Non sembrano esserci ormai molti dubbi sul fatto che l’Esg conviene. I fondi che hanno compiuto una scelta a favore della sostenibilità stanno ormai da diversi anni sovraperformando gli altri.

E lo hanno fatto in maniera estremamente marcata nel corso del 2020, in piena crisi pandemica. Forse uno dei rari casi nella storia in cui l’elemento etico si abbina alla convenienza finanziaria.

In questa tavola rotonda organizzata da Fondi&Sicav si sono trovati a confronto Simone Chelini, head of Esg & strategic activism di Fideuram Asset Management SGR,  Fabio Caiani, managing director head of South East Europe di Nordea Asset Management, e Santo Borsellino, head of corporate governance implementation di Generali Asset & Wealth management e presidente di Generali Insurance Am.

Come può aiutare un adeguato framework Esg ad affrontare un 2021 che si preannuncia rischioso, specialmente se il ritorno alla normalità economica dovesse ritardare? 


Chelini (Fideuram Am Sgr):
«Diversi studi accademici e l’evidenza empirica hanno dimostrato che la combinazione di analisi finanziaria ed Esg è correlata a un abbattimento della volatilità dei portafogli. Certamente stabilire un rapporto di causalità è più complesso, in quanto le aziende leader nella transizione verso un’economia sostenibile sono in generale anche i leader tecnologici e di mercato nel loro settore. È però innegabile che l’adozione di criteri  Esg aiuti nella gestione del rischio: al riguardo vi è un interessante studio di Bank of America Merrill Lynch incentrato sull’andamento delle aziende dell’S&P500 fra il 2005 e il 2015. Questa ricerca mostra che, se si fosse adottato un robusto framework di questo tipo, si sarebbe evitato di investire nel 90% delle società finite poi in bancarotta. Se ci limitiamo al quinquennio terminato nel 2020 e confrontiamo gli indici Msci Sri per le quattro principali aree del mondo (Usa, Europa, Giappone ed emergenti) vediamo che essi hanno ottenuto sovraperformance che vanno dal 5% al 22%. Quest’ultimo è il dato degli Stati Uniti, mentre in Europa ci si è fermati al 17%. Per quanto riguarda il futuro, vorrei comunque fare presente un elemento: più o meno il 50% del Pil mondiale viene realizzato con input che  derivano da risorse naturali, che negli ultimi 90 anni si sono dimezzate. Dall’altra parte, in queste settimane si parla di un possibile ritorno dell’inflazione a causa del rapido rialzo dei corsi delle materie prime. Questo fenomeno ha a sua volta spinto a una notevole crescita dei rendimenti sul reddito fisso a partire da quello statunitense. Non è una novità che sia stato fondamentale per la fortissima ripresa degli asset finanziari avere mantenuto negli ultimi anni tassi di interesse prossimi allo zero se non negativi. La possibilità di avere dunque un rapido rialzo dei tassi rappresenta un rischio che potrebbe causare forti aumenti di volatilità sui mercati. In un quadro del genere, posizionarsi, attraverso una selezione basata sull’Esg, sui nomi che stanno accompagnando la transizione verso un modello a minore consumo di risorse naturali molto probabilmente limiterebbe i danni di fronte a uno scenario come quello appena descritto».  

Caiani (Nordea Am): «Innanzitutto noi di Nordea prevediamo un ritorno alla normalità, sia sanitaria, sia economica, piuttosto lento, stima che purtroppo appare suffragata dalle drammatiche news di questi giorni. In una situazione economica difficile, riteniamo che adottare un framework di tipo Esg, integrandolo con l’analisi fondamentale dei titoli da inserire in portafoglio, costituisca un eccellente modo per generare sovraperformance. Innanzitutto, in questa maniera si selezionano aziende che operano in comparti ad alta crescita. Il fenomeno dovrebbe subire persino un’accelerazione nei prossimi anni con l’attuazione del piano Next generation Eu, che probabilmente darà una grossa spinta al recupero dell’economia reale dopo il calo terribile del 2020, puntando su tutti e tre i fattori della sostenibilità: cura dell’ambiente, responsabilità sociale e governance aziendale. Inoltre, escludendo quelle società che presentano profili più problematici sul piano della responsabilità, si evita in gran parte di incorrere in situazioni di crisi e di forte rischio a livello di reputazione e di problemi giudiziari. Questa tesi è suffragata dal fatto che l’anno scorso i dati mostrano che il 90% circa dei fondi che dichiarano di perseguire obiettivi di sostenibilità ha battuto il proprio benchmark di riferimento». 

