L’andamento dei prezzi dei generi alimentari è diventato una questione sempre più politica anche nelle economie avanzate. L’aumento dei costi delle commodity agricole, iniziato prima del conflitto mediorientale, si sta riflettendo sui beni finali e lo scoppio del conflitto nel Golfo rischia di esacerbare la situazione. Inoltre, al cambiamento climatico si aggiunge la triade Brasile-Cina-Russia che si sta ponendo sui mercati come una superpotenza del cibo. È possibile che, in futuro, non ci sia più la ricchezza alimentare cui si è stati abituati sino al 2022, ossia dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia

In un momento contrassegnasto dai conflitti armati, come quello attuale, qualsiasi considerazione sull’andamento e le prospettive dei mercati deve tenere conto della guerra. Ciò è ancora più vero quando si parla di commodity agricole e filiera agro-alimentare in genere: si tratta, infatti, di settori altamente energivori che presentano varie strozzature. In primis nella produzione di fertilizzanti, che è concentrata in poche nazioni, tra le quali spiccano quelle del martoriato Golfo, Russia e Cina, e che ha in un gas naturale sempre più scarso e costoso un input fondamentale.

Non è un caso che i prezzi di tre derrate fondamentali per l’alimentazione moderna (semi di soia, mais e frumento) abbiano ripreso a correre da gennaio, dopo anni di mercato ribassista che hanno seguito i picchi post-invasione dell’Ucraina nel 2022.

Uno sviluppo terrificante

Questo sviluppo appare semplicemente terrificante: la prospettiva di una destabilizzazione dei paesi poveri e di un uso militare della fame intorbidisce scenari geopolitici già da incubo. Inoltre, il caos generato da un possibile “bull run” delle risorse naturali alla base della produzione di cibo va a colpire un delicatissimo equilibrio che si è fatto politicamente incendiario un po’ dappertutto.

L’andamento dei prezzi dei generi alimentari, infatti, si è trasformato negli ultimi anni in un’autentica patata bollente a livello politico, non solo nei paesi in via di sviluppo, ma persino nelle economie più avanzate. A partire dalla seconda metà del 2021, si è sviluppato uno shock sul costo del cibo che si stava riverberando sull’inflazione già prima del disastro mediorientale, anche se con una virulenza decrescente. Il fenomeno paradossalmente, finora, ha colpito più in Europa e negli Stati Uniti che in Asia: il paradosso sta nel fatto che il Far East generalmente mostra una maggiore dipendenza dalle importazioni di derrate, per il fatto che i nuclei familiari allocano una percentuale più elevata dei propri redditi per nutrirsi rispetto alle controparti occidentali.

La minore spinta generale sul costo della vita in Estremo Oriente ha però probabilmente aiutato non poco a tenere la situazione sotto controllo, mentre, ad esempio, negli Usa l’ascesa apparentemente inarrestabile delle spese per abitare e per la salute ha reso l’intera classe media e buona parte di quella medio-alta molto più sensibile all’andamento del carrello della spesa. In molti casi, il risultato è di trovarsi di fronte a un viscerale effetto immiserimento le cui conseguenze possono essere devastanti in un mondo sempre più colpito dall’instabilità. Sostanzialmente, anche in condizioni di pace, non passa giorno senza che sui media compaiano ricerche che denunciano un calo costante della qualità, e purtroppo spesso anche della quantità, di ciò che viene mangiato da ampi strati della popolazione.

Nell’ultimo quadriennio, infatti, il cibo è tornato a essere il benchmark più immediato e viscerale del potere d’acquisto, già sotto assedio su altri fronti, con termini quali shrinkflation e greedflation che sono entrati nel gergo comune.

Si tratta di espressioni che permettono di inquadrare un filo meglio una delle questioni potenzialmente più esplosive della nostra era. Da una parte l’inflazione dei beni alimentari spesso viene innescata dall’ascesa dei corsi delle commodity agricole, dall’altra queste ultime interagiscono con una serie estremamente variegata di fattori che contribuiscono a gonfiare quanto paga il consumatore finale ben oltre la fine del bull market sulle risorse naturali di base. L’ultimo quadriennio rappresenta un caso da manuale: ad esempio, dopo una prima parte di 2022 piagata da rialzi parabolici, frumento, semi di soia e mais sono rientrati più o meno nella fascia nella quale scambiavano nel corso della seconda metà degli anni ‘10 prima di riprendere fiato con la guerra.

 

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