Giambattista Chiarelli, Head of Institutional di Pictet Asset Management

Dalla sensibilità ESG alla consapevolezza sull’innovazione

Negli ultimi anni gli investitori istituzionali hanno imparato a guardare i portafogli attraverso la lente ESG. Il cambiamento non è stato soltanto terminologico: ha introdotto nuove domande di governance su rischi incorporati negli asset, esternalità finanziate e coerenza tra portafoglio e orizzonte fiduciario. Una dinamica analoga può oggi essere applicata all’innovazione.
La questione non è costruire un’altra etichetta tematica, né trasformare l’innovazione in uno slogan commerciale. Si tratta piuttosto di sviluppare una lente qualitativa e operativa per capire quanta innovazione un portafoglio finanzia, di quale tipo, in quale fase della curva e con quale grado di intenzionalità. Come per gli ESG, l’obiettivo non è sostituire l’analisi finanziaria, ma renderla più completa, soprattutto per investitori con passività lunghe e responsabilità intergenerazionali.
Questa analisi parte da un presupposto semplice: non tutta l’innovazione ha lo stesso profilo economico. Finanziare ricerca scientifica di frontiera, infrastrutture digitali, tecnologie sanitarie o reti energetiche significa assumere rischi diversi e contribuire a funzioni diverse della transizione ecologica. Il punto non è chiedersi se un portafoglio sia “innovativo”, ma dove si collochi lungo la mappa che va dall’invenzione alla diffusione sistemica.
Misurare la posizione sulla curva
Un approccio operativo dovrebbe distinguere quattro fasi. La prima è l’invenzione, dove il capitale finanzia ciò che è tecnicamente possibile ma non ancora industrialmente scalabile. La seconda è l’innovazione, dove le tecnologie escono dal laboratorio e iniziano a trasformarsi in prodotti, servizi e infrastrutture. La terza è l’adozione, dove si decidono standard, piattaforme, margini e vincitori. La quarta è la diffusione sistemica, dove la tecnologia diventa parte dell’infrastruttura economica e viene spesso percepita come “core”.
Applicare questa griglia ad un portafoglio istituzionale significa classificare le esposizioni non solo per settore o regione, ma per funzione economica. Un investimento in data center non equivale a un investimento in applicazioni AI verticali; una utility impegnata nelle reti elettriche non occupa la stessa posizione di una società esposta a nuove sostanze chimiche per batterie; un gruppo farmaceutico maturo non ha lo stesso profilo di una piattaforma di terapia genica.
Questa distinzione è importante perché il capitale tende a muoversi con ritardo o con eccesso. Nella fase di innovazione, può manifestare una propensione al rischio asimmetrica, assecondando trend e narrazioni in modo acritico; nella fase di diffusione può trattare asset maturi come se il loro regime fosse permanente. Una lente sull’innovazione serve ad evitare entrambe le distorsioni: la bolla da entusiasmo e la falsa sicurezza dell’asset ormai istituzionalizzato.
Dati, settori e concentrazioni da monitorare
Alcuni dati aiutano a capire perché una lente operativa sia urgente. La transizione energetica mostra già una forte riallocazione di capitale: secondo l’International Energy Agency, gli investimenti globali in energia avrebbero raggiunto un nuovo massimo di 3.300 miliardi di dollari nel 2025. La domanda rilevante non è soltanto quanta esposizione ci sia alla transizione, ma se tale esposizione finanzi capacità produttiva, infrastrutture di rete, tecnologie abilitanti, efficienza, storage o semplicemente asset regolati già maturi.
Anche l’intelligenza artificiale evidenzia la necessità di distinguere tra fasi diverse. La crescita degli investimenti in infrastrutture AI, data center, potenza di calcolo ed energia è diventata uno dei principali catalizzatori dei mercati privati e quotati. Le recenti iniziative di grandi operatori di private capital nel finanziamento di infrastrutture digitali mostrano che l‘AI non è più solo software o modelli, ma domanda fisica di capacità, elettricità, semiconduttori, fibra e raffreddamento. Per un portafoglio, questo significa che l’esposizione all’AI può essere infrastrutturale, applicativa, industriale o di frontiera, con profili di rischio profondamente diversi.
Una due diligence dell’innovazione
Una lente operativa potrebbe articolarsi in alcune domande ricorrenti per comitati investimento, risk manager ed asset allocator. Quale quota del portafoglio finanzia effettivamente innovazione, e quale quota è semplicemente esposta a società già dominanti in settori innovativi? In quali fasi della curva si concentra il capitale? Il portafoglio è esposto alla costruzione dell’infrastruttura o alla riprogettazione dei sistemi che quell’infrastruttura rende possibile? Quali rischi sono sottostimati perché l’asset è percepito come maturo o difensivo? Quali opportunità sono escluse perché valutate con metriche troppo brevi rispetto al ciclo reale dell’innovazione?
Questo approccio non richiede di abbandonare benchmark, limiti di rischio o criteri di liquidità. Ma, al contrario, li rende più informativi: ogni scelta diventa esplicita, dimensionata e coerente con volatilità, liquidità e orizzonte.
Dalla mappatura alla costruzione del portafoglio
Per diventare realmente utile, la lente sull’innovazione deve tradursi in processo. Il primo passo è mappare il portafoglio per fase, ruolo e tema: invenzione, innovazione, adozione, diffusione; costruttore di infrastrutture, abilitatore di transizione, utilizzatore, incumbent esposto a disruption. Il secondo è confrontare questa mappa con l’orizzonte dell’investitore. Il terzo è definire se l’allocazione osservata è coerente con il mandato o se riflette soltanto la composizione dei benchmark.
Il risultato non deve essere necessariamente un portafoglio più aggressivo. Può essere semplicemente un portafoglio più consapevole. L’innovazione non è una nuova asset class da aggiungere in modo tattico, ma una dimensione trasversale che attraversa azionario quotato, private equity, infrastrutture, credito, real asset e strategie tematiche.
Per gli investitori istituzionali, adottare questa lente significa dotarsi di un linguaggio più preciso per valutare il futuro che si sta finanziando. Non basta chiedere quanto rendimento atteso offra un portafoglio. Occorre chiedere quanta capacità di adattamento incorpora, quali sistemi contribuisce a costruire e dove si colloca rispetto alle grandi curve tecnologiche. In questo senso, l’innovazione può diventare per il prossimo ciclo ciò che gli ESG sono stati per quello precedente: una chiave per leggere qualità, resilienza e sostenibilità economica del capitale allocato.

