Tra elezioni, debito e investimenti record, dietro la frenata del tech, il mercato chiede una cosa sola: i risultati. Donatella Principe, Head of Global Strategy di Intermonte

Kelony, AI

La politica offre una spiegazione immediata, ma rischia di nascondere il punto. Mentre il successo dei Democratici alimenta i timori di una stretta sull’intelligenza artificiale e sui data center, la correzione tecnologica racconta una storia più profonda: gli investitori stanno passando dall’entusiasmo per le potenzialità dell’AI alla richiesta di risultati concreti. E il conto degli investimenti comincia a pesare. Attribuire la frenata del settore all’esito elettorale significa, anzitutto, trascurarne la cronologia.

La debolezza della tecnologia è iniziata già in estate: i primi segnali sono arrivati dai segmenti più speculativi, come il mercato coreano rappresentato dal Kospi, mentre gli Stati Uniti hanno mostrato una maggiore capacità di tenuta. Le elezioni si sono quindi inserite in una correzione già in corso, ma non l’hanno inaugurata.

Anche sul fronte politico, però, occorre fare delle distinzioni. A Washington, lo scenario di una svolta legislativa ostile all’AI incontra un ostacolo decisivo: il veto presidenziale. Trump potrebbe bloccare eventuali provvedimenti restrittivi approvati dal Congresso e i Democratici non dispongono, in nessuna delle due Camere, dei voti necessari per superarlo. Il rischio di una stretta federale appare dunque contenuto. Più concreto è, invece, il nodo dei singoli Stati.

L’onda blu porta l’attenzione sulle scelte dei governatori, chiamati a confrontarsi con il costo crescente dell’acqua e dell’elettricità e con le pressioni legate all’espansione dei data center. Qui esiste il rischio di freni esiste, ma c’è anche un limite politico: per i Democratici, che guardano alle presidenziali del 2028, ostacolare l’AI significherebbe rischiare di indebolire un motore della crescita americana e di lasciare alla Cina un vantaggio nella competizione tecnologica, portando ad una contraddizione difficile da ignorare.

È tuttavia sui fondamentali delle imprese che si concentra la prova più impegnativa. La prima fase della correzione ha colpito i produttori di chip, beneficiari diretti della corsa agli investimenti nell’intelligenza artificiale. I grandi gruppi con attività più diversificate, come Amazon e Microsoft, hanno inizialmente trovato negli altri business una protezione; ora, però, il mercato guarda con maggiore attenzione anche alla capacità dei protagonisti dell’AI di sostenere la spesa.

Per il momento non prevale una lettura sistemica del rischio: gli investitori continuano a distinguere tra società e modelli di business. Il contrasto tra i credit default swap, gli strumenti di copertura dal rischio di insolvenza, di CoreWeave e quelli di Amazon rende evidente questa selettività: i primi esprimono timori molto elevati fino al default, i secondi una percezione del rischio assai più contenuta. Non tutta l’AI, insomma, viene giudicata allo stesso modo.

Dunque, la lente si sposta sulla liquidità degli hyperscaler, già scesa in territorio negativo nel corso dell’anno, e sull’aumento del debito, tanto quello iscritto in bilancio quanto quello meno visibile. La stagione delle trimestrali doveva offrire rassicurazioni, ma i Magnifici Sette hanno deluso il banco di prova: crescita degli utili inferiore alle attese e, per la prima volta dalla fine del 2022, un ritmo di espansione più basso rispetto a quello delle altre 493 società dell’S&P 500.

Il cambiamento non riguarda soltanto gli utili. La corsa alla spesa in conto capitale rende le società tecnologiche più esposte al ciclo dei tassi d’interesse, proprio mentre lo scenario resta quello di tassi elevati più a lungo. Anche il sostegno finanziario alle quotazioni cambia direzione: al ruolo dei riacquisti di azioni proprie si contrappone ora il ricorso a nuove emissioni di capitale e di debito. Per il mercato, la promessa di crescita deve fare i conti con il costo necessario a finanziarla.

La domanda decisiva, dunque, non è soltanto che cosa farà la politica con l’AI, bensì anche che cosa l’intelligenza artificiale riuscirà a restituire agli azionisti dopo investimenti così imponenti. L’entusiasmo non è necessariamente finito, ma la pazienza si sta assottigliando. E a Wall Street, quando le promesse non bastano più, a parlare devono essere i numeri.