La guerra fra Iran e Usa/Israele ha generato forse il fenomeno più strano dell’ultimo anno: la ripresa del bitcoin.

Mentre si cantavano da più parti intensi de profundis sull’intero mondo delle valute virtuali, la regina delle cripto si riprendeva dai minimi del bear market intorno a 60 mila dollari, registrati lo scorso 24 febbraio, per portarsi sopra quota 71 mila nella settimana dopo Pasqua. Il rimbalzo appare impressionante, oltre che per il fatto di essere avvenuto in uno scenario difficilissimo, anche per quanto è successo in parallelo a dollaro e oro.

Il biglietto verde si è rafforzato, mentre il prezioso per eccellenza è andato incontro a vendite molto sostenute, che hanno riportato i corsi a un certo punto a circa 4.200 dollari per oncia. Un simile sviluppo è essenzialmente spiegabile come una parziale demolizione di ciò che potremmo definire come “Brics-trade”. L’Asia (Cina a parte, in verità) e il complesso degli emergenti si sono trovati al centro di difficoltà energetiche decisamente gravi. Non c’è quindi da stupirsi del fatto che, di fronte a questo fenomeno, gli investitori abbiano punito in particolar modo la risorsa naturale che fa da architrave al processo di de-dollarizzazione di diverse economie di recente sviluppo. Meno spiegabile è però la spettacolare tenuta del bitcoin, un’attività che dovrebbe venire danneggiata non poco dalle prospettive di stagflazione e di tassi elevati a lungo termine, dato il suo carry inesistente.

Le pretese di “safe haven”

Si può dunque affermare che le pretese di “safe haven”, portate avanti nel corso degli anni da molti cripto-entusiasti e negli ultimi mesi sbeffeggiate senza pietà, non sono campate in aria? La risposta è parzialmente positiva, nel senso che il re degli asset digitali in qualche maniera sembra rappresentare una terza via nel binomio fra asset Usa e materie prime/emergenti. Ciò è particolarmente vero per gli investitori di paesi che rappresentano nodi chiave del sistema globale e che si trovano in un complicato groviglio di alleanze con l’America e di integrazione con i nuovi protagonisti del ventunesimo secolo.

Al riguardo un’analisi interessante viene elaborata da Stephen Coltman, head of macroeconomics di 21shares:

«Sebbene con l’avvento degli Etf il peso degli istituzionali sia aumentato notevolmente, il bitcoin è un asset in cui i singoli sono ancora i principali investitori. Inoltre, il fatto che il trading di questa valuta digitale sia operativo 24/7 rappresenta un’importante garanzia per coloro che dovessero affrontare interruzioni di servizio dei sistemi bancari locali. Quanto questa caratteristica sia fondamentale lo si è potuto osservare poco tempo dopo l’avvio del conflitto, quando le borse di Dubai e Abu Dhabi sono state chiuse in seguito ad attacchi da parte di droni iraniani. Pertanto, mentre i canali tradizionali si sono trovati costretti a vendere le loro riserve auree, è possibile che alcuni degli abitanti locali più facoltosi abbiano trasferito le loro attività verso soluzioni su blockchain, bitcoin in primis, così da assicurarsi un accesso costante e garantito al patrimonio per tutta la durata della guerra».

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