Guardare oltre chi vince e chiedersi cosa cambi, se qualcosa cambia, per crescita, inflazione, utili e tassi di interesse, modificando le aspettative di mercato. L’analisi di Dws

 

elezioni Usa

1. Cosa si aspetta il mercato dalle elezioni di metà mandato del 2026?

Il punto di partenza non è semplicemente chi vince, ma ciò che i mercati già si attendono. Le previsioni attuali indicano come favorita la conquista della Camera da parte dei Democratici, anche se non si possono escludere sorprese. Anche prevedere correttamente il risultato politico non porta necessariamente alla giusta decisione di investimento. Ciò che conta è se l’esito sia migliore o peggiore di quanto gli investitori avessero anticipato e come i mercati lo interpretino.

 

L’elezione presidenziale del 2016 offre un utile promemoria. I mercati sono inizialmente scesi quando è diventata chiara la vittoria a sorpresa di Donald Trump, ma il calo si era più che azzerato entro la fine della seduta successiva, quando gli investitori hanno spostato l’attenzione sulla prospettiva di tagli alle imposte societarie. Indovinare la politica e indovinare il mercato possono essere due cose molto diverse.

 

2. Le maggiori sorprese potrebbero arrivare da fuori Washington?

Sì. Gli investitori si concentreranno naturalmente sul controllo di Camera e Senato, ma alcuni dei segnali più interessanti potrebbero arrivare da più in basso nella scheda elettorale. Gli americani eleggeranno anche governatori, legislatori statali e numerosi funzionari locali.

 

Ciò ha rilevanza economica. I titolari di cariche statali e locali possono influenzare l’offerta di elettricità, le linee di trasmissione, le decisioni urbanistiche e i permessi per i data center. Un risultato che muove appena un indice azionario ampio potrebbe quindi comunque avere un peso significativo per le singole società in attesa di approvazioni per i propri progetti.

 

3. Gli investitori possono fare affidamento sui consueti schemi delle elezioni di metà mandato?

La storia può essere una guida utile, ma non va trattata come una regola. Il partito del presidente ha di norma perso seggi alla Camera alle elezioni di metà mandato, e il 2026 appare al momento coerente con questo schema. Ma questa elezione è insolita, perché il presidente Trump sta svolgendo un secondo mandato non consecutivo. Si tratta di un caso raro nella storia degli Stati Uniti: l’unico altro esempio sarebbe Grover Cleveland. Probabilmente, il parallelo moderno più vicino è quello dei presidenti al secondo mandato consecutivo. All’interno di questo sottoinsieme più ristretto di elezioni di metà mandato si osserva un effetto molto più forte, noto come “six-year itch” (il “prurito del sesto anno”), per cui il partito del presidente perde quasi sempre consensi.

 

Anche i mercati hanno i loro schemi: le azioni statunitensi si sono spesso indebolite prima delle elezioni di metà mandato e si sono riprese dopo. Ma questi schemi ci dicono cosa è accaduto in passato, non cosa lo abbia causato. Gli investitori dovrebbero quindi considerare i precedenti storici come utili punti di riferimento, non come previsioni.

 

4. Un governo diviso sarebbe positivo per i mercati?

Non necessariamente. Il pensiero convenzionale di Wall Street tende a considerare positivamente il governo diviso, perché lo stallo politico può rendere più difficili grandi cambiamenti legislativi. Ma l’esperienza storica non offre una conclusione così semplice. Le ricerche evidenziano rendimenti azionari medi in eccesso più elevati sotto un governo unificato che sotto un governo diviso.

 

Cosa ancora più importante, meno leggi non significano necessariamente meno incertezza politica. Il Congresso dovrebbe comunque approvare le leggi di spesa annuali, lasciando spazio a scontri sul finanziamento del governo e, potenzialmente, a uno shutdown (blocco delle attività federali). Una Casa Bianca vincolata potrebbe inoltre fare maggiore affidamento su altri strumenti di policy. Per gli investitori, a nostro avviso la domanda rilevante non è quindi semplicemente se Washington finirà in stallo, ma cosa faranno i decisori politici in risposta.