Borsellino (Generali A&WM): «Sicuramente, se ci limitiamo a osservare l’andamento dei mercati finanziari, si rischia di ricavare una visione distorta della realtà. Infatti, dopo un 2020 di fortissima ascesa dai valori minimi seguiti allo scoppio pandemia, già le prime settimane del 2021 stanno mostrando un andamento interessante, sull’onda della previsione di una normalizzazione economica e sanitaria sostenuta dai vaccini e da politiche monetarie e fiscali estremamente espansive, che hanno creato un ambiente caratterizzato da tassi di interesse tuttora molto bassi, nonostante il recente rialzo. In realtà, probabilmente, la pandemia porterà a conseguenze economiche di lunga durata: non sarà infatti facile, ad  esempio, per l’Italia recuperare un calo del Pil nel 2020 dell’8,8%. Di recente, sul punto, Banca d’Italia ha suonato l’allarme per il grande numero di imprese che potrebbero fallire. Perciò, non sorprende che all’interno dell’acronimo Esg nell’ultimo anno abbia acquisito una fortissima centralità il fattore S. Infatti, in un quadro come quello che si va prospettando, la questione della sostenibilità sociale del modello economico attuale si presenta in tutta la sua urgenza. Per quanto ci riguarda, noi siamo convinti che gli asset manager possano giocare un ruolo molto importante, per arrivare a definire una grammatica comune con cui perseguire in maniera più efficiente obiettivi ormai non più eludibili, aiutando così i vari stakeholder coinvolti, dalle imprese ai legislatori. Sicuramente questo ruolo può essere rafforzato dal fatto che oggi più che mai vi sia una spinta politica pressoché unanime a livello planetario in questa direzione. Di conseguenza, non stupisce che un asset manager che incorpori nella propria analisi fondamentale un adeguato framework Esg riesca a ottenere performance migliori puntando su aziende che trarranno beneficio dalla forte spinta politica verso la sostenibilità. Dall’altra parte, come è stato sottolineato, sicuramente integrare l’analisi Esg all’interno del proprio processo di costruzione del portafoglio permette di migliorare notevolmente la gestione del rischio. Individuare e indirizzare i rischi aziendali che possono derivare dall’ignorare i problemi di sostenibilità rappresenta senz’altro un fattore fondamentale per navigare meglio nei periodi di crisi. È interessante notare, infatti, che, se guardiamo al quinquennio 2016-2020, fra il 2016 e il 2019 i fondi Esg hanno presentato nel complesso una lieve sovraperformance, che è diventata molto ampia nel 2020». 

La crescita del settore Esg significa avere più dati da analizzare. Vede il rischio di un’eccessiva specializzazione che distolga dall’obiettivo finale dell’investimento? 

Chelini (Fideuram Am Sgr): «Sicuramente si tratta di una questione importante, in particolar modo con l’entrata in vigore dal 10 marzo del level 1 della direttiva Sfdr, che obbligherà a una trasparenza enormemente maggiore quei fondi che vogliono fregiarsi delle varie etichette di sostenibilità previste. Si tratta di una transizione epocale, paragonabile solo alla prima Mifid. Si vedrà, infatti, quanti prodotti che oggi si autodefiniscono Esg sono per davvero sostenibili. Alla luce anche di un quadro di regolamenti molto più stringente, secondo noi il problema non è costituito dalla quantità di dati e dal costo della loro gestione, quanto dalla qualità. Con ciò intendiamo indicare diverse questioni: infatti, invece che avere a che fare con la proliferazione di numeri attuale, sarebbe meglio averne di meno, ma caratterizzati da una maggiore rilevanza finanziaria. Infatti, come abbiamo visto, oggi è necessario integrare l’analisi Esg con quella squisitamente finanziaria e costituirebbe un notevole progresso avere a disposizione dati sulla sostenibilità più facilmente integrabili e più facilmente utilizzabili all’interno di un framework fondamentale. Inoltre, sicuramente si possono fare notevoli passi in avanti sulla qualità e l’affidabilità di molte informazioni vendute da provider, per non parlare del fatto che sarebbe necessario rendere questi dati più facilmente comparabili fra loro». 

