a cura di Pinuccia Parini

A colloquio con Claudio Marsala, Head of Multi Asset Solutions di Allianz Global Investors.

Qual è la sua lettura dell’attuale situazione economica?

«Siamo in una fase avanzata di fine ciclo economico, che presenta però caratterizzazioni diverse rispetto a quanto avvenuto in passato. Le ragioni di ciò sono da ricercare, sostanzialmente, in due elementi. Il primo è che la fase post Covid non è ancora pienamente conclusa, perché da un punto di vista economico ci sono ancora alcuni strascichi persistenti: l’inflazione, le strutture produttive non completamente normalizzate, ripetuti cambi di composizione nella domanda di beni e servizi. Il secondo è legato alla deglobalizzazione e desincronizzazione dei mercati, ascrivibile in parte al Covid, ma con chiare connotazioni politiche e geopolitiche». 

Potrebbe argomentare quest’ultimo aspetto?

«Nello specifico, c’è il blocco degli Usa, dove l’economia è stata più forte delle attese, sostenuta dai consumi e con un mercato del lavoro molto solido. La forza dell’economia, però, dovrebbe spingere la Fed a tenere i tassi a un livello elevato più a lungo e avere così diversi effetti sull’attività del paese. C’è poi il blocco Europa-Cina, che è molto più debole, ma per ragioni differenti. Il Dragone soffre per la crisi del mercato immobiliare, una componente importante del Pil del paese e del risparmio privato, che ha causato una riduzione della propensione al consumo delle famiglie. A ciò si assomma una serie di fattori strutturali. È indubbio che la ripresa post riapertura del paese è stata deludente»

E per quanto riguarda l’Europa?

«Anche l’Europa mostra qualche segno di fragilità: il settore manifatturiero è in crisi e i principali indicatori economici sono in rallentamento. Pur avendo adottato politiche fiscali e monetarie espansive, l’aumento dei costi di produzione ascrivibile all’incremento delle materie prime e al costo dell’energia e la contenuta ripresa economica cinese hanno avuto una ricaduta negativa sulle esportazioni, motore di crescita del Vecchio continente. Inoltre, non va dimenticato, l’inflazione sembra più vischiosa in Europa di quanto non lo sia negli Usa. Il Giappone è poi un altro caso ancora: il paese sta crescendo, beneficiando ancora di un effetto di rilancio post Covid, di politiche monetarie accomodanti e di una rinnovata competitività internazionale. Nel Sol Levante, però, a differenza delle altre aree geografiche menzionate, l’inflazione sta riprendendo e ciò potrebbe portare cambiamenti da parte della BoJ».

La forte correlazione tra equity e bond nel 2022 ha penalizzato gli investitori. Cosa vi attendete per il 2023?

«Il 2022 ha cambiato le carte in tavola: dopo anni di tassi al ribasso, c’è stato un miniciclo di inversione tipico dei periodi inflativi. Nonostante sia stato uno shock per il mercato, non è stato un elemento completamente nuovo, perché già negli anni ‘70 c’erano stati fenomeni simili con correlazioni positive tra mercato azionario e obbligazionario. Lo scorso anno, gli unici strumenti di difesa di un portafoglio sono stati il dollaro e il petrolio, non sufficienti per generare una performance positiva. Nel 2023, si è vista continuare l’oscillazione della correlazione tra le due asset class che ha alternato fasi negative e positive. La differenza, rispetto al 2022, è che allora si partiva da livelli prossimi allo zero e, quindi, il cosiddetto effetto carry era nullo. Oggi siamo a tassi positivi che consentono di generare redditività e la prospettiva è migliore, perché riteniamo che un potenziale rallentamento economico potrebbe essere efficacemente affrontato con una distensione delle politiche monetarie, che dovrebbero favorire le obbligazioni sulle quali abbiamo una visione positiva. In tale contesto, crediamo che la correlazione tra equity e bond potrebbe ritornare a essere negativa».

