Intervista a Emily Whiting, Investment Specialist Emerging Markets and Asia Pacific (EMAP) Equities team J.P. Morgan Asset Management

Quale sarà l’impatto della chiusura dello Stretto di Hormuz sulle economie asiatiche?
«L’aumento dei costi energetici, con il prezzo degli idrocarburi in salita, sta già avendo un forte impatto su alcuni mercati. La ragione principale è la dipendenza energetica dall’estero, che varia drasticamente tra i singoli paesi in base alle rispettive risorse naturali, al mix energetico e alle politiche di transizione. L’India, ad esempio, è una grande importatrice di energia (circa il 90% per il petrolio e il 45% per il gas naturale) e il protrarsi della guerra nel Golfo ha portato il primo ministro, Narendra Modi, a chiedere ai suoi cittadini di stringere la cinghia come non accadeva dai tempi della pandemia: lavorare da casa, se possibile, evitare viaggi all’estero non necessari, consumare meno carburante e acquistare meno oro (quest’ultimo suggerimento per non mettere pressione sulla rupia). Anche la disponibilità di Gpl, utilizzato per cucinare, è contingentata. Sarà un aneddoto che non ha certo la pretesa di diventare un’osservazione statistica, ma, a fine marzo, ho potuto constatare di persona che la scelta del menù nei ristoranti di Mumbai era ridotto alla metà. C’è un altro paese come la Corea, che importa il 90% del suo fabbisogno energetico e la cui crescita è trainata dalla incredibile espansione dell’industria dei semiconduttori e la cui borsa ha fatto segnare una notevole performance da inizio anno. L’introduzione del Value-up programme ha incentivato le aziende a migliorare l’efficienza del capitale, la governance e la remunerazione degli azionisti. Inoltre, la partecipazione al forte rimbalzo del mercato degli investitori individuali ha generato un effetto ricchezza positivo. Non so se tutto ciò sarà sufficiente a bilanciare un costo dell’energia più elevato per il Paese, ma sicuramente servirà a mitigarne gli effetti negativi sull’economia».

E per gli altri paesi asiatici?
«Il Sud-est asiatico presenta un elevato grado di dipendenza dalle importazioni di petrolio: 52% per le Filippine, 69% per la Tailandia e 85% per il Vietnam. Anche in questa regione è stato chiesto ai cittadini di rimodulare il loro stile di vita tenendo conto della situazione contingente. In Cina, invece, gli effetti del caro petrolio sui consumatori sembrano più contenuti grazie ai sussidi. La Repubblica Popolare importa più del 70% del suo fabbisogno di greggio, ma il trasferimento dei costi della materia prima ai consumatori avviene attraverso la National development and reform commission che, per mitigare i rincari, può intervenire imponendo tetti di prezzo, obbligando le raffinerie statali ad assorbire le perdite, bloccando le esportazioni di carburante per aumentare artificialmente l’offerta interna. Cosa che sembra stia avvenendo durante questa crisi. Inoltre, non va dimenticato che in Cina c’è un’ampia diffusione di veicoli elettrici. Ma, ovviamente, non tutti i paesi sono nella condizione di potere attenuare gli effetti della crisi mediorientale in modo analogo».

Si può quindi desumere che, da un certo punto di vista, gli effetti dell’aumento del petrolio sono già presenti sul mercato?
«Direi che, con intensità diverse, la crisi petrolifera ha già cominciato a farsi sentire. Tuttavia, a mio avviso, la vera questione è come si articoleranno le dinamiche dei prezzi al consumo e come ciò si tradurrà in termini di aspettative d’inflazione sui mercati nei prossimi sei mesi».

La chiusura di Hormuz, però, ha anche diversi impatti negativi in altri ambiti…
«Oltre al petrolio e al gas, anche i prodotti legati ai fertilizzanti vengono importati in quantità significative dal Medio Oriente da grandi paesi agricoli quali l’Indonesia, le Filippine, la Thailandia e il Vietnam; i prezzi di questi prodotti stanno già aumentando, una traiettoria che era già iniziata prima del rincaro del petrolio. È un aspetto che il nostro analista delle risorse naturali sta seguendo sin dall’inizio del conflitto visto che un terzo della domanda mondiale passa attraverso questo tratto di mare. Ritengo che questa prospettiva non sia stata presa ancora debitamente in considerazione e sarà l’altro elemento che andrà a sostenere l’inflazione. Ma, oltre al greggio e ai fertilizzanti, non va dimenticato che attraverso Hormuz transitano anche diversi altri materiali come materiali in plastica, bombole di elio per uso tecnologico (soprattutto semiconduttori), prodotti chimici».

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