Borsellino (Generali A&WM): «Personalmente non vedo un rischio estremamente consistente in questo ambito. È vero che inserire in maniera strutturale e organica analisi di tipo Esg nel processo di costruzione del portafoglio presenta costi non indifferenti in termini, sia meramente finanziari, sia di maggiore complessità. Dall’altra parte, però, l’investimento in capitale umano e tecnologia per potere gestire questo tipo di dati è ormai qualcosa di imprescindibile per un gruppo di asset management che desideri essere competitivo in futuro. Basti pensare a quanto fatto da noi in Generali Investments: quando sono entrato a fare parte del gruppo nel 2008, vi erano tre persone dedicate all’analisi di sostenibilità su circa 100 milioni di euro di asset. Oggi questo team vanta 12 persone ed è impegnato a realizzare uno screening negativo su più di 340 miliardi di attivi del gruppo, oltre che positivo su circa 35. Certamente, però, vi è un problema di trasparenza e comparabilità dei dati, così come sono d’accordo sul fatto che sarebbe meglio avere meno informazioni, ma di maggiore sostanza. Si tratta tra l’altro di un problema riconosciuto dall’Unione Europea che sta muovendo i primi passi per raccogliere in una piattaforma unica e accessibile tutti i dati che riguardano le caratteristiche Esg, le informazioni finanziarie e quelle di prodotto delle aziende continentali. L’aumento della trasparenza in questo senso dovrebbe aiutare una valutazione olistica dell’investimento che si va a fare». 

Caiani (Nordea Am): «Quanto detto dai colleghi mi trova assolutamente d’accordo: peraltro l’esperienza descritta da Borsellino è paragonabile a ciò che abbiamo sperimentato anche noi in Nordea, con una crescita interna delle nostre risorse che ci ha portato l’anno passato a intraprendere oltre 900 attività di engagement, con metodologie e specializzazioni che abbracciano diversi ambiti. Però, il fatto di non perdere di vista l’obiettivo finale, a causa di una mole sempre più intensa di attività di analisi, per noi è una questione fondamentale. Il nostro motto, infatti, è rendimenti con responsabilità, il che significa che al centro c’è sempre l’obiettivo di aumentare il capitale dei nostri clienti. Sicuramente, un problema di qualità dei dati c’è, dal momento che, tra l’altro, per molte aziende dichiararsi sostenibili è diventato quasi una moda e uno strumento di marketing. Bisognerebbe senza dubbio andare a verificare la veridicità di certe dichiarazioni, specialmente per quanto riguarda le società medie e piccole: è improbabile che un analista riesca ad andare a trovare di persona tutte le società su cui ha emesso un giudizio. Va detto, tra l’altro, che in gran parte negli ultimi anni il mondo aziendale si è mosso molto, soprattutto a livello di iniziative per l’ambiente, il che è sicuramente meritorio. Però, se non verranno supportate da un adeguato sviluppo anche per la parte che riguarda le politiche sociali e di governance, si rischia che i progressi si traducano solo in una moda passeggera. Vi è dunque un grande lavoro da fare, anche perché la direttiva Ue rappresenta un autentico tsunami».

Vi è rischio che di fronte a una prolungata crisi economica e con un sostegno fiscale non più sufficiente che le aziende in parte rinuncino a politiche di responsabilità sociale?