 

5. Perché le elezioni di metà mandato potrebbero contare per l’AI e i data center?

Perché la politica dell’AI riguarda sempre più anche le infrastrutture fisiche. I data center hanno bisogno di elettricità, allacciamenti alla rete e infrastrutture locali, e i governi statali e locali possono influenzare le decisioni su pianificazione e autorizzazioni.

Se i risultati elettorali venissero interpretati come espressione di preoccupazioni locali sui data center, i legislatori locali potrebbero reagire esaminando più attentamente i permessi, chiedendo agli sviluppatori di contribuire maggiormente alle infrastrutture o cercando di proteggere le famiglie dall’aumento dei costi dell’energia. Ciò potrebbe trasformare la politica in una questione di utili per alcuni beneficiari dello sviluppo dell’AI.

 

Ma gli investitori devono guardare anche all’altro lato dell’equazione. Se l’AI iniziasse ad aumentare la produttività in modo più diffuso, il suo impatto economico potrebbe rivelarsi più importante per le valutazioni azionarie del dibattito politico sui data center.

 

6. Lo stallo politico significa maggiore disciplina fiscale?

Ancora una volta, non necessariamente. Una Washington divisa potrebbe rendere difficile l’approvazione di nuovi grandi programmi fiscali, ma gran parte della spesa federale esistente continuerebbe probabilmente. I costi per interessi continuerebbero ad accumularsi, mentre i compromessi sui finanziamenti annuali potrebbero preservare gli impegni esistenti o aggiungere spesa, senza risolvere il problema del debito nel lungo periodo.

 

Questa distinzione è particolarmente importante per i Treasury statunitensi. Gli investitori dovranno considerare cosa significhi l’elezione per i futuri disavanzi, per le emissioni di debito e per i rendimenti necessari ad attrarre acquirenti di titoli di stato. Lo stallo può rendere più difficile il cambiamento delle politiche. Non può, da solo, correggere l’aritmetica fiscale.

 

7. Come dovrebbero trattare gli investitori i primi risultati della notte elettorale?

Con cautela. Se il controllo del Senato dipende da una o due sfide molto serrate, l’esito apparente potrebbe cambiare man mano che vengono scrutinate più schede. Gli exit poll sono stime, mentre le gare in bilico possono comportare schede che arrivano in ritardo, riconteggi, contenziosi e procedure di certificazione diverse da stato a stato.

 

I mercati, tuttavia, non attendono necessariamente il risultato definitivo. Ricerche precedenti mostrano che azioni, tassi di interesse, petrolio e dollaro statunitense possono muoversi al variare della probabilità percepita di un esito politico. Questo rende particolarmente importante distinguere le nuove informazioni dal rumore della notte elettorale.

 

8. In che modo i risultati elettorali potrebbero influenzare l’outlook di investimento?

I risultati elettorali non arrivano con istruzioni di trading. La catena che conta è questa: cosa si aspettavano i mercati, cosa li ha sorpresi, come ciò modifica gli incentivi politici e le politiche, e cosa significa, alla fine, per utili, inflazione, tassi di interesse e premi per il rischio?

Per il 2026, ciò significa guardare oltre la semplice domanda su quale partito controlli il Congresso. Gli investitori dovranno considerare le conseguenze per i dazi, la politica fiscale, le infrastrutture per l’AI e i rendimenti obbligazionari, decidendo quali sviluppi della notte elettorale rappresentino segnali economici duraturi e quali siano principalmente rumore politico. Sebbene quest’ultimo possa certamente includere riconteggi e contestazioni legali nelle gare serrate, vale la pena ricordare che nelle elezioni di metà mandato, in generale, la posta in gioco è inferiore rispetto alle elezioni presidenziali. Il controllo del Senato potrebbe dipendere da un singolo seggio, ma anche questo avrebbe implicazioni di investimento limitate. Di conseguenza, ci aspettiamo che la politica torni all’ordinaria amministrazione, almeno per quanto riguarda i mercati. In altre parole, è probabile che gli investitori si concentrino sulle decisioni che i neoeletti promettono di prendere, piuttosto che su chi abbia effettivamente vinto.

