a cura di Pinuccia Parini
Il tema è sulla bocca di tutti e trova la massima priorità nelle agende delle grandi istituzioni internazionali, nei programmi dei governi, nei modelli di business delle imprese e nella quotidianità della vita dei singoli individui. Si tratta del cambiamento climatico, probabilmente la sfida più importante che l’umanità deve affrontare. In quanto tale, anche il mondo dell’asset management non può ignorare le ricadute che il fenomeno ha in termini di scelte di investimento. Fondi & Sicav ha affrontato il tema con Craig MacKenzie, head of strategic asset allocation di abrdn.
Come integrate l’attenzione agli impatti derivanti dal cambiamento climatico con la vostra strategia di investimento?
«Nella costruzione di portafogli di lungo periodo utilizziamo un processo molto strutturato che definiamo asset allocation strategica (Strategic asset allocation-Saa), all’interno della quale valutiamo le diverse asset class e definiamo le nostre aspettative di ritorno dell’investimento per ciascuna di esse nell’arco dei 10 anni successivi. In questo modo decidiamo l’esposizione a ciascuna di esse, tenendo conto degli effetti del cambiamento climatico sulla performance di portafoglio. Come abrdn forniamo consulenza a una serie di grandi investitori istituzionali sulla loro Saa. Adottiamo lo stesso approccio per circa 50 fondi multi asset che gestiamo internamente e negli ultimi due anni abbiamo iniziato a introdurre l’analisi del clima all’interno della nostra asset allocation strategica. Nello svolgere questa attività, ci sono due aspetti sui quali ci siamo maggiormente concentrati. Il primo è soddisfare gli obiettivi legati al clima che i clienti hanno deciso di adottare. Tra questi, per citare un esempio, il più importante è Phoenix, una grande assicurazione basata nel Regno Unito con asset under management di circa 240 miliardi di sterline, dei quali abrdn gestisce circa la metà. Nel dicembre 2019 la società ha assunto l’impegno di allineare i propri investimenti al raggiungimento di zero emissioni nette e, negli ultimi 18 mesi, abbiamo lavorato con loro per definire che cosa implica una simile decisione e quale sia il ruolo dell’allocazione strategica nel raggiungere l’obiettivo. Il secondo aspetto ci ha visti impegnati a pensare agli impatti del cambiamento climatico sui ritorni dei nostri investimenti di lungo periodo, un fattore importante all’interno della Saa per le ricadute sulle singole asset class. Ed è proprio per dare una risposta concreta a questa necessità che abbiamo elaborato un modello che delinea diversi scenari climatici».
Di che cosa si tratta?
«Abbiamo lavorato con Planetrics, una società che è parte di McKinsey, per sviluppare quello che noi crediamo sia uno dei più avanzati strumenti presenti nell’industria del risparmio gestito. Lo scopo è delineare scenari legati ai cambiamenti climatici. Ne abbiamo tracciati ben 16, definiti in base a una serie di contestualizzazioni, che tengono in considerazione molteplici parametri, tra cui l’aumento della temperatura tra 1,5° e 4°. Ciò che questo sistema ci permette di fare è misurare quantitativamente le implicazioni di ciascuno scenario, in cui rientrano variabili macroeconomiche insieme a dati come il prezzo del petrolio o la domanda di elettricità. Da qui vengono poi elaborate le implicazioni in termini di valutazione per l’asset class azionaria e per quella del credito, grazie a modelli di previsione dei rendimenti a lungo termine che, nel primo caso, utilizza un approccio basato sui flussi di cassa attualizzati (Discounted cash flow o Dcf). In sintesi, per ciascuno dei 16 scenari rappresentati si possono misurare gli impatti sulle singole aziende e i risultati aggregati vengono utilizzati all’interno della Saa per elaborare le nostre decisioni di investimento».
Ci sono però molte variabili da tenere in considerazione che possono sensibilmente influire su ciascuno scenario e creare incertezza. Si pensi, ad esempio, ai continui cambiamenti tecnologici.
«Proprio per questo motivo abbiamo delineato 16 scenari tra loro diversi. Ognuno di essi ha un modello di riferimento con variabili differenti che possono riguardare la forza delle politiche ambientali, piuttosto che la velocità del processo di regolamentazione nelle diverse parti del mondo. Un altro aspetto, poi, da tenere presente in questo processo, è la previsione sullo sviluppo della tecnologia, che ci porta a formulare ipotesi sul costo del gas rispetto a quello delle rinnovabili o se prenderà piede il processo di cattura e stoccaggio del carbonio (Ccs) e quale ne sarà il costo. Ogni scenario è strutturato con diverse assunzioni il cui impatto sulle singole aziende può essere quantificato, permettendo di simulare le ricadute sui titoli in vari contesti. Penso che, attualmente, ci sia un consenso generalizzato su alcuni tipi di tecnologia, come quella solare e quella eolica, che si ritiene avranno un ruolo importante nella transizione energetica: il loro peso nella generazione di elettricità sarà sempre più elevato. Ciononostante, emergono diverse incertezze riguardo al carico di base di una rete elettrica, se dovesse dipendere in modo preponderante dal solare o dall’eolico, entrambe fonti variabili di energia, e sulla sua gestione. Le risposte ai quesiti possono essere diverse e animano un dibattito da cui emergono soluzioni alternative che generano sì alcune incertezze, ma è pur vero che il livello di fiducia sul fatto che il solare e l’eolico saranno al centro della produzione di energia rimane elevato».
