a cura di Pinuccia Parini
Intervista a Raphaël Gallardo, Chief Economist di Carmignac
Si è chiuso un anno elettorale ricco di appuntamenti che ha provocato molti cambiamenti significativi in alcune parti del mondo. Il Pil globale, secondo le stime del Fmi, è previsto in crescita, anche se in misura estremamente contenuta. Che cosa ci si deve attendere dal 2025?
«Il 2024 è stato un anno di appuntamenti elettorali che, nella maggior parte dei casi, hanno consegnato la leadership a gruppi politici di opposizione, che hanno saputo offrire delle risposte al malessere della popolazione, scalzando così i governi in carica. La loro capacità è stata di cavalcare il malcontento e condurre una campagna non scevra da connotati populisti, tratto quest’ultimo che, a onor del vero, era per certi versi presente anche negli esecutivi sconfitti. La mia lettura è che in Occidente si sia verificato un rovesciamento democratico dell’ordine geoeconomico organizzato secondo i principi del Washington consensus e della pax americana. Gli elettori hanno votato guidati da tre preoccupazioni di fondo: l’immigrazione, l’inflazione e le disuguaglianze. È indubbio che vi sia una richiesta pressante sulla necessità di controllare i flussi migratori per un generalizzato bisogno di sicurezza. L’inflazione e le diseguaglianze sono strettamente correlate: l’idea era che la crescita e la bassa inflazione avrebbero contenuto l’esplosione di disparità sociali. Così non è successo negli Usa, ma neppure in Europa, dove a un’attività economica anemica si è aggiunta la spirale al rialzo dei prezzi. Definirei quanto accaduto una “primavera occidentale” della classe media, con alcune analogie con quanto avvenuto nel 1848 in Europa o 15 anni fa nelle nazioni arabe, seppure con modalità diverse».
Ciò significa che si è di fronte a un cambiamento?
«Ritengo che sia iniziato un mutamento radicale del sistema politico ed economico. Penso che per le finanze pubbliche ci attenda una grande sfida, che riflette le tensioni presenti nel tessuto sociale: i disavanzi rispetto al Pil stanno aumentando e non c’è un consenso politico per contenerli. Ciò ci dice che la società non è in grado di affrontare le sfide future: bisogna ridisegnare il sistema energetico (ossia decarbonizzare), riformare il welfare, approvvigionarsi delle materie prime chiave, riarmarsi, perché non si può fare più affidamento su una forte Alleanza atlantica, riallocare la produzione e riqualificare la forza lavoro, in vista di un sempre maggiore utilizzo dell’intelligenza artificiale. Come affrontare i nuovi costi che questi processi richiederanno è una questione imprescindibile, visti i livelli di deficit e di debito rispetto al Pil che superano il 100% nelle economie avanzate».
Ma non pensa che, proprio per queste ragioni, le promesse fatte dall’amministrazione Trump risultino eccessive? Inoltre, considerando il sostegno di grandi magnati del mondo imprenditoriale, non crede che ci sia il rischio che il Paese sia guidato da una plutocrazia?
«Ovviamente, ci sono alcuni rischi. Una definizione pratica di populismo è il rifiuto dell’élite da parte di un leader carismatico che si rivolge direttamente alla gente comune e semplifica i problemi cercando sempre un capro espiatorio. La figura di Trump riassume questi elementi. È stato rieletto grazie alla sua capacità di comprendere istintivamente le frustrazioni della classe operaia e di offrire loro soluzioni semplici. C’è la possibilità che questo atteggiamento risulti alla fine deleterio, perché schematizzare eccessivamente può condurre a decisioni errate. Inoltre, gli Stati Uniti sono una democrazia speciale, nella quale il verdetto emesso dalla Corte suprema degli Stati Uniti sul caso Citizens United contro la Federal Electoral Commission, nel 2010, ha permesso la partecipazione illimitata delle aziende alle campagne elettorali. La sentenza sostiene che il Primo emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti d’America, che tutela la libertà di espressione,vieta al governo di limitare le donazioni politiche alle imprese e ai sindacati. Una delle conseguenze più rilevante di questa decisione è stata la creazione dei cosiddetti super Pac, ossia i comitati di azione politica, la cui spesa è diventata sostanzialmente illimitata. Quindi, si potrebbe dire che di fatto gli Stati Uniti sono diventati una plutocrazia imprenditoriale: poche aziende ed élite imprenditoriali, soprattutto del settore tecnologico, possono assicurarsi un trattamento di favore da parte del potere politico. Proprio per la loro posizione e la disponibilità di mezzi finanziari, la tentazione di acquisire influenza sul regolatore è molto forte. Elon Musk, che ha contribuito con 200 milioni di dollari alla campagna elettorale di Trump, è un ottimo esempio. le valutazioni del titolo Tesla non riflettono l’andamento del business delle auto elettriche, bensì ciò che la società potrà diventare nel futuro grazie alla guida autonoma, ai robo-taxi e ai robot umanoidi. Per sostenere queste valutazioni, è fondamentale avere il sostegno delle istituzioni che definiranno il quadro normativo necessario allo sviluppo di questi nuovi mercati».
