I mercati obbligazionari sono diventati più volatili e, con lo scoppio del conflitto nel Golfo, l’inclinazione della curva dei rendimenti è diventata più piatta, in particolare negli Usa. Fondi&Sicav ha intervistato sul tema Daniel Siluk, head of global short duration & liquidity di Janus Henderson.
Che cosa sta avvenendo sulla parte a breve della curva dei rendimenti obbligazionari negli Usa?
«All’inizio dell’anno ci si attendevano dei tagli dei tassi di interesse considerando alcuni segnali di deterioramento del mercato del lavoro, con la preoccupazione che potenzialmente l’intelligenza artificiale avrebbe portato a un calo dell’occupazione. A ciò si sono aggiunti alcuni problemi emersi nel segmento del credito privato, determinati principalmente da un’impennata delle richieste di rimborso da parte degli investitori, da casi di insolvenza di grande risonanza e da un crescente scrutinio sulle valutazioni. A un certo punto, le aspettative erano che la Fed avrebbe ridotto il costo del denaro per ben due volte, forse basandosi anche sull’assunzione che il nuovo presidente, Kevin Warsh, voluto da Trump a capo dell’istituzione, si sarebbe mosso in quella direzione. Tuttavia, con il progredire del tempo, alcuni dei timori menzionati si sono attenuati, la crescita economica americana è forte, i consumi lo sono altrettanto e l’inflazione è ben al di sopra dell’obiettivo. Tutto ciò ha fatto sì che le attese degli investitori siano diventate diametralmente opposte e, attualmente, ci si attenda più di un aumento. L’effetto di questo cambiamento di prospettiva ha fatto salire i rendimenti del Treasury a due anni in una fascia tra il 4 e il 4,2%, mentre il decennale è rimasto sostanzialmente fermo. Tuttavia, benché ci sia stato un appiattimento, la curva rimane ancora inclinata positivamente da permettere di avere un term premium, ossia un extra rendimento sulle scadenze più lunghe: si è assistito a un fenomeno di normalizzazione che reputo positivo».
Questo riposizionamento della curva è da ascrivere all’inflazione in salita o a una crescita sostenuta?
«Penso a entrambi i fattori. La crescita è stata forte e lo sviluppo dell’Ai è, nella fase attuale, inflazionistico, perché richiede risorse in termini, sia di mano d’opera, sia di risorse naturali. E anche se l’Ai permetterà guadagni di produttività che nel lungo periodo potrebbero risultare deflazionistici, nel breve l’effetto è esattamente contrario. Vorrei raccontare, a tale proposito, un aneddoto. Viaggio molto per il mio lavoro negli Stati Uniti e incontro anche tanti consulenti finanziari. Tra questi, di recente, ne ho conosciuto uno a Phoenix, i cui clienti sono tutti operai, che mi parlava della carenza di idraulici per realizzare gli impianti di raffreddamento dei diversi data-center costruiti nella zona. Non ho la pretesa di trarre considerazioni macroeconomiche da questa riflessione, ma è un dato di fatto che la richiesta di maggiori risorse da parte dell’Ai può influire sulla dinamica dei prezzi e mantenere alta l’inflazione».
La cosa la preoccupa?
«La situazione non è preoccupante come lo era nel 2022-2023, quando le banche centrali erano intervenute più volte ad alzare il costo del denaro. Ora siamo in una fase di aggiustamento ed è possibile che qualche rialzo dei tassi venga deciso per segnalare che l’inflazione è sotto controllo e l’economia non si sta surriscaldando, ma il tutto avviene in misura decisamente più contenuta rispetto a quattro anni fa. A mio avviso, tassi più elevati e prezzi al consumo più alti sono fattori positivi».

