L’enorme espansione dei bond emessi dagli hyperscaler per finanziare il capex Ai non solo fa concorrenza, ma spinge al rialzo i rendimenti dei Treasury Usa, già sotto pressione per l’inflazione e il deficit pubblico.

 

Il 15 dello scorso settembre, il giorno prima rispetto a quando la Federal Reserve per la prima volta da circa tre anni ha alzato i tassi, il rendimento del decennale statunitense ha superato quota 5,04%, ossia il massimo dal luglio del 2007. Questo movimento ha fatto seguito a una discesa simile dei prezzi del trentennale in agosto e anche in questo caso si è trattato di un picco in termini di Ytm da 19 anni a questa parte. Kevin Warsh e soci si sono decisi ad aumentare i Fed Funds di 25 punti base, portando il target nella fascia fra il 3,75% e il 4%.  Le ragioni alla base di quanto sta accadendo sono abbastanza chiare: lo shock energetico di questi mesi va a intersecarsi con un’economia che, sebbene sia tuttora in grado di generare crescita, convive con un quadro fiscale disastroso, che è fondamentale per mantenere a galla i possenti consumi del Paese.

L’ombra del greggio

Per quanto riguarda il greggio, poi, la presa dello stretto di Bab al-Mandab da parte dei ribelli Houthi, che si somma al disastro di Hormuz e agli attacchi all’Arabia Saudita da parte del medesimo gruppo, non fa presagire nulla di particolarmente buono per il futuro del maggiore debito pubblico della Terra. Peraltro, quasi tutte le economie sviluppate, chi più chi meno, si trovano oggi a fare fronte a difficoltà non da poco nel tenere sotto controllo i conti.

Però, è forse ancora più interessante tentare di capire come il buon andamento del Pil, accompagnato da un mercato del lavoro non entusiasmante, si interseca con tutto ciò. Molto è stato detto sull’estrema concentrazione di redditi, ricchezza e acquisti che caratterizza gli Stati Uniti di oggi, la cosiddetta economia a forma di K, alla quale il boom dell’intelligenza artificiale sta dando un non indifferente contributo. In pratica, quello che è finora il più grande ciclo di espansione del capex di questo secolo è diventato uno dei pilastri dell’unica economia sviluppata del pianeta, in grado di generare spinte autonome sui prezzi. Raphael Olszyna-Marzys, international economist di J. Safra Sarasin, rammenta: «La domanda ha continuato a mostrare una notevole tenuta, mentre l’inflazione aveva già iniziato a registrare una tendenza al rialzo prima ancora dello scoppio della guerra in Iran. Negli ultimi mesi, l’economia è stata influenzata principalmente da tre fattori: l’aumento dei prezzi dell’energia, i generosi rimborsi fiscali e il persistente boom degli investimenti legati all’intelligenza artificiale».

Ai, un mondo a parte

L’aspetto chiave di questa triade è da ricercare nel fatto che le dinamiche dell’Ai ormai de facto rappresentano un mondo a parte. Infatti, nonostante gli smodati consumi di elettricità da parte dei data center, le aziende legate all’Ai mostrano di essere, se non un rifugio sicuro, quanto meno asset con una scarsa correlazione con il resto dei listini, alle prese con il rischio stagflazione. I corsi delle azioni di questo segmento, infatti, sono più che altro legati a una dinamica quasi interamente interna: la volontà dei grandi hyperscaler e dei produttori di Llm di continuare a investire cifre esorbitanti, sperando che il promesso impatto sui profitti si materializzi. Ogni volta che il sentiment, alimentato da dati, giudizi degli analisti e dichiarazioni degli executive del settore, oscilla da una parte o dall’altra seguono violenti movimenti su e giù.

L’ultimo capitolo della saga si è concretizzato nelle dichiarazioni di alcuni dei più noti protagonisti delle società regine dei modelli generativi, incentrate su un’apparente e improvvisa voglia di tirare il freno a mano sullo sviluppo artificiale. Se la reazione (furiosa) di Trump e quella, quasi beffarda, della Cina sono comprensibili, ben più importante appare il gelo proveniente da Jensen Huang, di Nvidia, che ha dato sostanzialmente ragione al presidente Usa.

 

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