di Barbara Galliano, country head Italy, Altaroc
Il private equity ha storicamente offerto rendimenti interessanti a condizione di accettare un orizzonte di lungo periodo, una liquidità limitata e un rischio di perdita del capitale. Secondo il Q5 2025 Global Fund Performance Report di PitchBook, al 31 dicembre 2025 il private equity globale, escluso Vc, registrava un tasso interno di rendimento (Irr) netto annualizzato del 14% su 10 anni, mentre per i fondi di fondi era del 12,1%. Si tratta di rendimenti aggregati, ponderati per il capitale e al netto di commissioni e carried interest, riferiti al passato e non garanzia per il futuro. Per chi vuole esporsi a questa asset class limitando la concentrazione, i fondi di fondi possono rappresentare una soluzione interessante, combinando più fondi selezionati e una gestione professionale dell’allocazione.
In Italia, secondo le previsioni Aipb-Prometeia, le masse gestite dal private banking dovrebbero raggiungere 1.491 miliardi di euro a fine 2026, con un’allocazione ancora prudente e un peso rilevante di liquidità, obbligazioni, titoli di stato, prodotti assicurativi e risparmio gestito. Un fondo di fondi può fungere da ponte verso una componente più dinamica: non sostituisce gli strumenti difensivi, ma vi affianca investimenti non quotati ripartiti tra più gestori, settori, aree geografiche e vintage. L’esposizione dovrà comunque essere coerente con la capacità di sopportare perdite, l’orizzonte temporale e le esigenze di liquidità dell’investitore.
Che cos’è un fondo di fondi di private equity?
Un fondo di fondi, anziché acquisire direttamente partecipazioni in imprese, investe prevalentemente in una selezione di fondi di private equity. A seconda delle guideline, il portafoglio può comprendere sottoscrizioni primarie, operazioni sul mercato secondario e co-investimenti. Con un’unica adesione, l’investitore si espone così a più società, strategie, settori e aree geografiche.
Quanto alla struttura, i veicoli chiusi sono generalmente organizzati in vintage, con durata prestabilita e richiami progressivi del capitale. Gli evergreen investono in continuità, senza scadenza e possono prevedere finestre periodiche di sottoscrizione e rimborso, con una liquidità comunque limitata e soggetta alle regole del fondo, compresi eventuali limiti quantitativi («gate»). I due formati non sono quindi intercambiabili.
Una diversificazione più ampia
Il primo vantaggio è la ripartizione del rischio specifico. Un singolo fondo, pur investito in diverse imprese, può restare concentrato su una strategia, un settore, una regione o un vintage. Il fondo di fondi distribuisce invece l’esposizione tra gestori, vintage, segmenti di mercato e aree geografiche, attenuando l’impatto di una fase sfavorevole localizzata. La diversificazione non elimina tuttavia il rischio di perdita, né assicura un rendimento positivo.
Il perimetro effettivo dei sottostanti va però verificato: alcuni fondi si concentrano su Europa e Nord America, altri includono secondario o co-investimenti; alcuni privilegiano il buyout, altri il growth equity o strategie specialistiche.
Nelle strutture chiuse, la diversificazione si costruisce man mano che il capitale viene richiamato e investito; in un evergreen già avviato si entra invece in un portafoglio più maturo, ma al valore patrimoniale netto determinato secondo le regole del veicolo.