 

9. Cosa dovrebbero trarre da queste elezioni gli investitori azionari?

Per gli investitori azionari, il punto chiave è distinguere tra effetti a livello di mercato e effetti specifici per singole società. La storia offre qualche incoraggiamento, ma anche un importante avvertimento. L’S&P 500 ha tipicamente registrato una certa debolezza nei mesi precedenti le elezioni di metà mandato, per poi riprendersi nell’anno successivo. Tuttavia, i rendimenti nei 12 mesi successivi alle singole elezioni di metà mandato hanno variato considerevolmente, il che suggerisce che la media non sia una guida particolarmente utile per capire cosa accadrà dopo. I rendimenti storici differiscono anche in base alla configurazione politica: il confronto più rilevante è quello con i presidenti repubblicani dal 1953. Per questi campioni, pur ridotti, i rendimenti annui medi dell’S&P 500 sono stati positivi in tutte le combinazioni di controllo del Congresso, ma molto più elevati quando i Repubblicani controllavano almeno una camera rispetto ai casi in cui un presidente repubblicano si trovava di fronte a un Congresso con i Democratici in maggioranza sia alla Camera sia al Senato.

 

Ciò rafforza un punto più ampio: il solo controllo di partito è un cattivo segnale di investimento. Un risultato elettorale può dominare i titoli dei giornali senza modificare in modo sostanziale le prospettive del mercato azionario più ampio, dove utili, produttività, politica monetaria e valutazioni possono restare più importanti. Ma gli effetti potrebbero essere maggiori per singole società e settori, se il risultato modificasse dazi, regolamentazione o il clima politico attorno alle infrastrutture per l’AI. La lezione non è giudicare il titolo politico in sé, ma chiedersi se esso modifichi realmente gli utili societari futuri o la valutazione che gli investitori sono disposti a pagare.

 

10. Cosa dovrebbero trarre da queste elezioni gli investitori obbligazionari?

Per gli investitori obbligazionari, il risultato elettorale è solo il punto di partenza. La questione più grande è se modifichi le aspettative su crescita, inflazione, indebitamento pubblico e, in ultima analisi, tassi di interesse. L’incertezza politica può inoltre influenzare il compenso aggiuntivo che gli investitori richiedono per detenere obbligazioni a più lunga scadenza. Ciò significa che le implicazioni potrebbero emergere gradualmente, anziché nella notte elettorale. Gli investitori dovrebbero quindi guardare oltre quale partito controlli il Congresso e concentrarsi sul fatto che il mix di politiche risultante modifichi il percorso atteso di inflazione, rendimenti dei Treasury e prezzo del debito pubblico a lungo termine.

 

I mercati del credito raccontano una storia simile. Considerando le sei elezioni di metà mandato dal 2002 per le quali sono disponibili i dati Bloomberg sugli spread high yield globali, gli esiti elettorali mostrano scarsi effetti autonomi costanti sugli spread. I movimenti successivi alle elezioni sembrano invece essere stati determinati più dal ciclo del credito in atto e da sviluppi macroeconomici più ampi, come il secondo round di quantitative easing (QE) del 2010, lo shock petrolifero del 2014 e il rialzo dei tassi della Federal Reserve nel 2018. Con un campione storico così limitato, l’outlook macroeconomico e i rischi specifici dei singoli settori possono contare di più, anche se, negli anni a venire, un campione più ampio potrebbe rivelare schemi interessanti.