Fondi&Sicav ha discusso con Frederic Jeanmaire, gestore del fondo CT (Lux) Pan European Focus di Columbia Threadneedle Investments, quale sia il suo approccio verso il mercato azionario europeo.

Ciò che sta succedendo in Medio Oriente come potrebbe influenzare lo scenario economico europeo?

«Il 20% del petrolio prodotto a livello mondiale passa per lo stretto di Hormuz. Lo scorso anno c’è stata una riallocazione dei portafogli a favore dell’Europa e dell’Asia e una delle ragioni che hanno portato a un ritorno dei flussi azionari verso il Vecchio continente sembra che sia stata la sua stabilità.  A ciò si è aggiunta anche una sorta di preoccupazione nei confronti del dollaro americano che, sempre nel 2025, aveva penalizzato gli investitori in euro, divisa quest’ultima verso la quale le prospettive per il 2026 erano ancora positive. Tutto ciò in un panorama in cui l’inflazione era vista in discesa. Ed è proprio quest’ultimo punto l’aspetto cruciale della questione. La guerra in Ucraina ha provocato un aumento considerevole del costo del gas in Europa e, per questa ragione, spinti dalla necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento che dipendevano fortemente dalla Russia, per ottenere una fonte energetica da altri paesi, sono stati realizzati diversi nuovi terminal, che stanno diventando adesso operativi. Ciò significa che, in una situazione di stabilità, i prezzi energetici in Europa dovrebbero convergere con quelli del resto del mondo. In altre parole, si stavano creando le condizioni perché ci fosse un dividendo energetico. Ora la situazione potrebbe cambiare e l’inflazione ritorna a essere un tema di mercato».

Perché le nuove forniture sarebbero venute dal Qatar?

«Esatto e, al momento, il Paese sembra impossibilitato a svolgere qualsiasi operazione in merito. Ciò non significa che il gas non distribuito vada perso, ma la situazione è delicata. Se la guerra dovesse durare poco, non dovrebbero esserci importanti conseguenze: lo abbiamo già visto succedere in passato che i prezzi dei combustibili fossili salissero per poi correggere. Ma purtroppo non si sa che cosa accadrà e l’interrogativo di fondo per gli investitori è se i costi dell’energia scenderanno o meno».

Quali potrebbero essere le conseguenze per le società europee, soprattutto quelle di qualità nelle quali investite, di fronte a questo scenario?

«Lo shock provocato dall’attacco all’Iran potrebbe essere paragonato a quanto successo lo scorso anno il 2 aprile, quando le azioni corressero profondamente per poi recuperare terreno. Ma questa fu una reazione riflessa negli indici che non riguardò in uguale misura tutte le sue componenti. Le faccio un esempio per essere più chiaro. A noi piace Rolls Royce, non certo per le auto che produce, ma per i motori aeronautici. Quando furono introdotti i dazi, il titolo dell’azienda scese in borsa, ma rimbalzò molto velocemente, perché gli investitori compresero che dove vengono realizzati motori, viene fatta anche la loro manutenzione, attività non soggetta a tariffe; ovviamente, ci potrebbe essere un problema di aumento dei costi per le parti di ricambio, assorbibile però attraverso un aggiustamento dei prezzi. Non è un caso, invece, che altri titoli come Airbus o Boeing, che producono gli aerei, siano stati molto più colpiti dai dazi. Considerando anche quanto potrebbe succedere nell’attuale situazione di mercato, il nostro obiettivo è essere allocati nel segmento giusto della catena di approvvigionamento, meno soggetto a possibili colli di bottiglia. Per tornare ad Airbus, il problema di cui soffre tuttora non è la carenza di domanda, ma i tempi di consegna delle parti per realizzare un velivolo. E, se lo stretto di Hormuz dovesse rimanere bloccato, la situazione potrebbe esacerbarsi».

 

continua a leggere