Se è vero che gli incontri bilaterali sono la rappresentazione scenica di quanto è stato già discusso e deciso, le fotografie scattate a Pechino, in occasione della visita di Donald Trump, hanno però offerto un’immagine plastica di rilievo: la Cina vuole avere un peso a livello internazionale uguale a quello degli Stati Uniti. O forse addirittura raggiungere la supremazia. Magari c’è una forzatura nell’interpretazione della prossemica, ma l’impressione è che Xi Jinping abbia voluto ricordare al presidente americano di essere suo pari. Tutto ciò, nonostante la cura del cerimoniale con cui lo ha accolto, compresa la banda militare cinese che ha suonato “Y.M.C.A.” durante il banchetto di stato.
L’ENTUSIASMO DI TRUMP
Alla fine della visita ufficiale, Trump ha usato toni entusiastici senza spiegare esattamente i motivi del perché abbia definito il summit un grande successo. È peraltro vero che la mancanza di dettagli rende difficile esprimere un giudizio, visto che le dichiarazioni delle potenze coinvolte differiscono tra loro nei toni. Tuttavia, come è stato riportato da alcuni commentatori(1), i resoconti post-vertice evidenziano l’esistenza di due diverse serie di priorità a Pechino e a Washington: l’amministrazione Trump ha posto l’accento sul commercio e sugli investimenti, mentre i leader cinesi si sono concentrati su un nuovo quadro bilaterale. Le questioni sul tavolo sono state diverse, dai prodotti agricoli e la carne all’acquisto di Boeing. A ciò vanno aggiunte le questioni di carattere geopolitico che sono da considerare le più delicate insieme agli ambiti in cui le due superpotenze di fatto si stanno affrontando: intelligenza artificiale, semiconduttori e veicoli elettrici.
I MAGNIFICI 17
E, a questo proposito, non è forse un caso che dall’Air Force One, insieme ai membri dell’amministrazione americana guidati dal presidente, siano scesi 17 amministratori delegati di grandi aziende americane, tra i quali Elon Musk, ceo di Tesla, e Jensen Huang, ceo di Nvidia, entrambi a capo di società esposte al mercato cinese e i cui interessi possono collidere con quelli delle imprese omologhe locali. La sensazione, nonostante l’ufficialità, è stata che si sia trattato di un convegno di affari privato: le imprese americane coinvolte hanno i mezzi finanziari per fare investimenti in Cina, proteggere e ampliare quelli già esistenti. In altre parole, la loro visita è legata a doppio filo all’interesse dell’amministrazione americana e a quella della loro azienda. Ed è proprio questa la vera questione che traccia la linea di un potenziale conflitto di interessi.
Dall’altro lato, la presenza di alcune delle più grandi e potenti imprese al mondo è anche un biglietto da visita di un’amministrazione che vuole “fare business”. Forse anche questo è un modo per arrivare a una distensione nei rapporti con Pechino.
Invece, a non essere stati discussi dai due leader sono stati i temi che spesso hanno caratterizzato le accuse nei confronti della Cina in materia di sovraccapacità produttiva, violazione della proprietà intellettuale e sovvenzioni alle aziende. quest’ultimo aspetto forse non è stato toccato, viste le politiche dell’amministrazione americana che, come riportato da alcune agenzie, sta intensificando gli sforzi per garantire la sicurezza delle catene di approvvigionamento statunitensi di minerali critici e semiconduttori, convertendo le sovvenzioni federali concesse alle aziende in partecipazioni azionarie.

