Neeraj Arora, Fixed Income Portfolio Manager delle strategie MFS Meridian Emerging Markets Debt e MFS Meridian Emerging Markets Debt Local Currency di Mfs Investment Management
Come spiega il ritorno d’interesse degli investitori nei confronti del debito dei mercati emergenti?
«Individuerei due ragioni di fondo. La prima è la solidità dei fondamentali dei mercati emergenti: posizioni esterne forti, debito estero in calo, saldi di bilancio in miglioramento e, sul versante strutturale, tassi di cambio flessibili, banche centrali che perseguono obiettivi di inflazione e riforme volte a stimolare la crescita. Sul fronte estero, il basic balance, l’indicatore della bilancia dei pagamenti che combina il saldo delle partite correnti con gli investimenti diretti esteri, è positivo, mentre durante il taper tantrum era negativo rispetto al Pil. Il miglioramento dei conti con l’estero è in parte ascrivibile all’aumento dei prezzi delle materie prime e alle esportazioni di tecnologia avvenuti negli anni recenti, ma anche all’adeguamento effettuato dalle banche centrali dei paesi emergenti negli ultimi anni: hanno alzato i tassi d’interesse in modo da comprimere le importazioni. Inoltre, la maggior parte di queste economie, soprattutto le più grandi, ha adottato un tasso di cambio flessibile: una grande differenza rispetto al passato, quando molte divise erano ancorate ad altre valute (dollaro) e quindi più vulnerabili nei momenti di crisi. All’interno delle economie emergenti l’inflazione si muove nell’intervallo previsto dalle rispettive banche centrali e, proprio perché il costo del denaro è stato aumentato durante la pandemia, i tassi reali sono in generale positivi. Va aggiunto che l’equilibrio della bilancia dei pagamenti ha permesso di aumentare le riserve valutarie e il debito con l’estero non solo è basso, ma è in continua diminuzione; è un fenomeno iniziato già 10 anni fa. Infine, i saldi di bilancio primari nei mercati emergenti continuano a registrare un andamento in miglioramento. Indubbiamente, le istituzioni nei paesi emergenti sono più deboli così come la tolleranza al debito è minore rispetto alle economie avanzate ma, in media, i disavanzi di bilancio primari stanno diminuendo, mentre la mediana dei livelli di debito si aggira intorno al 55%. Entrambi i rapporti si sono mossi in una direzione nettamente opposta a quanto accaduto nei mercati sviluppati».
E qual è la seconda ragione?
«L’interesse per il debito dei mercati emergenti è stato alimentato anche dall’indebolimento del dollaro: è stato, infatti, un fenomeno determinante strettamente legato alla debolezza strutturale degli Stati Uniti, sia in termini di ampio deficit di bilancio, sia di persistente disavanzo delle partite correnti. Una situazione, quest’ultima, che non ci si aspetta che cambi in modo significativo, a meno che l’intelligenza artificiale non produca una crescita molto più elevata. Il dollaro è sopravvalutato anche su base reale ponderata per il commercio».
Ci sono anche altre ragioni che potrebbero spiegare la debolezza del biglietto verde?
«Nell’ultimo periodo si è notata una maggiore volontà da parte di alcuni istituti centrali di diversificare le loro riserve: in quest’ottica, vanno letti gli acquisti di oro da parte soprattutto dei paesi emergenti. C’è, poi, una serie di considerazioni che riconducono alla teoria del “debasement trade” nei confronti del dollaro, anche se io non credo che l’indebolimento della valuta registrato nell’ultimo anno possa essere attribuito esclusivamente a ciò».

