secondo alcuni studi, l’Ai potrebbe produrre un guadagno di produttività di un punto e mezzo all’anno, che si può tradurre in una crescita aggiuntiva del Pil di sei/otto punti nell’arco di sette/otto anni: è un dato significativo che il mercato sta già iniziando a scontare. Tuttavia, nel lungo periodo, vi sono indubbiamente anche fattori di preoccupazione. La geopolitica, per esempio, mostra continue tensioni il cui esito non è chiaro e che vanno dalla guerra in Ucraina alle frizioni tra Usa e Cina».

Vede a tale proposito ricadute sui mercati?

«Gli asset cinesi non beneficiano certo di un deterioramento delle relazioni tra le due superpotenze: le azioni trattano a sconto e il renminbi rimane debole. Tuttavia, vi è anche l’altra faccia della medaglia di questo scontro tra Usa e Cina: la consapevolezza degli equilibri geopolitici sta portando a una riorganizzazione delle filiere che sta avvantaggiando quei paesi che sono più vicini al mondo occidentale, come il Messico, l’India, il Giappone, la Corea e anche il Brasile, per un certo verso. Ci sono nazioni che per convinzione o per opportunità economica possono diventare più interessanti dal punto di vista degli investimenti. I risultati sono già visibili: il migliore fondo multi asset al mondo è investito solo in attivi messicani».

Che cosa pensa della transizione energetica?

«Va fatta e avrebbe avuto pesanti effetti negativi sull’inflazione se non ci fossero stati interventi governativi che, sia in Europa, sia negli Usa, hanno visto l’approvazione di consistenti programmi di incentivi fiscali per abbassarne i costi. Grazie a ciò, penso che si possa affermare che la greenflation fa meno paura».

Come vede quindi il futuro?

«Vedo complessivamente una combinazione di crescita e inflazione meno deleteria di quella paventata nel 2022, con rischi geopolitici importanti,da non sottovalutare, ma che, nel contempo, offrono alcune opportunità».

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