Intervista a Huw Davies, Investment Manager,Jupiter Strategic Absolut Return Bond di Jupiter AM

Come è cambiato il panorama macroeconomico e geopolitico globale per gli investitori nel reddito fisso?

«Lo scenario è cambiato radicalmente se lo paragoniamo a un paio di mesi fa. Infatti, mentre prima del conflitto nel Golfo gli investitori si concentravano su una potenziale disinflazione indotta dall’intelligenza artificiale, subito dopo sono emerse le aspettative d’inflazione alimentate dall’impennata dei prezzi del petrolio. È tuttavia interessante osservare che, all’interno dei mercati finanziari, ci sono state reazioni differenti, con l’inflazione implicita di breve che è salita, scontando molto velocemente il ritorno del carovita nei prossimi due-tre anni, mentre  il tasso forward 10y10y sull’inflazione, che riflette le aspettative sui prezzi al consumo a lungo termine del mercato è addirittura sceso. Probabilmente, questa reazione indica che, se c’è stato uno shock provocato dall’aumento del petrolio, le prospettive a tendere sono diverse rispetto a quanto accaduto nel 2022».

Perché?

«Ritengo che la differenza risieda in una serie di fattori. Innanzitutto, oggi non si sta uscendo da una pandemia: i bilanci non sono quelli di allora, non c’è lo stesso senso di liberazione che ci portò a festeggiare la fine di un incubo e non c’è un sostegno di stimoli fiscali della stessa portata. Anche le aspettative del mercato nei confronti della politica monetaria delle banche centrali sono cambiate: nei prossimi 14 mesi in Nuova Zelanda sono attesi cinque rialzi dei tassi, nel Regno Unito e nell’Unione Europea tre, mentre negli Stati Uniti non è previsto alcun cambiamento (dopo gli attesi 2,5 tagli). Curioso, da questo punto di vista, è stato l’aumento del costo del denaro deciso dalla Reserve Bank of Australia, che è stato accompagnato da commenti improntati alla cautela per le possibili ripercussioni della crisi attuale sull’attività economica e sulle famiglie. Lo stesso governatore della Banca d’Inghilterra, Andrew Bailey, dopo la riunione che ha lasciato i tassi di interesse invariati, ha spiegato che la decisione presa è stata ragionevole considerata la situazione economica e l’imprevedibilità degli eventi in Medio Oriente. Il suo tono è stato però accomodante, sottolineando che la decisione di lasciare fermi i tassi di riferimento non deve fare presagire a un prossimo aumento. In Jupiter crediamo che, nonostante ci sia spazio per un rialzo del costo del denaro, il mercato sia diventato troppo pessimista in merito alla portata dell’aumento».

Non coglie alcune contraddizioni nelle reazioni dei mercati?

«Le borse azionarie hanno reagito molto bene alla crisi energetica, probabilmente perché l’equity è un attivo in grado di resistere all’inflazione, se gli asset sottostanti sono supportati dalla crescita. Tuttavia, è proprio quest’ultima che potrebbe essere messa in discussione da una ripresa dell’inflazione in un contesto in cui le tensioni geopolitiche si accentuano. Ovviamente, la situazione a livello economico non è omogenea. L’aumento dei prezzi dell’energia tocca l’attività economica in Europa e ancora di più in Asia, mentre gli Stati Uniti, paese esportatore netto di petrolio, sono meno esposti alla crisi in atto e godono di un contesto economico più robusto grazie alla spesa per investimenti legati all’intelligenza artificiale. In aggiunta, i risultati trimestrali delle società americane sono stati sopra le attese, anche se credo che le aziende statunitensi siano molto abili a guidare le aspettative di mercato in modo che vengano poi battute. Non da ultimo, gli Usa godono ancora degli incentivi previsti dell’One big beautiful bill act, che potrebbero compensare l’aumento della bolletta energetica».

 

continua a leggere