Il rischio geopolitico è diventato una presenza costante sui mercati finanziari. Le società di gestione non solo devono conviverci, ma cercare di cogliere le opportunità che si presentano. Lan Wang Simond, head of Total Return Mandarin di Pictet Asset Management, ha illustrato a Fondi&Sicav quale sia lo scenario d’investimento in Cina per chi adotta un approccio non direzionale e cerca rendimenti assoluti.

Perché si dovrebbe investire in Cina?

«La decisione di investire in un paese o in una regione deve essere presa in base ai vantaggi competitivi che offre. Nel caso della Cina, sono: il sistema scolastico, la velocità di esecuzione e la scalabilità. Innanzitutto, il Dragone  vanta un livello di istruzione universitario molto elevato e, complessivamente, un’ampia fetta della forza lavoro risulta qualificata. Ogni anno in Cina si laureano tra 8 e 10 milioni di studenti di cui circa 4 milioni sono specializzati nelle materie Stem: è il più numeroso bacino di conoscenza tecnico-scientifica al mondo. L’alto tasso di disoccupazione giovanile è il risultato di un’economia in trasformazione e di un’offerta che non riesce a soddisfare la domanda, soprattutto nelle attività produttive. In secondo luogo, la manifattura cinese riesce a essere competitiva perché il sistema è strutturato in modo da rendere estremamente rapido e scalabile il lancio di nuovi prodotti. La fase di ricerca e innovazione, grazie allo sforzo corale e al notevole impegno delle persone coinvolte, permette di accorciare i tempi di realizzazione e le dimensioni del mercato sono tali da permettere la crescita del volume d’affari in modo esponenziale. È difficile trovare al mondo un paese che possa competere con la Cina da questo punto di vista».

Un Paese però che ha conosciuto una profonda crisi immobiliare…

«È vero, dallo scoppio della crisi immobiliare, le nuove costruzioni residenziali in Cina sono crollate di circa il 70%, i prezzi delle unità immobiliari sono scesi del 50% e il peso del settore real estate (da intendersi nel senso più lato del termine) sul Pil è passato dal 25% all’8%. Ciò nonostante, il Paese non è andato in recessione e il tonfo di questo settore è stato compensato dagli investimenti nella manifattura avanzata in ambito energetico. Non è forse un caso che i recenti dati del Pil cinese (in rallentamento rispetto al passato) mostrino che sono le nuove infrastrutture, insieme alle esportazioni, a trascinare la crescita. Certo, i consumi sono in rallentamento e al loro interno rivelano un cambiamento che si può rilevare in gran parte del mondo: il consumatore preferisce le esperienze personali ai beni materiali.  A ciò si aggiunge il fatto che l’elevato saggio di risparmio delle famiglie è dovuto, oltre che a un fattore culturale, alla debolezza dell’assistenza sociale che, dalla sanità alle pensioni, mostra una serie diseguaglianze e inadeguatezze. Il governo è impegnato a mantenere dei livelli minimi di servizi, ma per migliorarli dovrebbe ricorrere a un aumento del deficit pubblico, cosa che non vorrebbe fare per evitare un eccessivo disavanzo».

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