Tuttavia, la situazione in Europa è molto più complessa, soprattutto se l’obiettivo è recuperare il divario di crescita e di produttività con gli Usa. Come è possibile che ciò avvenga in un continente che è demograficamente vecchio e ha bisogno di forza lavoro, ma vuole limitare l’immigrazione?
«In Occidente c’è un rifiuto politico per il multiculturalismo. Penso che la domanda che dovrà essere fatta ai cittadini sarà se vorranno pagare più per la loro pensione o avere maggiore immigrazione: guardando all’evoluzione degli scenari politici in Europa, ipotizzo che sia più probabile che preferiscano la prima ipotesi. Comunque si tratta di un quesito cui il prossimo ciclo elettorale dovrà fornire una risposta, visto che riguarda direttamente le finanze pubbliche. Non dimentichiamoci, però, che esiste già una nazione che, in questo senso, ha fatto la sua scelta: il Giappone. Ho discusso del tema del declino della popolazione con i politici giapponesi e mi hanno riferito che si tratta di un fenomeno di breve termine in un contesto di lungo periodo: meglio evitare un forte flusso di immigrati perché altrimenti il Paese cambierebbe. E non è forse proprio ciò che un’ampia fetta della popolazione occidentale pensa? Sta cadendo una serie di atteggiamenti che prima non erano considerati politicamente corretti, come il rifiuto dell’immigrazione o il protezionismo, taboo cui ha contribuito a dare una forte spallata proprio l’amministrazione Trump».
Quindi quale sarà l’evoluzione futura della finanza pubblica?
«Bisogna trovare una soluzione affinché la finanza pubblica sia sostenibile, insieme a un piano per strutturare lo sviluppo futuro, che, come già menzionato in precedenza, avrà dei costi. Storicamente, quando situazioni simili sono accadute in passato, emerge nei governi la tentazione di “migliorare” i conti dello stato attraverso l’inflazione, ma si tratta di una ricetta che, nel giro di qualche anno, mostra la sua inefficacia e provoca il ritorno di politiche che enfatizzano il ruolo dell’offerta nello stimolare la crescita economica. Sono cicli economici che si sono già materializzati nelle economie occidentali nel passato».
Perché abbattere il debito con l’inflazione non è una soluzione?
«Si può abbattere il valore del debito attraverso l’inflazione, solo se quest’ultima è inaspettata. Ma se si stabilizza a un livello più alto, allora subentrano costi del rifinanziamento del debito più elevati. Inoltre, non va dimenticato, l’inflazione è una tassa sulla parte meno abbiente della popolazione ed è estremamente regressiva, perché sostanzialmente si tratta di una flat tax sui consumi».
Esiste un deus ex machina non inflativo?
«Il deus ex machina può arrivare solo dal lato dell’offerta. E poiché l’immigrazione è un’opzione politicamente respinta, può venire solo da un’accelerazione della produttività. La diffusione dell’intelligenza artificiale nell’economia consentirà questi aumenti di produttività, a condizione che gli stati e le imprese abbiano la leva finanziaria per investirvi. Gli Stati Uniti, che esercitano un ruolo egemone in questo ambito, sono nella posizione migliore per raccogliere questi benefici».
Continuerà allora l’eccezionalismo americano e aumenterà il gap tra Usa ed Europa?
«Sì, potrebbe aumentare. La ragione non è tanto perché l’Europa non ha aziende adeguate a confrontarsi in questo ambito con gli Stati Uniti, ma perché c’è un forte ritardo della digitalizzazione nel Vecchio continente, soprattutto per quanto riguarda le aziende di piccole e medie dimensioni. Ed è per questa ragione che il piano Ngeu aveva due priorità: la digitalizzazione e la transizione verde. Ma la digitalizzazione non può essere realizzate solo allocandovi una grande quantità di fondi, perché richiede una progettualità alla base. Servirà del tempo».

