Stefano Iotti, business development director Aberdeen Standard Investments, partecipa al Focus Cina.
Pensate che la Cina si stia muovendo coerentemente verso uno sviluppo più sostenibile?
«Riteniamo che ci siano sforzi importanti in questa direzione. Proviamo ad analizzare l’acronimo Esg nelle sue componenti e come il “dragone rosso” si sta muovendo.
Per quanto riguarda la “E”, nel corso dell’Assemblea generale dell’Onu a settembre 2020, il presidente Xi Jinping ha dichiarato che il Paese perseguirà l’obiettivo zero emissioni entro il 2060, un target molto chiaro e significativo, visto che la Cina è responsabile del 30% circa delle emissioni globali. Secondo l’Aberdeen Standard Institute, questa transizione comporterà investimenti per circa 20 trilioni di dollari nei prossimi quarant’anni, una cifra decisamente consistente, che vede la nazione pronta a raccogliere pragmaticamente questa sfida. Inoltre, non va dimenticato che, in termini di quote di mercato, a livello globale la Cina già produce il 30% dell’eolico, il 70% delle batterie e il 90% del solare.
Ciò deve fare riflettere sul vuoto che gli Stati Uniti hanno lasciato nel campo delle rinnovabili, con la decisione di uscire dagli accordi di Parigi, immediatamente occupato dalle aziende cinesi che sono pronte a ricoprire ruoli da protagoniste grazie alle loro economie di scala, difficili da raggiungere per altre imprese. In merito alla “governance”, per quanto il tema sia delicato, possiamo affermare che la consapevolezza è aumentata negli ultimi 10 anni, nonostante ci sia ancora molta strada da percorrere.
Crediamo, però, che si debbano fare alcuni distinguo importanti e che, in tal senso, l’approccio attivo all’investimento aiuti a trovare quelle realtà che hanno fatto registrare i progressi più significativi in materia e mostrano maggiore sensibilità e rispetto verso le tematiche e i valori Esg.
Nel nostro portafoglio abbiamo 35 aziende che rispecchiano questi criteri, frutto di un’attenta scelta all’interno delle oltre 3 mila quotate sul mercato domestico. Per quanto riguarda invece la “S”, che è sicuramente l’aspetto più controverso, soprattutto quando si parla di sfruttamento del lavoro, minorile e non, vanno fatte due considerazioni. La prima è che la Cina non è più la manifattura del mondo come lo era un tempo: oggi i servizi pesano per due terzi del Pil, mentre nel 2000 erano solo un terzo. La seconda è che, proprio per il cambiamento di composizione della crescita, la richiesta di mano d’opera è cambiata ed è aumentata la domanda, guidata dallo sviluppo tecnologico, per quella con più elevata qualificazione e specializzazione.
E poi, non va dimenticato quanto condizioni la collaborazione che alcune aziende cinesi hanno con controparti estere: ciò le porta ad avere grande attenzione su come sono strutturati non solo i processi di produzione, ma anche quelli di approvvigionamento della materia prima e di distribuzione dei prodotti. Basti pensare, per citare un esempio, a una società come Shenzhou International Group Holdings Limited, produttore di maglieria integrato verticalmente, che vanta clienti quali Nike, Adidas e Uniqlo: al suo interno ha veri e propri presidi di queste aziende straniere per controllare la qualità e tutta la supply chain, affinché non avvengano incidenti che possano provocare ai brand un danno reputazionale. Concludendo, non pensiamo che in Cina sia tutto sostenibile, ma ci sono imprese che in materia di sostenibilità sono pioniere e stanno dettando il passo a tutta l’industria di riferimento.
I nostri gestori ci dicono che la percezione in occidente delle società cinesi è molto diversa dalla realtà mentre loro, che lavorano in loco, colgono che l’attenzione nei confronti dei criteri Esg sta decisamente aumentando. Proprio per questo motivo, ancora una volta ribadiamo l’importanza di una gestione attiva che, proprio per i motivi sopra addotti, va a braccetto con l’investimento sostenibile».
Lo scontro con gli Stati Uniti non sembra scemare nei toni. Vedete cambiamenti all’orizzonte?
«Pensiamo che ci siano alcuni cambiamenti, ma sono più di forma che di sostanza. Prima lo scontro avveniva a colpi di Twitter, adesso attraverso canali diplomatici, decisamente in modo più ortodosso. Il primo incontro di peso internazionale gli Usa lo hanno avuto con la Cina e ciò è senz’altro un indicatore di attenzione nei confronti del Paese, anche se poi non ha prodotto alcuna distensione dei rapporti. Una riprova è la decisione recente di Katherine Tai, rappresentante per il commercio degli Stati Uniti, di non tagliare i dazi alla Cina.