E per quanto riguarda l’aumento dei corsi delle materie prime, le ricadute sul costo dell’energia e, di conseguenza, sull’inflazione?
«Gli scenari servono proprio per dare indicazioni sulla base di un set di ipotesi. Faccio un altro esempio. Secondo il nostro modus operandi, modelliamo la domanda per i veicoli elettrici in riferimento all’andamento del prezzo del petrolio e rileviamo le dinamiche che si possono creare in rapporto ai diversi livelli di penetrazione delle nuove auto. Utilizziamo un metodo che ci permette di formulare diverse ipotesi e, in base a esse, stimarne i potenziali effetti. Certo, ci sono alcune assunzioni di base sulla crescita e sull’inflazione che sono costruite sulle indicazioni che vengono dal Fondo monetario internazionale. Detto ciò, non si possono certo escludere accadimenti che generino crisi inaspettate, con pesanti ripercussioni sull’attività economica, che non hanno nulla a che fare con il cambiamento climatico».
Come decidete quale scenario adottare?
«Assegniamo una probabilità a ciascuno scenario e ci focalizziamo sulla media ponderata delle probabilità, dove guardiamo alla media delle distribuzioni dei risultati possibili. Abbiamo un comitato di esperti con cui ci confrontiamo, composto da numerosi accademici, policy maker, politologi. È da questa interazione che viene decisa l’attribuzione delle probabilità a ciascuno scenario».
Quale tipo di risultati vi offre questa analisi?
«Ci offre uno spaccato granulare all’interno dei singoli settori da cui emergono le aziende che sono vincenti o perdenti all’interno di un determinato scenario. Ci sono comparti, come la finanza o l’health care, sui quali l’impatto dei cambiamenti climatici non c’è, mentre sull’energia è significativo. Infatti, nonostante la performance dei titoli sia già stata deludente nell’arco degli ultimi cinque anni, le valutazioni risultano ancora elevate, rispetto a ciò che succederà alla domanda di gas e petrolio nei prossimi 30 anni. Oppure ci sono alcuni settori, come le utility, dove ci sono sia vincenti, sia perdenti: aziende che sono molto esposte alle rinnovabili e altre che dipendono pesantemente dal carbone. Abbiamo costruito un modello che è molto funzionale per analizzare i singoli titoli e che, grazie a un’aggregazione dei dati raccolti, contribuisce a definire l’asset allocation strategica».
Facendo questa operazione, avete riscontrato una sensibile variazione dell’asset class azionaria?
«L’impatto sull’azionario globale è molto limitato, mentre è decisamente più pronunciato sui settori e, in particolare, sulle singole imprese: in sostanza si ha una mitigazione a livello aggregato del bilanciamento tra vincenti e perdenti. E quest’ultimo è un buon punto di partenza per gli asset manager, che si possono così concentrare nel calcolare i ritorni attesi».
Come valuta la definizione di una tassonomia a livello europeo per quanto riguarda gli investimenti sostenibili, nonostante ci siano ancora molti aspetti che devono essere chiariti?
«Oltre a ricoprire il ruolo di head of strategic asset allocation, sono anche portfolio manager del Multi Asset Climate Fund, classificato come articolo 9. Il fatto che ci siano ancora aspetti da chiarire in merito a che cosa debba essere rendicontato crea un po’ di preoccupazione, ma sono molto lieto che vi sia una tassonomia a livello europeo, perché è decisamente utile avere un metodo di misurazione obiettivo per comprendere quali attività contribuiscono alla transizione a “net zero”. Ci sono in Europa dozzine di fondi che si definiscono sostenibili, ma che di fatto non lo sono, e diventa perciò importante avere una regolamentazione che costringa a dimostrare se l’investimento effettuato risponda ai parametri richiesti. Il fondo che io gestisco ha attualmente un’esposizione del 70% alla tassonomia europea e quindi non vedo l’ora che l’attività di reporting parta ufficialmente».
Quali sono le sue aspettative per il prossimo futuro?
«Per quanto riguarda gli investimenti legati al clima, il grande punto di domanda è che cosa succederà al Cop26 che si terrà a Glasgow in novembre. La Cina lo scorso anno ha annunciato l’impegno a raggiungere zero emissioni entro il 2060 e ciò fa sì che possa diventare un attore importante sul tema insieme agli Stati Uniti, dove la nomina di Biden ha portato a un grande salto in avanti nelle politiche legate al cambiamento climatico. I due più grandi emettitori al mondo di CO2 hanno quindi la possibilità di agire sul problema. Per il momento non è ancora chiaro come ciò possa articolarsi, ma potremo assistere a un’accelerazione delle politiche globali sul clima. C’è molto consenso attualmente nel mondo su questi argomenti e sono abbastanza ottimista che la transizione energetica e quella dei trasporti possano velocizzarsi, guidate dalla tecnologia. È fondamentale capirne il riflesso sugli investimenti e avere modelli di asset allocation che permettano di cogliere di effetti di queste “grandi transizioni”».

