Intervista a Raphaël Gallardo, Chief Economist di Carmignac
Non trova contraddittorio un contesto in cui le politiche fiscali e quelle monetarie sono entrambe espansive?
«Oggi i governi sono sottoposti a pressioni da parte dei partiti populisti verso politiche fiscali più espansive, mentre le banche centrali sono costrette ad assecondare questi disavanzi fiscali per ragioni di stabilità finanziaria. Inoltre, i cambiamenti geopolitici mettono in discussione l’ordine mondiale basato sulle regole. Gli economisti e gli strategist solitamente utilizzano dei modelli con i quali traducono uno scenario macroeconomico in prezzi di fair value per le variabili di mercato, ma attualmente il peso della geopolitica ha reso tutto più complesso. Ci sono classi di attivo che stanno iniziando a prezzare il cambio di regime (materie prime, tassi di cambio) e altre che sono ancora in fase di diniego (obbligazioni e azioni). I mercati possono passare rapidamente da una visione del mondo a un’altra: nel 2021 hanno riconosciuto i rischi inflazionistici dopo mesi di negazione. Oggi la volatilità implicita sui tassi di interesse ha raggiunto un minimo storico. Il mondo è forse diventato più prevedibile? Sembra piuttosto la calma prima della tempesta».
Quindi, quale momento si sta attraversando?
«Credo che si sia in una fase in cui risulta ancora difficile per i partecipanti al mercato prezzare un cambio di regime, anche se le evidenze intorno a noi indicano chiaramente che si è entrati in un nuovo mondo. Gli Stati Uniti hanno deciso di accaparrare le risorse petrolifere del Venezuela, dopo averne catturato il dittatore: non si era mai visto qualcosa di simile neppure durante la guerra fredda, il che fa ripensare al periodo coloniale. Sempre lo stesso Paese, nella figura del suo presidente, ha dichiarato di volere invadere una nazione alleata. Durante la mia carriera lavorativa, la geopolitica non è mai stata un tema da prendere in considerazione, ma ora si è dinnanzi a uno scenario diverso: nei mercati finanziari, solitamente, si tagliano i rischi di coda, ma al momento stanno sensibilmente aumentando e potrebbero diventare parte centrale della distribuzione gaussiana. Mi rendo conto che il contesto non è di facile lettura per gli investitori».
Non trova che il mercato obbligazionario sia scarsamente reattivo nei confronti del mondo che ha descritto?
«Penso che il mercato del reddito fisso abbia iniziato a rifletterlo, anche se lentamente. L’inflazione breakeven resta contenuta e i premi per il rischio di default nell’area euro appaiono compiacenti. I mercati hanno ragione a prezzare una “put delle banche centrali”, ad esempio sui titoli di stato francesi, ma una simile “put” dovrebbe tradursi anche in un’inflazione breakeven più elevata per l’Unione monetaria e in un euro più debole, fenomeno che non si osserva. Ne emerge un’incoerenza tra mercati obbligazionario, dell’inflazione e valutario».

