Cercare di predire che cosa avverrà nel panorama internazionale è impossibile: la situazione è fluida e, per quanto in qualche modo annunciata, era difficile prevedere che la guerra assumesse i contorni attuali. Sui mercati finanziari, il primo effetto tangibile è stato l’aumento del prezzo del greggio che, se dovesse prolungarsi con l’intensità della prima decade di marzo, potrebbe provocare uno shock petrolifero, che colpirebbe l’economia mondiale e, in particolare modo, i paesi non autosufficienti da un punto di vista energetico. Il 2026 è iniziato, per i mercati finanziari, all’insegna della diversificazione al di fuori della prima economia del mondo e della sua divisa con i preziosi a costituire una delle alternative più ricercate. Oggi, la guerra nel Golfo sembra avere cambiato le carte in tavola, ma è troppo presto per esprimere un giudizio
Mentre vengono scritte queste righe, la guerra fra Usa e Israele da una parte e l’Iran dall’altra ha appena superato la sua prima settimana e, chiaramente, in uno scenario del genere scrivere previsioni accurate su che cosa potrà succedere in futuro è praticamente impossibile. Infatti, ciò cui stiamo assistendo è l’ennesima materializzazione di uno scenario fino a poco tempo fa da fantapolitica. È vero che la Repubblica Islamica, Israele e le potenze petrolifere sunnite per decenni hanno combattuto per procura in giro per il Medio Oriente numerosi conflitti dagli effetti distruttivi per le nazioni coinvolte, ma è altrettanto fuori discussione che i vari attori regionali avevano sempre evitato di spingersi oltre il baratro dello scontro diretto. In fondo anche la guerra dei 12 giorni lo scorso giugno era sembrata poco più che un pittoresco teatro politico fra nemici che mantenevano un minimo di lucidità.
Il cambio del 28 febbraio
Da sabato 28 febbraio non è più così, gli Stati Uniti di Donald Trump sono entrati a piedi uniti in quella che rischia di essere la peggiore deflagrazione nel mondo arabo dai tempi dell’invasione dell’Iraq nel 2003. A fare in particolare impressione sono i missili balistici e i droni, finora in massima parte intercettati, che Teheran sta lanciando a grappoli sui maggiori centri di business del Golfo. Sicuramente i video dei grattacieli di Doha e Dubai colpiti (seppure di striscio), insieme alla chiusura di alcuni degli aeroporti più trafficati del pianeta, forniscono un’immagine molto potente di quanto sta accadendo. All’improvviso, agglomerati di ricchezza e modernità da favola si trovano risucchiati nella brutalità dei paesi circostanti. Un vortice di odio e di violenza che deriva da un groviglio di fattori politici, economici, sociali e religiosi che risalgono agli albori della divisione fra sunniti e sciiti. Su tutto ciò l’avventurismo di Washington, di nuovo in versione neo-con, nonostante l’isolazionismo della base Maga, rischia di agire come il proverbiale elefante in un negozio di porcellane. Il pericolo è che il tutto si trasformi da semplice metafora delle fragilità della globalizzazione in un’altra ferale botta al sistema.
Situazione dell’Iran
Allo stato attuale, peraltro, non è assolutamente chiaro quanto l’Iran potrà resistere e la quantità di danni che è in grado di infliggere nel vicinato. Non sorprendentemente un po’ tutti si stanno cimentando in una serie di stime che vanno da una rapida fine delle ostilità, con un ritorno al solito guardarsi in cagnesco, al caos totale. Il punto nevralgico immediato, dalla cui situazione si potrà evincere molto sull’evoluzione di questo disastro, è lo stretto di Hormuz: per questo lembo di mare passa una quantità enorme di combustibili fossili (intorno a un quinto dei volumi mondiali), in gran parte diretti in Asia.

