a cura di Pinuccia Parini
A colloquio con Luca Simoncelli, investment strategist di Invesco.
Quali possono essere le incognite per la seconda parte del 2024?
«Partiamo pure dalle incognite, ma mi deve concedere una premessa: non pensiamo che nei prossimi mesi possano insorgere rischi di cui essere particolarmente preoccupati. Detto ciò, cercando di enucleare le potenziali variabili che potrebbero avere un impatto negativo sul mercato, evidenzierei innanzitutto l’equilibrio macroeconomico. L’economia americana sta rallentando e, in questo contesto, un punto di incertezza potrebbe essere la politica monetaria della Federal Reserve. Il mercato del lavoro si sta raffreddando, il tasso di disoccupazione sale e alcuni sostengono che si è prossimi a un contesto recessivo. Noi crediamo che la Banca centrale americana sia in procinto di tagliare i tassi, ma è pur vero che bisognerà vedere quanto peso darà a un quadro economico in indebolimento rispetto al tasso d’inflazione. La tempistica, quindi, in una fase di attesa, potrebbe generare insicurezza. Tramite la nostra asset allocation abbiamo consigliato di avere una buona esposizione all’equity dallo scorso anno e la nostra view nel medio periodo non cambia, ma, nella situazione attuale, consigliamo di prediligere azioni più difensive caratterizzate da elevata qualità e dividendi, mentre nel segmento del credito preferiamo le obbligazioni Ig rispetto a quelle Hy. Un secondo aspetto che potrebbe essere considerato un’incognita è tecnico: sui mercati, in particolare quello americano, l’appetito al rischio degli investitori è molto elevato».
Perché ritiene che sia un elemento da monitorare?
«Anche se non crediamo che diventerà un catalizzatore per la correzione dell’azionario, siamo in una fase nella quale potrebbe concretizzarsi una debolezza improvvisa. Ci sono posizioni su alcuni titoli che sono, per così dire, “affollate”, il fattore momentum continua a trascinare i mercati e le azioni su cui c’è maggiore consenso sono un pugno ridotto di società. E, quindi, non può essere dismessa la possibilità che si verifichi un evento che faccia scattare i meccanismi di ribilanciamento sul mercato e crei turbolenza soprattutto sulle azioni che hanno raccolto il maggiore consenso. Il terzo tema è politico e geopolitico, soprattutto per gli Usa: le elezioni presidenziali potrebbero portare grandi cambiamenti non solo nella elezione del primo inquilino della Casa Bianca, ma anche all’interno del Congresso. Se i repubblicani vincessero su tutta la linea, si potrebbe assistere a un’estremizzazione delle politiche, oppure, una vittoria di misura dei democratici rischierebbe di generare tensioni sociali. Mi rendo conto che queste argomentazioni non hanno un impatto immediato sull’economia, ma influiscono sul sentiment degli investitori».
Quindi, per ritornare agli aspetti positivi, vi attendete che negli Usa ci sarà un atterraggio morbido dell’economia?
«Non so quale tipo di atterraggio ci attenda, ma a Invesco crediamo che i picchi dei tassi, della restrizione delle condizioni finanziarie e di inflazione siano arrivati: questi sono gli elementi sui quali poggiamo la nostra visione di medio periodo. Ciò significa che, anche se l’economia rallentasse bruscamente, senza che si verifichi un crash, la nostra opinione non cambierebbe, perché i tassi in discesa, le maglie del credito che si espandono e il minore rischio inflativo sono condizioni positive per i mercati.»
Tuttavia, nel caso del mercato americano, il Pil è stato superiore alle attese e lo stesso è avvenuto per gli utili dell’S&P500, trascinati però da una stretta cerchia di aziende. Se l’economia Usa rallentasse, che cosa potrebbe succedere?
«Questo è un motivo per cui, tatticamente, siamo leggermente più cauti. Ciò nonostante, vorrei sottolineare che, se esistono alcuni fattori tecnici che possono fare sorgere dei punti di domanda sull’elevata concentrazione del mercato, lo stesso non si può dire per quanto riguarda l’andamento degli utili aziendali. Infatti, si stanno già vedendo segnali di crescita in un più ampio spettro di settori, tanto che le attese per i prossimi trimestri vedono una maggiore dispersione dell’aumento dei profitti tra i diversi comparti. Quindi, non più solo It e communication service. Inoltre, per tornare al quadro economico, sosteniamo che il rallentamento degli Usa potrebbe essere controbilanciato, sia dall’Europa, sia dall’Asia a livello globale».