Per i cinesi, in buona sostanza, è come se alla Casa Bianca fosse seduto ancora Trump, con la differenza che adesso c’è un protocollo da seguire: forse ciò significa che, indipendentemente dall’appartenenza politica, qualsiasi presidente americano antepone l’interesse del proprio paese a tutto il resto.
Lo stesso discorso di Biden, tenuto in Pennsylvania alla presentazione del piano infrastrutture, mostra che Washington è determinata a riaffermare il proprio ruolo di super-potenza: il presidente ha spesso nominato la Cina, quasi volesse dimostrare che l’America non arretrerà di fronte all’avanzata cinese, tutt’altro.
Va comunque detto che l’unilateralismo di Trump ha lasciato diverse crepe, a livello di politica internazionale, all’interno delle quali la Cina si è infilata come un fiume carsico, guadagnando posizioni di mercato e consenso: il multilateralismo di Biden rappresenta una discontinuità e sarà interessante vedere le evoluzioni future nello scenario internazionale.
Ma la crescente influenza e il potere di Pechino sono indubbiamente preoccupazioni bipartisan, che toccano sia i democratici, sia i repubblicani, anche se le modalità d’approccio differiscono.
Il “confronto geopolitico del XXI secolo” tra Usa e Cina, quindi, continua, su temi che vanno dalla tecnologia ai diritti umani, lasciando come potenziale spazio di avvicinamento quello sui problemi di carattere ambientale, dove potrebbero emergere sinergie. Su questo aspetto le sensibilità dell’attuale amministrazione sono senz’altro diverse rispetto a quella precedente».
Il valore del mercato obbligazionario cinese ha raggiunto 16 mila miliardi di dollari. Considerate le valutazioni attraenti?
«È un tema estremamente interessante, soprattutto per la decorrelazione che questi bond hanno mostrato quando i rendimenti americani hanno cominciato a salire, dando così prova di essere una fonte di diversificazione all’interno dei portafogli.
I rendimenti dei governativi cinesi sono in territorio positivo e a livelli più elevati di quelli degli omologhi occidentali. Il fenomeno è da ascrivere in particolare alle diverse politiche monetarie implementate delle banche centrali, con la People Bank of China ferma ancora all’adozione di misure ortodosse. In aggiunta, siamo di fronte a un rating del paese elevato (AA) e a una divisa, il renminbi, che è forse la più stabile tra le valute emergenti. Riteniamo che il Regional comprehensive economic partnership (Rcep), l’accordo economico-commerciale tra i 10 paesi dell’Asean più Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, insieme alla “Via della Seta”, aumenterà la circolazione e la stabilità del renminbi.
Infine, non va neppure sottovalutata l’entrata della Cina in indici obbligazionari di riferimento, come, ad esempio, quella prevista per fine anno nel Ftse world government bond index, che vedrà ulteriore liquidità confluire in questa asset class nei confronti della quale l’interesse degli investitori stranieri è in netta ascesa».
Che cosa ci si può attendere dall’equity cinese per il 2021 e quali sono le prospettive e i temi più importanti nel medio termine?
«C’è stato uno storno importante, frutto della rotazione avvenuta sul mercato, con un recupero dei settori più ciclici, quale l’energetico e il finanziario, a discapito di quelli che avevano trainato la borsa al rialzo: le valutazioni attuali, in termini di P/E, vedono il mercato trattare a 15,5x gli utili, rispetto a 18x di febbraio. Poiché prevediamo una crescita a doppia cifra dei profitti per il 2021, riteniamo che i livelli attuali siano ragionevoli, nella media e a sconto, ad esempio, rispetto a quelli americani. In tale contesto, preferiamo cogliere l’occasione offerta dalla debolezza dei corsi e aumentare l’esposizione su settori quali i consumi, la salute e la tecnologia.
Indirizziamo le nostre scelte sui titoli A (quotati sul mercato domestico in valuta locale), sempre alla ricerca di eccellenze: aziende che siano innovative e con un modello di business improntato alla sostenibilità. Ci piace la tecnologia, perché crediamo che sia un motore di crescita, ma non ci concentriamo sui grandi nomi che potrebbero essere impattati da un intervento del regolatore, così come guardiamo a quelle aziende che beneficiano, sia nell’ambito dei consumi, sia della salute, della domanda proveniente dalla crescente classe media, espressione di nuove esigenze e bisogni».