Chelini (Fideuram Am Sgr): «Per quanto mi riguarda, per rispondere a questa domanda bisogna partire dalla centralità dei millennial, che presentano un grado di sensibilità rispetto a questi temi infinitamente superiore alle generazioni precedenti. Si tratta di un gruppo demografico destinato ad assumere un’importanza economica sempre maggiore. Basti pensare a ciò che dichiarò nel 2019, prima di diventare presidente della Bce, Christine Lagarde, che sottolineò che nei 15 anni successivi i millennial avrebbero ereditato qualcosa come 24 trilioni di dollari. Di fronte a questi numeri, si capisce che la domanda di trasformazione dell’economia nella direzione della sostenibilità riceverà una fortissima spinta dal basso. Pertanto, è difficile considerare gli investimenti in direzione Esg da parte delle aziende come un costo, dal momento che in questo ambito si stanno aprendo opportunità di investimento enormi. Pensiamo, ad esempio, all’industria agro-alimentare: allo stato attuale circa un terzo del cibo che viene prodotto viene buttato. Si tratta di un modello assolutamente insostenibile, che è destinato a cambiare molto nei prossimi anni. Infine non va scordato che, se è vero che gli obiettivi ambientali possono magari essere di più lungo periodo e quindi rivestire un carattere di minore urgenza nel mezzo di una crisi economica, così non è per le problematiche sociali. Sarebbe davvero miope per le aziende andare a tagliare in questo ambito in un momento di enorme difficoltà come quello attuale, con il rischio di creare instabilità sociale che è uno dei pericoli più seri per il sistema economico». 

Caiani (Nordea Am): «Il timore è legittimo, perché tipicamente nelle fasi di crisi economica, come quella che stiamo affrontando, le aziende tendono a tagliare i costi per preservare margini e risultati, in quanto, per vedere una ripresa dei fatturati, ci vuole sicuramente tempo. È però tutt’altro che scontato che gli investimenti in sostenibilità possano essere definiti come costi. Infatti, per capire ciò di cui stiamo parlando, non va dimenticato un elemento: la domanda di Esg non è stata creata da governi e legislatori, che in verità si sono limitati a cavalcarla, ma è stata generata dal basso, in particolare con una forte spinta da parte della generazione dei millennial e di quella successiva. A riprova di ciò, posso senz’altro citare il caso del gruppo per cui lavoro: per molto tempo i fondi Esg di Nordea hanno avuto una raccolta modesta per poi esplodere negli ultimi anni. Di fronte a una realtà del genere, è possibile che magari alcune aziende rinuncino a qualcosa, perché abbandonare il proprio percorso verso la sostenibilità significherebbe alienarsi una parte consistente dei consumatori e probabilmente anche andare incontro a una perdita di talenti fra i propri dipendenti».

Le nuove regole avranno un impatto anche sul costo dei fondi, visto che le policy di remunerazione dovranno essere in linea con i rischi di sostenibilità? Ritenete possibile che si possa assistere a un’ulteriore dispersione dei rendimenti fra le aziende? 

Borsellino (Generali A&WM): «È vero che da parte delle autorità viene richiesto che, con le nuove regole, i manager siano giudicati anche in base al loro score Esg per quanto riguarda la loro remunerazione. Peraltro si tratta di qualcosa che noi in Generali Investments, attraverso lo scorecard dei nostri manager, facciamo già da molto prima che intervenisse il legislatore. Nel nostro caso, oltre che a investimenti in tecnologie, dati e capitale umano interno, ci siamo affidati anche a consulenti esterni per aiutarci nella transizione verso un modello incentrato sull’Esg. Tutto ciò sicuramente non è stato gratis e ha inciso in maniera rilevante sui costi aziendali. Nonostante ciò, però, manteniamo un rapporto cost/income fra i migliori dell’industria. La chiave risiede nel fatto che questa categoria di investimenti rappresenta una centralità strategica per un gruppo di gestione che intenda essere competitivo in futuro. Comunque, è interessante notare che, tendenzialmente, i fondi con un’etichetta Esg sono di solito lievemente meno costosi della media. Il fenomeno può essere spiegato in verità anche in termini di politiche commerciali aggressive, tra l’altro coerenti con il fatto che questi prodotti tendono a non avere un track record molto esteso nel tempo.  Al tempo stesso, non va dimenticato che il declino di margini e utili dell’industria dell’asset management è una realtà: a questo proposito vale la pena ricordare che di recente diversi gruppi che operano nel campo degli Etf sono entrati sul mercato dei prodotti Esg. Noi, per potere competere in un paradigma di questo genere, abbiamo deciso di puntare su una gestione attiva di eccellenza dei prodotti». 

Leggi le altre tavole rotonde tema Focus Sostenibilità: