Fondi&Sicav ha chiesto a Norbert Rücker, head economics and next generation research di Julius Baer, alcune riflessioni in merito a ciò che sta accadendo al prezzo del petrolio.

Qual è la situazione nello Stretto di Hormuz?

«Le ostilità degli ultimi giorni in Medio Oriente hanno spinto il prezzo del petrolio verso i 95 dollari al barile. La domanda chiave è se le ultime tensioni evolveranno in un’escalation più grave e in una minaccia per le forniture energetiche globali. Finora, la situazione sembra seguire lo schema degli scontri precedenti, che sono stati temporanei e senza conseguenze durature. Gli attacchi statunitensi miravano a limitare la capacità dell’Iran di interferire con il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz. I contrattacchi dell’Iran sono stati in gran parte intercettati e hanno preso di mira principalmente infrastrutture militari. Per quanto ci è dato capire, questa settimana le navi hanno continuato a entrare e uscire dal Golfo Persico».

Come stanno andando gli scambi commerciali?

«Le capacità militari dell’Iran sono state seriamente indebolite nel corso del conflitto, consentendo la ripresa degli scambi commerciali attraverso Hormuz lungo la rotta meridionale, al di fuori del controllo di Teheran. Questi scambi avvengono in gran parte di notte e in convogli attraverso canali protetti. Da Hormuz continuano a transitare grandi quantità di petrolio, poiché nel tempo si sono affermati pragmatismo e opportunismo. I produttori di petrolio del Medio Oriente stanno accettando e gestendo i rischi del conflitto, soprattutto per esigenze economiche legate alla necessità di ripristinare il commercio di petrolio».

Prevede che Iran e Oman possano raggiungere un accordo su Hormuz e fare pagare un pedaggio alle navi che lo attraversano? Quali potrebbero essere le ripercussioni sul costo del greggio?

«A sei mesi dall’inizio del conflitto, abbiamo assistito al susseguirsi di vari tentativi simili, tra i quali le tariffe iraniane e il memorandum. La forma che potrebbe assumere una via d’uscita diplomatica dal conflitto e il momento in cui verrebbe utilizzata, rimane ancora poco chiara. Detto ciò, le limitazioni nell’offerta incidono sui mercati petroliferi in modo diverso rispetto a uno spostamento dei costi su determinate rotte di trasporto. Una minore offerta comporta un aumento dei prezzi del petrolio ovunque. Nel contempo, l’aumento dei costi commerciali a livello regionale viene in parte assorbito da deviazioni e adeguamenti. Le limitazioni alla navigazione nel Mar Rosso registrate negli anni precedenti ne sono un buon esempio, così come i problemi occasionali con il Canale di Panama. Eventuali disagi nello Stretto non dovrebbero avere un impatto significativo sui prezzi del greggio e molto probabilmente rotte alternative si amplieranno nel lungo termine: il “choke point” di Hormuz sta diventando sempre meno rilevante con il passare del tempo».

Gli Houti costituiscono un pericolo per le rotte commerciali?

«Guardando al vicino punto di passaggio strategico del Mar Rosso, dal quale l’Arabia Saudita dipende per le proprie esportazioni e per aggirare Hormuz, sembra che siano state finora contenute anche le minacce derivanti dagli attacchi degli Houthi: le forniture di petrolio e gas naturale si sono dimostrate finora sorprendentemente resilienti e le scorte globali di petrolio inviano un messaggio rassicurante. In Giappone e Corea del Sud, i deficit sono in gran parte nuovamente scomparsi. In Europa, le scorte sono rimaste abbondanti per tutta la durata del conflitto, anche senza attingere alle riserve strategiche. In Nord America, l’aumento delle esportazioni ha ridotto le scorte, ma il deficit ha iniziato a restringersi dall’estate. La carenza che in precedenza era molto temuta non si è materializzata e i divari non si stanno ampliando».

 

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