a cura di Pinuccia Parini
La sostenibilità, a volte, sembra che sia stata un’onda che ha investito i mercati e si è poi ritratta. Le modalità con cui se ne discute sono meno pressanti rispetto al passato e non è più il tema che guida i mercati. Forse perché è considerata un argomento che, come tanti altri, ha attratto l’attenzione per poi lasciare il posto a qualcosa di nuovo. La convinzione di Roseanna Ivory, portfolio manager del fondo abrdn European Sustainable Equity, è che sia invece qualcosa di più profondo, un filo rosso intrinseco alle decisioni d’investimento.
Il mercato non è più innamorato della sostenibilità?
«Ci sono strategie che, in determinati momenti, attirano molto interesse che però va a scemare per poi tornare. Per noi la sostenibilità è un trend di lungo periodo molto importante che riteniamo ricomparirà sotto la lente degli investitori, poiché questioni come il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità sono cruciali, e perché assistiamo a una crescente regolamentazione in questo ambito, come, ad esempio, il Regolamento dell’Unione Europea sulla deforestazione. Stiamo assistendo a una chiara inclinazione dei consumatori verso prodotti e servizi sostenibili dei quali le aziende non possono non tenere conto se non vogliono perdere il loro vantaggio competitivo. Esiste, inoltre, un significativo rischio reputazionale per le imprese che vengono meno agli impegni assunti in materia di sostenibilità e potenziali sanzioni finanziarie se non si adeguano alle crescenti normative. È per queste ragioni che l’attività di engagement verso le società in cui investiamo è fondamentale per incoraggiarle a definire obiettivi di sostenibilità e a indicare tappe misurabili per questo percorso. Il nostro ruolo di asset manager consiste nel sollecitare cambiamenti e interventi che riteniamo opportuni per le imprese in cui siamo coinvolti. La nostra attività, in questo senso, non è sempre facile, perché dipende dall’atteggiamento delle aziende e dalle loro dimensioni: i grandi gruppi hanno le risorse e le strutture adeguate a fornire le informazioni richieste, ma per le realtà di dimensioni più contenute può essere più complesso».
In questo caso, come vi comportate?
«Bisogna essere pragmatici e realizzare in quale contesto si opera, anche perché le informazioni che le aziende devono divulgare non sono sempre facili da misurare o confrontare tra loro. Per fare chiarezza e comprendere lo stato delle cose abbiamo al nostro interno un team dedicato di esperti Esg che supporta il portfolio manager nell’analisi delle singole realtà e nella formulazione di domande appropriate al management delle società su aspetti legati alla sostenibilità».
Come si spiega allora la diminuzione dell’interesse nei confronti dell’Esg?
«I mercati possono essere guidati, in determinate fasi, da fattori diversi. Nel 2020 si è assistito a un fenomeno che potremmo definire una “bolla” di diversi titoli legati alla sostenibilità, un numero limitato di aziende che sono diventate il focus di molti fondi, come se fossero parte di una strategia tematica. Quando le performance hanno deluso, si è vista una pressione a vendere gli stessi nomi. Ma investire in modo sostenibile non significa seguire un tema, bensì adottare una filosofia d’investimento seguendo un approccio bottom-up».
Ribadisce quindi l’importanza della sostenibilità?
«È un trend che, se fosse ignorato o affrontato in maniera non professionale, pretendendo di fare ciò che nella realtà non avviene, potrebbe avere ricadute negative. Negli Usa, forse, il punto di vista è diverso, ma in Europa la maggiore parte degli investitori retail attribuisce grande importanza alla sostenibilità. Ci possono essere periodi in cui l’interesse nel mercato diminuisce, ma ci sono oramai dati tangibili che dimostrano che si possono ottenere rendimenti attrattivi investendo in business sostenibili».
Tuttavia, ma forse è solo una sensazione, sembra che gli ostacoli stiano aumentando: net zero sta diventando un target sempre più ambizioso e i costi per raggiungerlo un onere più difficile da sostenere. La sostenibilità rischia di finire in una fase di stallo?
