C’è un generalizzato consenso nei confronti dei mercati emergenti anche nel 2026. Mauro Ratto, co-founder e chief investment officer di Plenisfer Investments Sgr, spiega le ragioni per cui questa asset class dovrebbe essere presente nei portafogli.

Nel 2026 continuerà l’interesse nei confronti dei mercati emergenti?

«Queste piazze finanziarie offrono ancora diverse opportunità, poiché il livello di valutazioni cui trattano i titoli non è ancora così elevato, soprattutto se si considera l’America Latina.  Anche nel 2026 sembra esserci un consenso diffuso nei confronti dei mercati emergenti, ma, visto il complesso scenario politico e macroeconomico, ritengo che sia necessario essere molto selettivi per potere cogliere al meglio le dinamiche di crescita: ciò significa sapere identificare il paese, il settore e i giusti titoli sui quali posizionarsi».

Nei paesi emergenti, però, qualcosa sta cambiando. Ad esempio, nell’ultimo periodo c’è stato un aumento degli scambi commerciali nell’area asiatica. Quali pensa possano essere le evoluzioni future?

«La Cina ha in parte sostituito gli Stati Uniti come partner per gli scambi commerciali nella regione asiatica, in particolare sul lato delle esportazioni. È il cosiddetto “South to South trade”, un tema forte, che non si esaurirà in breve tempo e che ricorda il movimento dei paesi non allineati durante la guerra fredda. In pratica, si può affermare che, oggi come allora, le singole nazioni stanno facendo le loro scelte su basi di razionalità economica, che portano a selezionare il partner migliore con cui relazionarsi. La cosa più curiosa è che questa inclinazione ha visto il riavvicinamento di realtà che, storicamente, avevano avuto rapporti conflittuali, come nel caso di Cina e India. In particolare, credo che l’area del Sud-Est asiatico abbia il potenziale di crescita più elevato. Se la Cina cresce a un ritmo inferiore al passato, ci sono paesi che continuano a correre come l’India, che è una grande economia globale, o come l’Indonesia, che cresce del 5%, ma sta ancora attraversando una fase di sviluppo da paese emergente».

Il mercato azionario indiano ha però sottoperformato. Quali sono stati i motivi del calo?

«Sì, in termini relativi non ha fatto bene, ma è una piazza finanziaria che è cresciuta molto negli ultimi anni in termini di valutazioni: recentemente gli investitori esteri hanno ridotto molto la loro esposizione provocando alcune pause nei corsi dei titoli. Ciò nonostante, è un mercato molto profondo, in cui sono rappresentati numerosi settori e aziende all’interno di un tessuto economico che è atteso in crescita a tassi elevati per i prossimi anni. Penso che questo mercato sarà sempre più rilevante nel prossimo futuro».

Quale impatto avrà la riconfigurazione delle catene di fornitura sulle economie emergenti?

«L’espansione del “South to South trade” è stata guidata da due fattori: la pandemia e le politiche commerciali dell’amministrazione americana.  A questi elementi, anche come inevitabile conseguenza, si è aggiunta la volontà di non vincolarsi a un unico fornitore e di salire all’interno della catena del valore per appropriarsi di alcuni passaggi al suo interno.  Per questo motivo, basterebbe pensare a nazioni come l’Indonesia o la Malesia che, oltre ad alcune materie prime, stanno cercando di esportare prodotti semilavorati. Riuscire in questo intento dovrebbe tradursi in una crescita dell’industria manifatturiera e in un conseguente miglioramento del reddito disponibile per la popolazione, così come sta avvenendo in Vietnam, una nazione che ha fatto molto bene, mettendosi a metà strada all’interno del “South to South trade”. Infine, c’è un’evidenza che è sotto gli occhi di tutti: la capacità che l’Asia ha avuto, a partire dalla Cina, di controbilanciare gli effetti dei dazi americani».

Le stesse considerazioni valgono anche per l’America Latina?