Dall’inizio dell’anno, però, l’equity ha fatto meglio dei bond come performance assoluta. Come lo spiega?

«All’inizio dell’anno i tassi avevano già iniziato a scendere in attesa di un indebolimento dell’economia, soprattutto negli Usa, che poi non c’è stato, ma che ha permesso un rally del mercato azionario. Inoltre, gli utili aziendali sono stati anche migliori delle attese, perché i consumi sono stati superiori alle previsioni. A ciò si è affiancato, il fenomeno dell’intelligenza artificiale, come nuovo driver di mercato in cui pochi titoli hanno spinto al rialzo gli indici di borsa».

Vale sempre l’importanza della diversificazione?

«Certamente, però ci sono fasi di mercato in cui cercare la diversificazione con soluzioni tradizionali è estremamente difficile e questo è il motivo per cui nell’industria finanziaria esistono i prodotti alternativi che, tendenzialmente, hanno fatto bene nel 2022. Il problema è che si tratta di strumenti finanziari che, nel portafoglio medio, non sempre sono presenti perché, essendo a bassa correlazione, presentano caratteristiche specifiche che l’investitore non solo deve conoscere, ma essere pronto ad affrontarne le dinamiche: si tratta, infatti, di diversificare le strategie di investimento».

Che cosa pensa delle valutazioni delle diverse asset class?

«In generale siamo difensivi sul mercato azionario, anche perché riteniamo che le valutazioni negli Usa siano abbastanza ricche, sensibili quindi a una potenziale correzione nel caso di una recessione. Il mercato europeo, da questo punto di vista, sembra in una situazione relativamente favorevole, ma l’economia si presenta più vulnerabile. Sul Giappone, invece, siamo positivi per le motivazioni addotte in precedenza. In merito al mercato obbligazionario, siamo tendenzialmente positivi, perché il ciclo di rialzi potrebbe impattare la crescita e portare a una normalizzazione dei tassi d’interesse e, magari, nel corso del 2024, anche a politiche leggermente più accomodanti. Continuiamo a preferire i governativi e il credito Ig a strumenti ad alto rendimento».

Qual è il processo con cui costruite un portafoglio multi asset?

«In generale il nostro processo di investimento è globale: i driver di costruzione del portafoglio sono simili anche in team localizzati in differenti aree geografiche. Abbiamo due componenti: sistematica e quantitativa. Per la prima, misuriamo la formazione di trend nei prezzi delle attività finanziarie e tendiamo ad avere un posizionamento più ampio su quelle che hanno un andamento positivo o più forte che negli altri mercati, mentre riduciamo l’esposizione a quelle con un corso negativo o meno forte. Parlando, invece, della componente quantitativa, utilizziamo un processo fondamentale il cui output è quello descritto in termini di visione dei mercati attraverso un processo molto strutturato. C’è, infatti, un comitato investimenti che è responsabile delle decisioni di natura fondamentale. Esso è corredato da una serie di gruppi d’esperti specializzati nelle singole asset class che elaborano le proprie proposte, discusse ed eventualmente implementate, all’interno dell’intero portafoglio multi asset, su decisione del comitato d’investimento. Ci sono poi diverse tipologie di prodotti multi asset, tra i quali, ad esempio, i fondi  Allianz Dmas Sri (Allianz Dynamic Multi Asset Strategy Sri 15-50-75), che hanno la particolarità di avere una gestione attiva dell’asset allocation. Sono soluzioni globali che possono investire in modo ampiamente diversificato sull’equity e fare scelte di duration e in asset class satellite in modo flessibile e, quindi, sono pienamente attivi».

Perché investire in un fondo multi asset?

«Siamo dinanzi a mercati particolarmente complessi, con tanti rischi ancora in essere. Il prodotto multi asset consente di avere un punto di accesso a un portafoglio diversificato con una gestione attiva dell’asset allocation».

leggi il numero 158