di Fabrizio Pirolli e Pier Tommaso Trastulli 

L’aria umida del Golfo era risalita fino a Downtown, quel 16 ottobre 2001, minacciando pioggia. Attraversando Antioch Park, il pensionato Charles Prestwood si voltò a scrutare la sede dell’azienda per cui aveva lavorato fino a un anno prima. Alzò lo sguardo verso quella gigantesca struttura di vetrocemento di 50 piani per 200 metri d’altezza che ingoiava giornalmente 2.000 dipendenti: esprimeva un’idea di assoluta solidità. Eppure quella mattina la società, per la prima volta da quattro anni, aveva diffuso dei conti trimestrali in perdita: un buco di 618 milioni di dollari e 1,2 miliardi di capitale bruciato. Il presidente aveva minimizzato parlando di un “problema contabile non ricorrente”, però il titolo in borsa era crollato. Prestwood guardò le nuvole addensarsi intorno al grattacielo: sarebbe arrivato presto un temporale, ma non era della pioggia che avrebbe dovuto preoccuparsi.

LA CORPORATION

Il grattacielo era la sede della Enron, allora uno dei più grandi gruppi statunitensi. Nata come impresa di estrazione, raffinazione, trasporto e distribuzione di petrolio e gas attraverso circa 37 mila miglia di gasdotti, la società a un certo punto aveva mutato pelle, trasformandosi prima nel principale trader di gas naturale e ideando, poi, il primo sito internet mondiale di commercio sulle materie prime. I suoi manager promettevano di potere scambiare finanziariamente qualsiasi cosa: dai classici contratti sull’elettricità fino alla banda larga di internet. I dirigenti, invece, e in particolare il fondatore Kenneth Lay, finanziavano generosamente le campagne elettorali dei presidenti americani (soprattutto la famiglia Bush), determinandone direttamente le politiche energetiche. Era diventata a tutti gli effetti un conglomerato, la settima corporation più grande della nazione e la prestigiosa rivista Fortune l’aveva incoronata “azienda più innovativa d’America” per ben sei anni consecutivi. Ancora sconvolti per l’attacco alle Torri gemelle di un mese prima, con i mercati in preda alla volatilità, gli investitori, spaventati e disorientati, cercavano disperatamente dei porti sicuri in cui rifugiarsi. Inseguivano aziende solide, realtà industriali tangibili e capaci di resistere indenni alle tempeste geopolitiche. E il colosso energetico di Houston in Texas sembrava una fortezza inscalfibile. Eppure…

 

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