M&G Investments ha condotto un sondaggio, coinvolgendo circa 300 consulenti finanziari e private banker, da cui emerge che le allocazioni ai mercati emergenti sono aumentate nei portafogli dei clienti italiani, nonostante un contesto geopolitico e macroeconomico volatile.

Il 2025 è stato un anno particolarmente positivo per i mercati emergenti, soprattutto per la sostenuta performance della componente azionaria. Anche il 2026 è iniziato con ottimi auspici. Si sta assistendo a un ritorno di fiamma?

Fedeli: «Nel 2025 i mercati emergenti (Em) azionari hanno sovraperformato tutte le altre piazze finanziarie e, anche dall’inizio di quest’anno sono saliti del 16% rispetto al Nasdaq che ha fatto segnare +7% circa (dati al 6 maggio). Ma non è sempre stato così, tutt’altro, e il decennio passato lo dimostra. Ora la questione è capire quali siano le ragioni di quanto è avvenuto nell’ultimo anno e mezzo, per analizzare se c’è la possibilità di cogliere ulteriori rialzi dei corsi azionari. In questo senso, può essere d’ausilio considerare l’evoluzione del Roe, l’indice finanziario che misura la redditività del capitale proprio, del mercato americano e dei paesi emergenti. Da un’analisi comparata emerge un divario tra le due aree geografiche che si è ampliato, però, nel 2012, quando di fatto gli Em hanno cominciato a sottoperformare gli Stati Uniti. Tuttavia, nell’ultimo periodo, questo gap è diminuito, con una velocità significativa, a dimostrazione di come sia aumentata la remunerazione del capitale di rischio a fronte di valutazioni di mercato che rimangono nella media degli ultimi 20 anni, a differenza di quanto successo a quelle americane. A ciò va aggiunto un cambiamento strutturale che è in corso nell’area emergente. Dal 1988 i mercati sviluppati (Dm) hanno offerto un rendimento del 6,5% rispetto a 7,2% degli Em, con un drawdown medio del 15% nei primi e del 21% nei secondi; la perdita massima subita è stata rispettivamente del 51% e del 64%. Negli ultimi tre anni e mezzo, invece, il drawdown medio è stato uguale per entrambe le aree, mentre quello massimo è stato superiore per le economie avanzate. Leggo in queste osservazioni un segnale di cambiamento per gli Em».

Le stesse considerazioni valgono per il reddito fisso degli Em?

Chorlton «Negli ultimi 10 anni, alla domanda “che cosa comperare nel reddito fisso”, la risposta è sempre stata il mercato del credito, che oggi però è prezzato per la perfezione. Ciò comporta che, se succedesse qualcosa di inaspettato, l’investitore rischierebbe di non essere adeguatamente remunerato per il rischio assunto. Ci sono poi i titoli governativi, all’interno dei quali, proprio di recente (5 maggio) il trentennale inglese ha raggiunto il più alto rendimento dal 1998. In pratica, l’asset class del reddito fisso è caratterizzato da due aspetti contrastanti: il credito si comporta come se nulla fosse successo dal Covid in poi (dal rialzo dei tassi ai dazi per finire alla guerra nel Golfo), mentre i rendimenti dei governativi sono saliti in tutte le economie avanzate, scontando in questo modo una situazione di rischio maggiore. Il caso del Regno Unito può rappresentare un esempio illuminante: il Paese si confronta con margini fiscali limitati, una certa instabilità politica e una Banca centrale percepita da alcuni come in ritardo nel ciclo dei tassi. Fino a non molto tempo fa, caratteristiche di questo tipo erano più comunemente associate ai mercati emergenti. Oggi, tuttavia, il quadro appare più articolato».

Perché?

Chorlton: «Potrà sembrare controintuitivo, ma la disciplina delle economie avanzate e di quelle emergenti sta convergendo, anzi le dinamiche in atto segnano un trend che peggiora per i Dm e migliora per gli Em. Le incertezze che pesano su questa regione non sono dissimili da quelle che incombono sul Vecchio continente. E se c’è un momento che ha segnato un punto di svolta è stato dopo la pandemia, con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia: la volatilità è aumentata, sia negli emergenti, sia negli sviluppati, ma l’incremento in questi ultimi è stato molto più rapido. Se poi si considera la risposta da parte delle banche centrali, quelle delle economie avanzate hanno reagito lentamente al manifestarsi dell’inflazione, mentre le istituzioni dei paesi emergenti, molto più avvezze a gestire l’aumento del costo della vita, hanno risposto prontamente con misure di politica monetaria proattive, mostrando un atteggiamento molto più determinato nel fronteggiare la situazione. Non è forse un caso se la situazione fiscale ha conosciuto un netto deterioramento nelle economie avanzate e se, in termini di investimento, il rendimento corretto per il rischio negli Em sia superiore rispetto a quello nei Dm. Inoltre, investire nel debito emergente significa avere un’ampia scelta di diversificazione, nella quale la componente più rischiosa è meno correlata all’interno dell’asset class».

 

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