In Italia, il tema dell’investimento di lungo periodo si impone in un contesto peculiare: quello di un Paese in cui il risparmio privato rafforza sempre più il proprio ruolo di pilastro fondamentale dell’economia. Secondo l’Abi, la ricchezza netta delle famiglie italiane rappresenta circa 8 volte il loro reddito disponibile, contro 7,2 in Germania e 7,4 in Francia.

L’Italia figura così tra i grandi paesi europei in cui il patrimonio delle famiglie rimane tra i più solidi.  Allo stesso tempo, prepararsi alla pensione diventa una questione patrimoniale di crescente importanza: alla fine del 2025 gli italiani avevano accumulato 261,2 miliardi di euro in strumenti di previdenza complementare, in aumento del 7,3% su base annua, anche grazie alle recenti modifiche regolamentari.

È in questo panorama di risparmio abbondante, incremento misurato e crescente necessità di orientare il capitale verso orizzonti più lunghi che il private equity (Pe) trova terreno favorevole e, in Italia, non è e non può essere soltanto una classe di attivi ”alternativa”. Può diventare un punto di raccordo tra il risparmio delle famiglie, le esigenze di crescita delle imprese non quotate e le sfide legate al passaggio generazionale che attraversano il capitalismo familiare italiano.

Il pilastro Private equity

In un contesto in cui l’incertezza e gli shock geopolitici scandiscono l’andamento dei mercati pubblici, cresce l’esigenza di diversificazione. Le tensioni nel corso della prima parte del 2026 hanno in particolare inciso su ciclici e consumi, con perdite di alcuni grandi titoli italiani: Amplifon, Bff Bank, Saipem.

Allo stesso tempo, il contesto di risparmio abbondante e liquidità complessiva di famiglie e imprese  (la Banca d’Italia rileva un aumento a inizio 2026 sui depositi a 2 trilioni di euro) potrebbe rappresentare un terreno favorevole allo sviluppo del private equity. Secondo un’indagine di Intesa Sanpaolo, il 58% degli italiani dichiara di risparmiare, contro poco più del 40% in Francia: si tratta del livello più elevato degli ultimi 20 anni. Inoltre, il 38% dei risparmiatori pianifica ormai obiettivi precisi, come l’acquisto di una casa, la trasmissione patrimoniale ai figli o la pensione.

A lungo riservato a una cerchia ristretta di investitori istituzionali, oggi questa classe di attivo suscita un interesse crescente da parte degli investitori privati, alla ricerca di un’esposizione all’economia reale e di motori di performance differenziati.

Cicli più lunghi

Il private equity consiste nell’investire direttamente in imprese non quotate, con un orizzonte di detenzione generalmente lungo. Questa logica si inserisce in un approccio di creazione di valore progressiva, basato sull’accompagnamento strategico, sul miglioramento operativo e sullo sviluppo delle società in portafoglio. Numerose società italiane hanno potuto svilupparsi grazie al sostegno di fondi di private equity, come Moncler, Unobravo o Fulgard.

A differenza dei mercati pubblici, dove le valutazioni sono soggette a volatilità quotidiana, il non quotato si fonda su cicli più lunghi, consentendo una lettura più legata ai fondamentali della performance. Questo posizionamento spiega in parte l’interesse storico degli investitori istituzionali, che vi individuano una leva di diversificazione e di rendimento nel lungo periodo.