La volatilità molto bassa non è un segnale d’attenzione?
«Ci sono modalità d’investimento che sono legate alla volatilità e, di conseguenza, esistono obiettivi prestabiliti per questo fattore che non possono essere superati. Quando ciò avviene, perché la volatilità aumenta, si è costretti a vendere l’esposizione azionaria per mantenere il target iniziale. Nel momento in cui, per esempio, la questione geopolitica/politica intaccasse negativamente il sentiment e innescasse le vendite, sarebbe possibile un ampliamento dell’effetto sul mercato proprio per questo tipo di tecnicalità».
A proposito di geopolitica e di politica, si è visto oramai più volte che il mercato tende a scontare velocemente un evento di questo tipo. Tuttavia, i mutamenti che ne possono derivare nel tempo hanno un impatto sull’economia e il mondo finanziario. Che cosa ne pensa?
«Facciamo un esempio concreto. Trump ha inasprito i dazi nei confronti della Cina e Biden ha continuato sulla stessa linea. Il fatto, di per sé, è già prezzato dai mercati ma, contestualmente, è indubbio che politiche mercantilistiche più accentuate potrebbero avere un impatto economico e mantenere l’inflazione a un livello strutturale più elevato. Da questo punto di vista, ritengo che sarà importante vedere, nel lungo periodo, quale sarà il tasso d’interesse neutrale che la Fed riterrà adeguato e, a mio parere, sarà più alto del 2,5% attuale. Un altro aspetto che meriterà attenzione è rappresentato dai livelli di disavanzo fiscale che sono aumentati in diverse economie sviluppate, per le quali il problema sarà finanziare un aumento di produttività».
A livello geografico, nella presentazione di inizio anno, aveva parlato della necessità di non ignorare la Cina. Ha cambiato opinione?
«La mia idea è che bisogna guardare con attenzione all’Asia nel suo complesso, di cui la Cina è uno dei paesi. Dal mio punto di vista, è l’area più interessante, perché è al centro di alcuni potenti macrotrend, che vanno dalla crescita dei consumi (India) al nuovo ciclo tecnologico (Corea e Taiwan) per arrivare alle politiche di diversificazione di attività produttive al di fuori della Cina, di cui la regione sta beneficiando. Continuiamo a essere positivi sui mercati asiatici anche per i prossimi mesi e sull’Europa».
L’interesse per l’Europa è motivato dalle valutazioni a sconto sugli Usa? Non crede che, soprattutto alla luce delle nuove tecnologie, gli Stati Uniti mantengano un vantaggio competitivo?
«È vero che c’è sempre stato uno sconto storico tra il mercato americano e quello europeo e che ci sia un vantaggio competitivo degli Usa in campo tecnologico (insieme all’Asia), ma forse non si prende in debita considerazione che le innovazioni in atto produrranno diversi giovamenti in altri ambiti e settori industriali, migliorandone l’efficienza e la redditività. Ritengo che si debba allargare l’orizzonte per cogliere gli effetti a macchia d’olio che le nuove tecnologie avranno, partendo anche dal presupposto che le attuali aziende leader difficilmente, nel futuro, potranno mantenere all’infinito tassi di crescita stellari».
Quindi meglio l’Europa e l’Asia rispetto agli Stati Uniti per il livello di valutazioni?
«Non solo, ma anche per mantenere, come dicevo pocanzi, una diversificazione del rischio all’interno dei portafogli, piuttosto che concentrarci solo sulla borsa americana».
La decisione di privilegiare la qualità nell’identificazione di un titolo, vi ha portato a modificare anche la strategia sulle obbligazioni societarie?
«Abbiamo deciso che l’opportunità aggiustata per il rischio sia maggiore per l’investment grade rispetto all’high yield più rischioso. Per quanto riguarda questa asset class, non abbiamo particolari preferenze: il carry, ossia il rendimento a scadenza di un’emissione, dell’Ig americano può essere più attrattivo, così come gli spread in Europa potrebbero avere più spazio per restringersi. I titoli governativi hanno indubbiamente deluso, perché il taglio dei tassi non è avvenuto così come atteso, ma riteniamo che sia una questione di tempo e anche i guadagni in conto capitale andranno a sommarsi ai rendimenti offerti».

