A colloquio con Marco Piersimoni, senior portfolio manager di Pictet Asset Management. 

Vi aspettate che i trend che hanno caratterizzato il mercato nell’ultimo periodo possano continuare?

«A livello geografico rileverei due trend importanti: la sovraperformance del Giappone e la sottoperformance della Cina. Per le altre principali aree, non mi sembra che si siano evidenziate grosse divergenze. In termini di temi, invece, quelli attualmente vincenti sono: alcuni comparti della tecnologia americana e asiatica, ancora il Giappone e alcuni ambiti idiosincratici europei».

In prosecuzione con quanto si è visto sinora?

«Credo che titoli come Nvidia e Tsmc, per fare alcuni esempi, seguiteranno ancora per un po’ di tempo a mostrare forza, proprio per le barriere all’entrata presenti in determinati segmenti dell’It. Ciò permette ad alcune aziende di avere margini elevatissimi, che per Nvidia sono del 70%, anche se non è pensabile che questa situazione possa continuare nel lungo termine, visto che l’elevato livello di redditività attira inevitabilmente la concorrenza. Tuttavia, le società che sono al centro dell’innovazione tecnologica, sia per l’hardware, sia per il software, hanno una posizione di mercato che non è facile insidiare e, per questa ragione, credo che continueranno a essere attrattive per gli investitori. Devo ammettere che non è scontato identificare oggi quali saranno i campioni del futuro, ma è una domanda che bisogna porsi, così come è d’uopo chiedersi chi beneficerà della nuova tecnologia a disposizione in ambiti quali la medicina, la finanza e l’industria in generale».

Nvidia negli ultimi 12 mesi ha visto il prezzo triplicare e gli utili quintuplicare (quindi il P/E del titolo è sceso), ma rimane sempre un’elevata concentrazione del mercato su un numero limitato di nomi. Non pensa che questa situazione prima o poi si incrini?

«Ritengo che ci potrà essere un’espansione verso altri titoli e settori, soprattutto per quelle aziende che saranno in grado di cogliere il famoso salto di produttività offerto dall’intelligenza artificiale, che tocca, sia l’attività manifatturiera, sia i servizi. Poi c’è anche una componente più ciclica, non particolarmente analizzata dal mercato, che beneficia di questa nuova tecnologia e che ha già avuto un impatto sulla domanda di telefonini e di semiconduttori in senso più lato. Micron Technology, per citare un altro caso, ha appena comunicato l’intenzione di aumentare del 25% il prezzo dei propri chip. Quindi, anche le aziende non considerate di qualità elevata stanno conoscendo una ripresa abbastanza interessante».

E per quanto riguarda il mercato giapponese?

«Il Giappone, utilizzando la retorica dell’Abenomics, ha messo a segno tre frecce: lo yen debole, la corporate governance e la presenza di importanti campioni della tecnologia. In particolare, la riforma della corporate governance ha avuto risvolti molto concreti, visto che fare emergere il valore delle aziende in Giappone sembra stia diventando quasi un orgoglio nazionale, con l’aspirazione di fare del bene al Paese. Inoltre, nel Sol Levante hanno sede anche società che, da un punto di vista tecnologico, sono vere eccellenze e hanno riportato risultati stellari. Mi risulta difficile identificare quale delle tre frecce abbia più colpito l’obiettivo: ai giapponesi piace dire che sia stata la corporate governance, io propenderei a dare una certa importanza anche allo yen debole per spiegare l’andamento del mercato».

Ha parlato anche di temi idiosincratici europei. A che cosa si riferiva?

«Se è vero che negli Stati Uniti si parla dei “magnifici sette”, in Europa si può citare Novo Nordisk che, con Eli Lilly, ha un enorme vantaggio competitivo grazie a medicinali eccellenti per il trattamento di patologie molto diffuse nei paesi occidentali, quali l’obesità e il diabete; il loro utilizzo viene ora testato anche per altre malattie. In ambito finanziario, menzionerei anche le banche italiane e alcune spagnole».

