Il panorama fintech e insurtech italiano è entrato nel 2025 tutto sommato in buone condizioni, con sfide e opportunità che potrebbero innescare un ulteriore salto di qualità.

Su questa base è interessante partire da qualche numero contenuto nel booklet della ricerca sul comparto fintech&insurtech del Politecnico di Milano (Polimi): «A fine 2024, il settore conta 596 realtà fintech & insurtech italiane. Il panorama di queste realtà innovative in Italia ha raggiunto una fase di stabilizzazione, caratterizzata da un equilibrio tra due dinamiche: da un lato la nascita di nuove realtà, dall’altro il verificarsi di cessazioni o fallimenti e di operazioni di fusione o acquisizione». 

Queste considerazioni sottolineano due aspetti che appaiono abbastanza contraddittori: la relativa frammentazione in una moltitudine di player e l’avvio di una fase storica di consolidamento dopo la crescita esplosiva degli anni ‘10 e la crisi del 2022. I numeri sui flussi di investimento generati dal venture capital nazionale appaiono peraltro coerenti con quanto affermato. Sempre nello stesso rapporto si legge: «Sul fronte del funding, circa due terzi delle realtà innovative hanno raccolto fondi nella loro storia. Di queste ultime, il 31% (20% del totale) ha ottenuto funding nel 2024, per un totale di 250 milioni di euro nell’anno, tra equity e strumenti convertibili (174 milioni nel 2023). Sebbene il dato appaia positivo, il funding rimane una delle sfide principali. Nel 2022, con ben altre condizioni di mercato, la somma era di 934 milioni, inclusi mega-round con effetto non trascurabile. I round sono spesso destinati allo sviluppo del prodotto più che all’espansione in nuovi mercati o alla diversificazione della clientela. Inoltre, l’ammontare dei fondi richiesti è generalmente contenuto: oltre il 50% delle domande è inferiore a 2 milioni di euro, dato che riflette le peculiarità del mercato italiano».

Più cooperazione

In pratica, i player della finanza digitale italiana continuano a mostrare dimensioni contenute oltre a fare una certa fatica a reperire denaro; in questo contesto le ambizioni di espansione al di fuori dei confini della Penisola per il momento restano alquanto limitate. L’ammontare di liquidità a disposizione da parte degli investitori istituzionali risulta comunque in ripresa, anche se siamo ancora lontani dai fasti degli anni che hanno preceduto lo scoppio dell’inflazione e l’avvio di politiche monetarie restrittive. 

Un altro aspetto interessante dell’analisi riportata dal Polimi è che le richieste di soldi sono finalizzate soprattutto allo sviluppo di vari prodotti. Ciò indica in maniera molto chiara il sentiero di crescita di questa industria nella nostra realtà: un rapporto più di collaborazione che di disruption fra le fintech e i sistemi bancario e assicurativo nazionali. Sostanzialmente, la tipica startup italiana si pone nell’ottica di fornire soluzioni innovative agli incumbent: «Sul fronte del modello di business, molte si configurano come techfin, ossia realtà che offrono soluzioni tecnologiche per migliorare processi e servizi finanziari. Questo modello di collaborazione si inserisce in una logica di ecosistema sempre più consolidata: le startup operano in sinergia con gli attori tradizionali, integrando i propri servizi in offerte più ampie. Tale approccio consente loro di posizionarsi come partner strategici per gli incumbent, piuttosto che come competitor diretti», continua lo studio del Polimi.

Una precisa logica

Il modus operandi descritto ha una sua precisa logica, dato che l’Italia vanta ormai un livello di accesso ai servizi bancari digitali piuttosto elevato, anche se è sempre presente una percentuale non indifferente di completa refrattarietà. Anche in questo caso conviene partire dai numeri forniti dalla ricerca del Polimi:«Il 74% degli utenti italiani usa il proprio home banking e il 65% l’app della propria banca (entrambi in crescita dell’8% rispetto all’anno scorso). Sono pochi (5%) gli utenti retail disposti a condividere in automatico tramite il canale digitale con la propria banca un set completo e molto ampio di dati, che può andare dalle informazioni anagrafiche tramite strumenti di identità digitale, a dati finanziari, come le proprie buste paga o gli investimenti, fino a dati di comportamento, come l’utilizzo dello smartphone per chiamate o messaggi o i propri spostamenti in tempo reale».

Quanto sottolineato dai ricercatori dell’ateneo milanese assume un’importanza particolare, in quanto rimarca che il correntista italiano ha sì compiuto ampi passi nell’era digitale, ma resta refrattario a usarne tutte le potenzialità. 

Due grandi cambiamenti 

Nello specifico, l’accenno alla condivisione dei dati nel prossimo futuro tornerà a essere forse il tema cruciale del comparto grazie a due importanti innovazioni a livello legislativo in Europa: il regolamento Dora (Digital operational resilience act) e la proposta Fida (Financial data access). Il primo dei due, per il medesimo rapporto, «impone agli operatori di implementare misure efficaci per gestire i rischi legati alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict). Tutto ciò include l’obbligo di adottare politiche di gestione del rischio Ict, di effettuare test di resilienza operativa, di monitorare i fornitori terzi di servizi Ict e di stabilire procedure per la segnalazione di incidenti. Tutti gli attori del settore sono coinvolti: gli istituti finanziari devono rafforzare le proprie capacità interne di gestione del rischio, i fornitori di servizi tecnologici, tra i quali le startup, devono conformarsi a nuovi standard di sicurezza, mentre i regolatori hanno il compito di supervisionare e garantire la conformità alle nuove disposizioni. L’obiettivo comune è assicurare la continuità operativa e la sicurezza dei dati in un ambiente sempre più digitale e interconnesso».

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