«Credo che se ne debba guardare l’evoluzione come un percorso a tappe e ciò vale soprattutto per le società, delle quali bisogna seguire gli obiettivi intermedi. Il punto di arrivo della neutralità carbonica per le economie avanzate è il 2050, un arco di tempo molto ampio e complicato da articolare all’interno di piani aziendali di lungo termine, date le molteplici incognite ancora presenti in questo ambito e l’avvicendarsi di manager diversi in un intervallo di tempo tanto prolungato. Da qui l’importanza di target intermedi, grazie ai quali misurare quanto è stato conseguito, e del ruolo dei governi, che dovrebbero fornire incentivi alle società impegnate nella ricerca e nello sviluppo di tecnologie volte a raggiungere il target net zero».
Pensa che il regolatore avrebbe potuto fare meglio o di più in questo ambito?
«Il regolatore è sempre in ritardo, è nell’evoluzione delle cose ed è per questa ragione che tocca ad asset manager come abrdn, in qualità di amministratori di capitale sostenibile, parlare alle aziende e cercare di fare progressi. Fatta questa considerazione, penso che le normative possano aiutare a creare cicli virtuosi e indicare una direzione da seguire. I legislatori, invece, hanno un mandato quinquennale e sono concentrati su un intervallo di tempo limitato che non necessariamente basta a conseguire obiettivi di più lungo periodo. Dall’altro lato, però, non dimentichiamo che c’è una pletora di organizzazioni/associazioni private attive nell’ambito degli investimenti sostenibili, ciascuna con i propri scopi, con un forte rischio di essere autoreferenziali. Anche il dibattito su come raggiungere la neutralità carbonica o come definire gli specifici obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 (Sbti target) è particolarmente vivace e non ci sono risposte univoche. A ciò si aggiungono agenzie di rating, che spesso classificano le aziende in base all’informativa piuttosto che alle pratiche sostenibili e possono condizionare il mercato, visto il ruolo che ricoprono. Inoltre, le società di grandi dimensioni sono generalmente più efficaci nella rendicontazione rispetto alle Pmi per il semplice fatto di essere più strutturate al loro interno. Insomma, il quadro generale è piuttosto eterogeneo, con diverse dinamiche in atto, da tutti i punti di vista».
Ha riscontrato progressi significativi nelle aziende europee in cui investe?
«In generale, abbiamo registrato progressi significativi nella maggior parte delle aziende in cui investiamo. Un numero crescente di imprese ha ottenuto la validazione esterna dei propri obiettivi da parte dell’Sbti, il che contribuisce ad aumentarne la credibilità. Ad esempio, abbiamo avviato un dialogo con il fornitore svizzero di prodotti chimici Sika, invitandolo a stimare e divulgare pubblicamente l’eventuale esposizione a sostanze alchiliche perfluorurate e polifluorurate (Pfa) e alle sostanze chimiche ad alto rischio presenti nei suoi prodotti. L’azienda ha recentemente comunicato che i Pfa sono presenti solo in prodotti che rappresentano meno dello 0,5% delle vendite e si è impegnata a collaborare con i fornitori per eliminarli laddove possibile. Per tutte le società in portafoglio, in caso di potenziali aree di criticità, definiamo una roadmap di engagement sotto la guida di uno dei nostri esperti Esg interni».
Quali sono le maggiori tendenze che vanno in direzione di una crescita più sostenibile?
«L’energia rinnovabile è un settore rilevante. Incoraggiamo le aziende a fissare obiettivi di energia rinnovabile e tra le imprese in cui investiamo figura anche Orsted, leader mondiale nell’eolico offshore. Questo settore ha attraversato una fase di decantazione difficile, a causa di una combinazione di prezzi più elevati e tassi d’interesse più alti, che hanno aumentato il costo della crescita e dei finanziamenti. Tuttavia, con la riduzione dei tassi d’interesse e la moderazione dell’inflazione, continuiamo a ritenere che si tratti di un’area di crescita sostenibile interessante».