«È una regione che sta attraversando una fase diversa, con un potenziale di crescita più contenuto e con dinnanzi a sé un anno elettorale significativo: Honduras, Haiti, Costa Rica, Perù, Colombia e Brasile andranno alle urne. I paesi dell’America Latina presentano problemi e potenzialità differenti, come nel caso del Brasile o del Messico, che, nello specifico, beneficerà direttamente del nearshoring della produzione, risultato della politica protezionistica americana. Nel breve periodo, queste due economie offrono agli investitori obbligazionari tassi veramente interessanti, così come avviene per la Colombia, la cui situazione politica è però particolarmente instabile. Se quest’ultima si risolvesse al prossimo appuntamento elettorale, anche in questo caso i tassi offerti risulterebbero veramente appetibili. In sintesi, definirei l’America Latina l’area in cui si può approfittare del differenziale dei tassi come, per fare un esempio concreto, nel caso del Brasile: 13.3% i tassi di curva e 7.5% quelli reali.  Va, inoltre, aggiunto che in questi paesi si è assistito a un’adeguata e oculata gestione della politica monetaria che non ha lasciato andare fuori controllo l’inflazione».

Quindi il debito emergente è ancora attrattivo?

«La componente reddito fisso ha fatto registrare performance degne di attenzione; nel 2025 il risultato finale è stato addirittura superiore a quello dei governativi europei e americani. Se si prende in considerazione il livello attuale degli spread, è indubbio che si siano ristretti molto ed è in sostanza il carry che rende appetibili questi mercati. Credo che il debito emergente risulti, con la dovuta selezione, più attrattivo in valuta locale rispetto al dollaro per due ragioni: il tasso base americano è basso sulle brevi scadenze, ma è molto volatile su quelle a 10 anni e, nel periodo tra il 2024-2025, c’è stata una diminuzione delle emissioni in divisa statunitense e un simmetrico aumento di quelle in divisa domestica. Ciò è stato reso possibile grazie al fatto che, a differenza del passato, i governi dei singoli stati possono oggi rivolgersi ai risparmiatori locali.  Alla luce di queste considerazioni, penso, quindi che, come già menzionato, i rendimenti offerti dai titoli brasiliani in real e messicani in peso siano interessanti.  Ci sarebbe la possibilità di diversificare nei mercati di frontiera che risultano appetibili in termini di premio al rischio, ma è un ambito in cui la volatilità è molto elevata ed è richiesta una forte specializzazione».

Le maggiori economie emergenti, India e Cina, sono in affanno. Il “South to South trade” potrebbe risentirne?

«La Cina è destinata a rallentare, più di quanto non ci dicano i dati attuali: lo ritengo un processo fisiologico. Ciò che conta veramente per Pechino è riuscire a creare un’economia guidata dai consumi e autosufficiente, competitiva a livello globale, con un saldo positivo della bilancia dei pagamenti. Tuttavia, il governo è stato estremamente cauto sulle misure di stimolo fiscale, anche perché la situazione debito/Pil del Paese è molto elevata, se si considera l’esposizione totale, in linea con le economie avanzate occidentali (296% sulla base dei dati della Banca dei Regolamenti Internazionali). Sino a oggi, la leadership della Repubblica Popolare si è comportata con molta compostezza nel gestire questa fase di transizione e mi attendo che ciò avvenga anche nel futuro. Credo che, se si stabilizzasse la situazione nel settore immobiliare, ci sarebbero ricadute positive sul livello di fiducia del consumatore. La Cina ha dinanzi a sé una sfida enorme e bisognerà vedere se nel 2026 le autorità riusciranno a sostenere maggiormente la domanda interna. Tuttavia, per un investitore ci sono segmenti del mercato finanziario che non si possono ignorare».

A che cosa fa riferimento?

«Fatta la premessa che, in uno scenario in cui i livelli di tensione tra Usa e Cina sono così elevati, bisogna usare cautela, considero l’investimento nella tecnologia cinese come un hedge nei confronti di quella americana, ceteris paribus. Il Dragone è riuscito a ridurre drasticamente il gap tecnologico con gli Stati Uniti, ha un know how molto forte che in alcuni settori ha prodotto risultati sorprendenti e società che potrebbero fungere da protezione se le omologhe americane dovessero incontrare delle difficoltà. In generale, ritengo che l’investimento nel settore It sia ancora attrattivo, ma che, contestualmente, si debba procedere con oculatezza, cercando di comprendere quali siano i nodi cruciali della catena del valore in cui la domanda supera l’offerta. È il caso dei data center che necessitano di memorie specifiche che sono realizzate solamente da tre produttori al mondo (Sk Hynix, Samsung e Micron). Se si fa un’analisi delle strozzature presenti nelle catene di fornitura si possono individuare aziende le cui valutazioni consentono ancora apprezzamenti significativi, perché meno esposte a una competizione sfrenata o non costrette a fare fronte a una valanga di investimenti».

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