a cura di Pinuccia Parini
I mercati emergenti sono un tema di discussione e di confronto in un contesto di generale incertezza. Tuttavia, non si possono ignorare alcuni sviluppi favorevoli: l’inflazione inizia ad attenuarsi, le banche centrali stanno allentando la stretta monetaria e le valutazioni dei mercati offrono diverse opportunità, come argomenta Ward Brown, fixed income portfolio manager presso Mfs ® Investment Management, che si focalizza, nello specifico, sugli strumenti del reddito fisso.
Perché ritiene interessante il debito emergente?
«Il debito emergente merita uno sguardo più attento, in quanto offre rendimenti cedolari interessanti rispetto ad altre asset class obbligazionarie, con una volatilità inferiore a quella dei titoli azionari. Proprio come l’azionario emergente, consente agli investitori di assumere un’esposizione a economie caratterizzate da una crescita e una produttività superiori a quelle dei mercati sviluppati. Il debito emergente è cresciuto, come classe d’investimento, negli ultimi 30 anni. All’inizio degli anni ‘90, l’indice comprendeva pochi paesi e l’asset class era percepita come una proposta ad alto rischio, a causa delle crisi registrate tra la metà di quel decennio e i primi anni 2000. Oggi, però, molti emittenti dei mercati emergenti presentano solidi profili debitori e una qualità creditizia migliore che in passato. Inoltre, con la crescita delle dimensioni del mercato nel suo complesso, che ha raggiunto i 4.700 miliardi di dollari circa,1 si è registrato un aumento della liquidità in termini di qualità e volumi».
Quali sono le sue dimensioni?
«Rappresenta quasi il 16% dell’universo obbligazionario globale e può essere suddiviso in due sottoclassi principali: il debito in valuta forte e quello in valuta locale. Per quanto riguarda il primo, si intendono i bond emessi principalmente in dollari Usa, ma anche in euro e yen. Il secondo, invece, si riferisce all’obbligazionario nella divisa nazionale, la cui copertura valutaria è spesso impraticabile a causa delle complessità e dei costi del processo».
Come riassumerebbe le principali caratteristiche di questa asset class?
«Nel considerare un’allocazione nel debito emergente, è importante comprenderne le caratteristiche di volatilità e correlazione. Spesso si presume che il debito in valuta locale sia più volatile di quello in valuta forte. Tuttavia, il profilo di volatilità dipende dalla valuta di riferimento dell’investitore. Negli ultimi 10 anni, il debito emergente in valuta locale ha evidenziato una volatilità più elevata per gli investitori statunitensi, con una media dell’11,4% a fronte di un 9,0% del debito emergente in valuta forte nello stesso periodo. In euro, tuttavia, la volatilità in divisa locale è stata molto più contenuta, attestandosi al 9,2%, così come quella del debito emergente in valuta forte, anch’essa pari, in media, alla stessa percentuale. La copertura dell’esposizione in dollari associata al debito emergente in valuta forte ha ridotto leggermente la volatilità complessiva al 9,0%».
Come caratterizzerebbe il comportamento del debito emergente in valuta locale?
«Negli ultimi 20 anni, ha attraversato diversi cicli. Quello tipico è costituito da quattro fasi così caratterizzate: 1) un periodo di politica restrittiva da parte della Fed; 2) un indebolimento delle valute e delle obbligazioni locali dei paesi emergenti; 3) le banche centrali dei paesi emergenti iniziano ad aumentare i tassi d’interesse per stabilizzare l’inflazione; 4) le valute emergenti si stabilizzano, l’inflazione rallenta e il rendimento reale delle obbligazioni in valuta locale aumenta. Nel periodo recente, si è assistito a tre cicli del debito emergente in valuta locale: uno prima della crisi finanziaria globale e due successivi. Il primo ha coinciso con l’inasprimento di metà ciclo della Fed dal 2004 al 2006. Poi è seguito il taper tantrum del 2013, cui ha fatto seguito la breve fase di stretta del 2018. Ora pensiamo che si stia entrando nella quarta fase, tipicamente associata a solide performance».
Quali ne sono le ragioni?
«Il ciclo restrittivo della politica monetaria dei mercati emergenti è quasi completato: diverse banche centrali hanno già raggiunto una fase di pausa e i mercati locali scontano futuri tagli dei tassi. Inoltre, a tendere, il dollaro Usa potrebbe perdere slancio, mentre l’inflazione nei paesi emergenti mostra segnali di normalizzazione, creando una situazione favorevole al mercato obbligazionario locale».
Come giudica le valutazioni attuali?
«A nostro avviso i rendimenti delle obbligazioni locali emergenti sono interessanti. Ciò è particolarmente vero in termini di valore relativo rispetto ai mercati sviluppati: i paesi emergenti offrono un premio di rendimento di circa il 3,25% rispetto ai tassi di quelli sviluppati, nonostante questi ultimi siano stati oggetto di un’importante correzione. Anche le valutazioni delle valute emergenti sono allettanti. In particolare, in questo momento, un paniere di divise emergenti ha quasi raggiunto minimi pluriennali rispetto a un basket di Usd/Eur in termini reali. Infine, benché abbiano segnato il passo rispetto al rally delle materie prime dell’anno scorso, storicamente le valutazioni delle divise emergenti hanno sempre avuto una correlazione positiva con i prezzi delle commodity. Questo dato potrebbe rappresentare un buon segnale in termini di valutazione tattica di queste monete».
Qual è il vostro processo d’investimento?
«È essenziale attenersi a un rigoroso processo di selezione dei paesi. Gli investitori devono analizzare il ciclo del debito locale in una prospettiva globale macro di tipo top-down. Tuttavia, il processo d’investimento dovrebbe includere anche un’analisi del credito sovrano: il debito locale dei mercati emergenti tende a essere un’asset class altamente volatile ed è essenziale concentrarsi su mercati locali supportati da fondamentali solidi. È necessario comprendere le dinamiche delle politiche monetarie e dei fattori tecnici delle diverse piazze finanziarie che possono avere un impatto sul rischio di duration».
Quali sono i rischi nell’investire nel debito emergente?
«Uno dei rischi principali, a nostro parere, è un brusco rallentamento economico. Durante una recessione globale, il dollaro normalmente si apprezza, perché è visto come un investimento rifugio. In tal caso, le valute dei mercati emergenti potrebbero indebolirsi, ritardando con ogni probabilità la capacità delle banche centrali di questi paesi di abbassare i tassi. Se quest’anno è probabile che la crescita globale si indebolisca, alcuni recenti sviluppi, come l’abbandono della politica zero-Covid da parte della Cina e l’attenuazione dei rischi energetici in Europa, hanno ridotto le probabilità di una grave recessione. A nostro avviso, gli investitori dovrebbero considerare un’allocazione strategica nel debito dei mercati emergenti, che consentirebbe loro di assumere un’esposizione alle economie più dinamiche. Inoltre, l’asset class è maturata in termini di dimensioni del mercato, liquidità e qualità del credito e offre anche potenziali vantaggi in termini di diversificazione all’interno di portafogli più ampi, per via della sua bassa correlazione con altre asset class».
1 Fonte: J.P. Morgan, capitalizzazione di mercato del JPMorgan Embi Global Index, del JPMorgan Cembi Broad Diversified Index e del JPMorgan Gbi-Em Global Diversified Index, al dicembre 2022, convertita in euro.
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