a cura di Kelony

L’intelligenza artificiale non è una religione, è solo tecnologia; va compresa e guidata. Le applicazioni dell’Ai sono infinite e il limite è solo la nostra immaginazione, come ci ricorda la frase famosa di Albert Einstein: «L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione». 

Vi sono diverse fonti che citano le innumerevoli iniziative intraprese dalle aziende italiane in tema di intelligenza artificiale. Prendendo come riferimento il report di McKinsey, citato in un articolo del “Sole 24 Ore” del febbraio 2023, si apprende che la percentuale di organizzazioni che hanno implementato l’Ai è salita dal 20% del 2017 al 50% circa del 2022 ed è in continua crescita. Si tratta di aziende al di fuori del comparto tecnologico che stanno cercando di integrare l’Ai nei loro processi, nelle loro realtà. McKinsey, in particolare, si riferisce all’Ai generativa, che tutti hanno sperimentato almeno una volta per provare a rispondere a un bot automatico. Ai generativa, Llm appartengono tutte alla stessa famiglia dell’Ai cosiddetta “debole”, che tanto ha fatto discutere per il timore che possa  sostituire il lavoro umano e la sua creatività. La stessa paura che ha sempre accompagnato ogni evoluzione della tecnologia negli ultimi 100 anni, ma che non ha fermato il progresso. Un allarme che, secondo le nostre analisi, è solo parzialmente giustificata, ma, soprattutto, che non è direzionata correttamente. Ciò che è certo è che l’Ai rappresenta una svolta epocale, paragonabile all’elettricità di un secolo fa e non se ne può restare fuori o approcciarla in modo errato: questo è il vero pericolo del quale avere giustificato timore. 

UNA SPINTA CONTRARIA

Come sempre, grandissime opportunità comportano altrettanti rischi. Il timore di essere fuori da un fenomeno di tale portata come la diffusione dell’Ai, al quale siamo ininterrottamente esposti, può anche sviluppare una spinta contraria verso l’acquisizione indistinta di qualsiasi tipo di intelligenza artificiale, senza comprendere come funziona esattamente e, quindi,  che cosa può offrire. Le conseguenze, in qualche modo analoghe al più clinico “fear of missing out”, sono un rischio di per sé.

Il timore di imboccare la strada sbagliata e rimanere fuori dalla storia è comunque reale perché, al momento attuale, secondo alcune stime che divergono fortemente a seconda delle diverse fonti, l’Ai risulta ancora poco sfruttata rispetto alle sue possibilità. Come mostra un sondaggio Us (figura 1), la percentuale più alta di utilizzo regolare all’interno delle proprie mansioni è il 14% nei settori tecnologici, media e telecomunicazioni; per tutti gli altri, (banche, energia, farmaceutico e retail) non si supera il 7%. La stragrande maggioranza  degli intervistati l’ha provata almeno una volta o la usa fuori dal lavoro. In azienda, l’attesa di avere un tool pratico per migliorare i processi e innovare è grandissima. Purtroppo, però, stiamo sempre parlando di Ai generativa, una tecnologia che, ricordiamolo, ha oltre mezzo secolo. Invece, secondo un rapporto del 2021 della Banca Europea per gli Investimenti, l’Ue rappresenta solo il 7% degli investimenti in materia di intelligenza artificiale. Anche se stiamo rapidamente guadagnando terreno, con Francia, Germania e Regno Unito ai primi posti nella classifica, l’iniezione di investimenti massicci sull’Ai, purtroppo, è svolta ancora per la maggior parte fuori Europa: Stati Uniti e Cina arrivano primi nella corsa agli investimenti. È chiaro, però, che i due paesi non sono equivalenti, né dal punto di vista governativo, né da quello delle tradizioni e dei valori, né sul piano del sistema economico e sociale. È più che una sfida globale: è un conflitto silenzioso che si gioca in assenza di level playing field. È intelligente l’approccio del Giappone, che, oltre che in ricerca e sviluppo, sta investendo in formazione e implementazione delle competenze, regolamentazione e supporto alle imprese.

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