Ci sono dinamiche sul mercato che, a suo parere, meritano alcune riflessioni?

«Nel Vecchio continente, nonostante alcuni recenti risultati deludenti, c’è il settore del lusso, i cui grandi protagonisti hanno fatto registrare una volatilità molto elevata nell’ultimo periodo, riconducibile alla debolezza dei consumi in Cina. Il calo della fiducia nella Repubblica Popolare, che si può evincere dall’aumento del rapporto tra depositi bancari e Pil, è un tema che riguarda l’andamento economico, ma è inevitabile che vi siano ripercussioni su questo comparto: i dubbi sul settore del lusso europeo riflettono, di fatto, quelli sulla tenuta del consumatore cinese. Rimanendo sempre nella regione asiatica, credo che sia interessante considerare ciò che sta avvenendo in Corea del Sud, dove si sta cercando di realizzare un’operazione simile a quella avvenuta in Giappone. Si tratta del “Corporate value-up program”, il cui obiettivo è cercare di ridurre lo sconto dei titoli coreani, rispetto a quelli mondiali, attraverso l’impegno delle aziende a dare priorità al ritorno per gli azionisti e a estrarre valore nel medio e lungo termine. In Corea ci sono società, i cosiddetti “chaebol”, che, nonostante siano presenti sulla frontiera tecnologica e dell’innovazione, sono ancora caratterizzate da una struttura familiare che ha come fine ultimo il passaggio generazionale e non la tutela dell’interesse degli azionisti di minoranza».

Modificare l’atteggiamento del “chaebol” non è però un compito facile…

«Per questa ragione il governo sta approntando misure di incentivazione fiscale per coloro che distribuiscono dividendi più elevati. È previsto anche di detassare il processo di successione e, da un punto di vista borsistico, di creare un indice chiamato “Value-up” composto da titoli che trattano sotto il valore di libro, invitando il fondo pensione coreano a investirvi. In realtà, l’esito delle ultime elezioni non aiuta una rapida approvazione di queste manovre». 

Un’inflazione che rimanga più alta delle attese potrebbe portarla a rivedere la sua lettura del mercato?

«I tassi d’interesse hanno un effetto sulle valutazioni azionarie e sulla sostenibilità delle imprese con un’elevata leva finanziaria, aspetto quest’ultimo che non caratterizza certo i titoli della tecnologia. Infatti, il rapporto tra Ebitda e indebitamento totale dell’indice S&P500 è tre volte, mentre quello del Nasdaq 100 è sotto 1; l’interest coverage ratio (ossia quante volte l’Ebitda paga gli interessi) per il primo è sette volte, per il secondo è 30. Certamente, sulle valutazioni l’impatto c’è, ma va contestualizzato in ogni singolo caso. Inoltre, vorrei sottolineare che la curva odierna dei tassi d’interesse rivela molto scetticismo in merito alle attese di taglio dei tassi: sono più contenute rispetto a qualche mese fa. E, secondo me, questa è una buona notizia per il reddito fisso».

Perché?

«Perché il mercato obbligazionario prezza un allentamento monetario molto contenuto, soprattutto rispetto a ciò che dice la Fed. Quindi, in sintesi, l’inflazione non mi preoccupa in modo particolare, perché vedo che il mercato si sta gradualmente aggiustando rispetto agli shock di offerta del passato. Tuttavia, rilevo un rischio maggiore nel livello di crescita, verso il quale gli investitori diventeranno più sensibili. In base all’andamento di quest’ultima, ci saranno reazioni specularmente opposte per i bond e per l’equity».

Vede crescere l’influenza della politica sui mercati finanziari?

«Non negli Stati Uniti, dove ci sono alcuni colossi che, per il ruolo che ricoprono a livello mondiale, sono diventati intoccabili dalla politica. Diversa può essere la situazione in Europa, ma ciò va ricondotto alle differenti caratteristiche di sviluppo economico e politico che caratterizzano le due aree geografiche. Ritengo che in America si sia addirittura nella situazione opposta: i leader dei grandi gruppi possono influenzare la politica».

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